martedì 27 giugno 2017

Sintesi di una pseudo-rivoluzione progettata©

Di Mary Blindflowers©
Profilo costruito, pastello su carta by Mary Blindflowers©


E resiste il bluff mediatico che consuma le coscienze, resiste ed inganna oggi come ieri, si presenta bene, in vesti dorate, ammantate di fresco e finto anticonformismo, sorriso sulla bocca oppure pseudo-rabbie che fingono di scaturire da una volontà di modificare le cose, ma in realtà fanno parte di un sistema immobile da sempre. Così accade che nascano le favole. Personaggi ambigui popolano il piccolo schermo italiano, gente palesemente raccomandata, baciapile, persone militanti per anni dentro associazioni cattoliche e partiti politici, che poi ad un certo punto della loro carriera, vuoi per incentivare la vendita dei loro capolavori di alta letteratura mondiale, vuoi per far parlare sempre e solo di sé, diventano alternativi e perorano con toni accesi una causa sociale, mettendo in piazza ciò che tutti già sanno e dicono, oppure criticando un libro che tutti già conoscono come pessimo. Così dicendo che l’acqua calda è calda, che l’uccello forse vola e che la mamma è sempre la mamma, la ruota del privilegio travestito da anticonformismo gira e gira come pale d’altare semovente sulle programmazioni di una televisione fortemente politicizzata. E tuttologi col cranio sotto il braccio poi riportano la notizia sui social inneggiando alla rivoluzione di quello scrittore, di quel nuovo straordinario pensatore (di cui non hanno letto nulla), che dagli scranni RAI, difenderebbe ciò che va difeso, tutelato, direbbe la verità nuda e cruda, senza paura del sistema di cui fa parte. Che la verità proclamata a gran voce poi la sappiano già tutti e sia stata detta e ridetta anche da altri, poco importa, se il pesce sotto la doratura fragrante e profumata è marcio, all’italiano medio non importa, perché fare due più due? A che scopo? Perché cambiare le cose? Si sta così bene, seduti sul divano, con la testa sotto il deretano a guardare la tv della rivoluzione. Lo sanno tutti per esempio che in RAI non entra chiunque e con regolare meritocratico concorso, però nonostante questo l’utente accomodato e ipnotizzato continua a credere ai bluff mediatici. Così eminenti teste d’uovo ci illuminano dal piccolo schermo su quello che dobbiamo e non dobbiamo fare, su chi sarebbe giusto votare, sul dio in cui dovremmo credere, insomma è tutta un’illuminazione a giorno pieno. La scrittrice e il giornalista che stanno in Rai in virtù di un partito o magari dell’associazione cattolica così ben ramificata, diventano all’improvviso dei veri e propri eroi della rivoluzione di Pirro, dei Don Chisciotte carburanti a mancia, pagati per far parlare di sé, pagati per fingere di essere alternativi, per parlare contro un sistema che li foraggia, con argomenti innocui spacciati per corrosivi.
Che bella cosa la reazione che finge di essere rivoluzione, che bella cosa l’Italia in cui tutto ciò che mostra luce fatua e ti scuce la coscienza è oro pieno, salvo poi fare uno più uno che nel nostro mondo degli acefali balocchi a sintesi di pseudo-rivoluzione progettata, farebbe sempre inesorabilmente e tristemente uno.

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Giorgio Caproni, la poesia resiste©

