martedì 27 giugno 2017

Giorgio Caproni, la poesia resiste©

Di Mary Blindflowers©

Foto Mary Blindflowers©


Versicoli quasi ecologici” (da Res Amissa)
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.
(Giorgio Caproni)
Si propone ai maturandi italiani una poesia di Caproni ed è subito polemica. Saggi esperti di poesia si sollevano sui loro scranni di burro e sentenziano: “Non è poesia”.
Cos’è che scandalizza dei versi di Caproni, che alcuni giornalisti ignoranti hanno definito “versicoli”, sbeffeggiando il titolo, cos’è che turba e lascia attoniti? Perbenisti e tradizionalisti non hanno gradito. Sì, dico a voi bigotti politicizzati, se non sapete cogliere la fragranza di quei versi, peggio per voi, vuol dire che non sapete cosa sia la poesia.
Il verso di Caproni nutrito solo di apparente semplicità, scorre limpido come acqua di sorgente, lontano dai tronfi superomismi dannunziani, dalle noiose descrizioni della prosa manzoniana, spesso reiterata fino allo sfinimento ipnotico dello studente annoiato.
La poesia nasce dalle cose semplici non dai massimi sistemi, nasce dall’osservazione della realtà, dalla consapevolezza di far parte di un mondo che forse così com’è non va. Confondere il banale col semplice è proprio degli sciocchi, dei superficiali, di coloro che amano fare polemica sul nulla per distrarre le masse dai problemi reali. Caproni è semplice (e non sempre oltretutto), ma mai banale, mai filastrocchico, mai usuale e proprio in questo consiste la sua grandezza, nello sperimentare semplificando e comunicando anche al di là del verso in se stesso. Definire povero il linguaggio di questo profondo poeta del Novecento, significa ignorare completamente i meccanismi della poesia e forse anche non averlo mai letto. Caproni è un grande, per capacità di sperimentazione, facilità della rima, connessioni mentali, immagini nitide e chiare capaci di attrarre il lettore raffinato, quello che non ama le tronfiaggini e l’eccesso di politica.
Si è detto anche che i “versicoli quasi ecologici” comunichino un senso di morte, di desolata impotenza, inadatto ai maturandi. Ma perché la morte non fa forse parte della vita? E poi la comunicazione finale non è forse un’aspra e radicale protesta contro il mondo, così com’è, un’autentica provocazione in versi?
Non ci vedo passività né rassegnazione. Anche in questi pochi versi si intuisce la grandezza del poeta, il resto è solo polemica alimentata da chi non ha nulla a cui pensare e il cui unico scopo è distrarre per lasciare tutto, ma proprio tutto com’è.
Forse Caproni non era troppo affine ai salotti che contano, per questo non ha avuto il successo che meritava. La poesia però non è politica, la poesia è poesia ed è destinata a non morire nemmeno di fronte all’indifferenza degli stolti. Caproni resiste.


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