giovedì 1 giugno 2017

Il cuore dei poeti©

Di Mary Blindflowers©

La fine dei papaveri, foto Mary Blindflowers©


L’antico adagio recita: “chi trova un amico trova un tesoro” e io penso che corrisponda al vero. Ma chi è l’amico? Quello che ti consiglia nei momenti di difficoltà? Quello che ti aiuta quando hai bisogno? Quello che a tua volta consigli e aiuti? Quello che ti loda per farti coraggio, anche se quello che fai non gli piace? Io penso di no. Apprezzo di più un amico che dice: “io non ti do consigli, non voglio, perché sono l’ultima persona in grado di dare consigli agli altri, io non ti lodo per farti coraggio, ti dico che quello che fai è sbagliato e non mi piace, non ti incenso per il solo fatto che tu sia mio amico, non recensisco positivamente il tuo libro per pietà, io non ho cuore, non ho pietà, il medico pietoso ha fatto in modo che il paziente finisse in una bara. E se litigo con te e ti ho promesso prima di litigare di non recensire negativamente il tuo libro, di non recensirlo affatto, dato che non mi è nemmeno piaciuto per svariati ordini di motivi, non lo recensisco per dispetto, mi sentirei ridicolo”.
L’amicizia non si deve confondere con il giudizio sul lavoro altrui, non deve obnubilare le menti. L’obnubilazione del concetto di amicizia ormai degradata a puramente ciceroniana, ha definitivamente segnato, fin dai tempi dei romani, la società italiana, così prona ad avvantaggiare gli amici solo perché sono amici, così sollecita ad accogliere bonariamente la mediocre vigliaccheria degli amici degli amici, catene di perversione che sono la degradazione della purità dell’amicizia vera. Così nasce la raccomandazione, il nepotismo, il clientelismo, si rafforzano legami sporchi che favoriscono i mediocri: “ti aiuto perché sei mio amico anche se non vali nulla, e lo so io e lo sai tu, mi aiuti perché sei mio amico, anche se non valgo nulla, lo so io e lo sai tu”. Un circolo vizioso e viziato da cui non sono esenti gli intellettuali italiani, gente che dovrebbe rappresentare il fior fiore della cultura, persone colte, che hanno studiato e tuttavia sono litigiose, astiose, facinorose, pronte ad aiutare gli amici di cui conoscono bene la mediocrità e disposte a tutto pur di schiacciare e denigrare chi non sta al gioco, chi dice no, sei mio amico, ma il tuo libro non mi è piaciuto, avresti potuto migliorarlo. Non si dice, non si fa, non si usa. L’amico non si critica, e se qualcuno lo attacca lo si difende coi denti e con le unghie retrattili del felino, anche se si sa benissimo che il suo libro è una ciofeca innominabile, purtuttavia ci si schiera e si formano circoli di consenso e piaggeria basati unicamente sulla falsità e sul desiderio infantile di emergere a tutti i costi, facendo parte di un gruppo.
Non è vero che i poeti vanno a due a due, essi camminano piuttosto in circoli e gruppi dalla mentalità ristretta.
I poeti non sono sensibili e buoni, come descritti nelle favole, sono dei mostri, litigano, fanno a capelli, e gli stessi che il giorno prima si lodavano sperticatamente e mostravano reciproca stima: “oh bellissima poesia, sei grande, ma come scrivi bene, sei perfetto, un genio, meraviglioso”, e fanfaluche del genere, un attimo dopo si rinfacciano inutilità e sgrammaticature che prima non si vedevano nemmeno, un secondo dopo una minima discussione anche su questioni di scarsa importanza, vorrebbero uccidersi, sbattersi al muro, annientarsi, polverizzarsi, prendersi a calci in tutte le parti del corpo, affettarsi, sminuzzarsi e grattugiarsi come formaggio andato a male.
Ah i poeti che brutte creature…”, cantava saggiamente De Gregori. “Ogni volta che parlano è una truffa!”, ma si aggiunga, anche una zuffa nella zuppa della mediocrità tutta italiana.





Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


Nessun commento:

Posta un commento

Inserisci commento