Di Mary Blindflowers©

Foto Mary Blindflowers©


Versicoli quasi ecologici” (da Res Amissa)
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.
(Giorgio Caproni)
Si propone ai maturandi italiani una poesia di Caproni ed è subito polemica. Saggi esperti di poesia si sollevano sui loro scranni di burro e sentenziano: “Non è poesia”.
Cos’è che scandalizza dei versi di Caproni, che alcuni giornalisti ignoranti hanno definito “versicoli”, sbeffeggiando il titolo, cos’è che turba e lascia attoniti? Perbenisti e tradizionalisti non hanno gradito. Sì, dico a voi bigotti politicizzati, se non sapete cogliere la fragranza di quei versi, peggio per voi, vuol dire che non sapete cosa sia la poesia.
Il verso di Caproni nutrito solo di apparente semplicità, scorre limpido come acqua di sorgente, lontano dai tronfi superomismi dannunziani, dalle noiose descrizioni della prosa manzoniana, spesso reiterata fino allo sfinimento ipnotico dello studente annoiato.
La poesia nasce dalle cose semplici non dai massimi sistemi, nasce dall’osservazione della realtà, dalla consapevolezza di far parte di un mondo che forse così com’è non va. Confondere il banale col semplice è proprio degli sciocchi, dei superficiali, di coloro che amano fare polemica sul nulla per distrarre le masse dai problemi reali. Caproni è semplice (e non sempre oltretutto), ma mai banale, mai filastrocchico, mai usuale e proprio in questo consiste la sua grandezza, nello sperimentare semplificando e comunicando anche al di là del verso in se stesso. Definire povero il linguaggio di questo profondo poeta del Novecento, significa ignorare completamente i meccanismi della poesia e forse anche non averlo mai letto. Caproni è un grande, per capacità di sperimentazione, facilità della rima, connessioni mentali, immagini nitide e chiare capaci di attrarre il lettore raffinato, quello che non ama le tronfiaggini e l’eccesso di politica.
Si è detto anche che i “versicoli quasi ecologici” comunichino un senso di morte, di desolata impotenza, inadatto ai maturandi. Ma perché la morte non fa forse parte della vita? E poi la comunicazione finale non è forse un’aspra e radicale protesta contro il mondo, così com’è, un’autentica provocazione in versi?
Non ci vedo passività né rassegnazione. Anche in questi pochi versi si intuisce la grandezza del poeta, il resto è solo polemica alimentata da chi non ha nulla a cui pensare e il cui unico scopo è distrarre per lasciare tutto, ma proprio tutto com’è.
Forse Caproni non era troppo affine ai salotti che contano, per questo non ha avuto il successo che meritava. La poesia però non è politica, la poesia è poesia ed è destinata a non morire nemmeno di fronte all’indifferenza degli stolti. Caproni resiste.


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Machiavelli (parte IV)©

Di Mary Blindflowers©

Foto Mary Blindflowers©


Il clientelismo politico ha viziato e corrotto profondamente il rapporto degli elettori con i loro rappresentanti politici, creando una rete attraverso cui si concretizza il voto di scambio, la corruzione nella pubblica amministrazione, l'assegnazione di certe cariche tramite “raccomandazioni”, in un sistema di “spinte” e “controspinte” che, paradossalmente hanno finito con l'indebolire la politica, considerata oramai da tutti i cittadini italiani come “una sporca faccenda”.
Il concetto di “rete” si configura come categoria ancora più ampia rispetto al clientelismo. Scrive Barnes:


Ogni persona è in contatto con un numero di altre persone, alcune delle quali sono direttamente in contatto l'una con l'altra mentre altre non lo sono. Similmente ogni persona ha un numero di amici, che a loro volta hanno altri amici; alcuni degli amici di una persona si conoscono l'un l'altro, mentre gli altri non si conoscono. Trovo utile parlare di un campo sociale di questo tipo come di un network1.



La “rete” che riproduce il detto mafioso “Amici degli amici”, secondo la cosiddetta “logica del beduino”,2ha creato disgusto per la politica. Perfino il voto, l'unico strumento a disposizione del cittadino, ormai è corrotto da cronica e insanabile sfiducia. Ci si accorge che la finta democrazia ha creato, tramite le alleanze trasversali e i favori tra partiti ideologicamente anche molto differenti, il mostro di un voto non voto. In pratica l'elettore non vota veramente chi vota, ma coloro che in virtù di strategiche alleanze, finiscono con l'avere il suo voto, pur non essendo stati, di fatto, mai realmente votati. Un sistema paradossale dalle fondamenta marce. Pur di sedere sullo scranno del potere si rinnegano perfino i fondamenti su cui si basa la storia dei partiti, per cui si vedono spesso partiti di destra allearsi con forze di sinistra, “per avere più voti”. Un gioco al massacro, dei cittadini s'intende. Le informazioni inoltre sono veicolate da giornalisti sempre politicamente schierati che manipolano gli accadimenti adattandoli alle esigenze del partito dentro cui militano o verso cui provano “simpatia”. Le grosse testate sono tutte condizionate dal sistema partitico, per cui la figura del giornalista ha perso credibilità e serietà, dato che si può dire solo ciò che si può dire, per esprimersi con un gioco di parole. I liberi pensatori vengono censurati, come è accaduto agli scritti di Machiavelli. Gli articoli vengono “depurati” di tutto ciò che appare incompatibile con gli interessi di persone che contano. Il giornalista non può opporsi all'epurazione dei suoi articoli, se lo fa viene automaticamente bannato dal sistema e isolato.
I piccoli giornali indipendenti, chiudono, per mancanza di finanziamenti adeguati. Lo Stato italiano infatti, non ha alcun interesse a finanziare giornali che enucleano verità super-partes.
Parlare di libertà di stampa appare davvero azzardato in una realtà del genere.
Nei piccoli comuni italiani ancora vige l'usanza da parte dei candidati sindaci di recarsi assieme ad alcuni amici nelle case del paese “per chiedere il voto”.
Per esperienza diretta avendo vissuto in un piccolo paese dell'entroterra del Logudoro-Mejlogu, so che l'elezione del sindaco avviene tramite “promesse e scambi di favori”. Il candidato o gli amici del candidato, in genere persone del suo partito che lo sostengono e curano la sua campagna elettorale, si accomodano nelle case, iniziano a parlare del tempo, delle mezze stagioni, chiedono al padrone di casa, (che tra l'altro sa perfettamente il motivo della visita), come sta, se i figli stanno bene, se studiano, se hanno bisogno di qualcosa, se il marito sta lavorando, se sta in buona salute, insomma fingono di interessarsi alla sua vita. Dopo una breve significativa pausa chiedono il voto, promettendo che se verranno eletti il marito magari disoccupato troverà miracolosamente il lavoro, i figli avranno sussidi per gli studi, la cultura verrà valorizzata, etc. A volte si sentono rispondere che il voto non lo avranno perché è stato già promesso ad un parente o ad un amico di un amico che ha fatto visita prima di loro...
Una situazione kafkiana in cui tutti sono carnefici e vittime contemporaneamente, succubi di un sistema mostruoso vissuto come normale.
Fino a non molto tempo fa le indicazioni di voto dal pulpito erano molto forti. Il prete indicava ai fedeli la strada politica da percorrere e il simbolo sotto cui nella cabina elettorale, si doveva mettere la X. Praticamente per non andare all'inferno i fedeli dovevano votare “il partito di Dio”, condensato in due belle lettere: DC.
Oggi la DC non esiste più ma le stesse facce di sempre, riciclate in vari partiti, si trovano ancora in formazioni di ispirazione cattolica se non addirittura nei partiti di sinistra, perché il politico corre dove soffia il vento.
E i preti dall'alto dei pulpiti, seguendo le indicazioni del Vaticano, tuonano contro i matrimoni civili dei gay.
Il 28 maggio 2016 Don Massimiliano Pusceddu3, Parroco di Decimoputzu, condannava apertamente le posizioni politiche della sinistra, tuonando dall'alto del pulpito:


Gli omosessuali sono colmi di ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, pieni d'invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità, diffamatori, maldicenti, nemici di Dio... Pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo le commettono, ma anche approvano chi le fa.




Fino a poco tempo fa i candidati della DC incaricavano le monache che dirigevano gli ospedali di far sapere loro se qualche malato avesse necessità di essere accompagnato fino al luogo del voto, perché magari non poteva deambulare. Insomma, erano così caritatevoli e altruisti che ci avrebbero pensato loro ad accompagnarli, perfino con l'ambulanza, suggerendo pure dove dovevano mettere la crocetta affinché i poveri elettori non bruciassero tra le fiamme dell'inferno:


Quando mia madre, anziana, era in ospedale, sto parlando di fine anni 80, vennero due monache tutte sorridenti e ci dissero che se mia madre voleva “votare Dio” e fare il suo dovere, poteva farlo perché due signori molto gentili l'avrebbero accompagnata in ambulanza e riportata poi in ospedale, senza problemi. Fecero un discorsetto sui doveri civici del cittadino che, anche se malato, deve votare per il bene dello Stato e di Santa Madre Chiesa e di Dio che ci vede anche nella cabina elettorale e sa tutto di noi. Mia madre disse che non le interessava niente di quel che andavano cianciando e che non si sarebbe mossa da dove stava e che Dio non si era ancora candidato alle elezioni, per quanto ne sapesse lei, a meno che non le fosse sfuggito qualcosa mentre stava in quel letto d'ospedale. Poi disse che doveva andare in bagno e chiese loro di illuminarla su una questione che l'angustiava da anni, anzi da quando era piccola, una faccenda a cui nessun prete era riuscito a rispondere. Chiese alle due monache che si erano fatte rigide come manici di scopa, se Dio potesse vederla anche mentre faceva quel che tutti fanno al bagno. Lo disse ridendo. Le monache non avevano il senso dell'umorismo, si fecero serie e cambiarono espressione, aprirono la bocca per dire qualcosa, poi rinunciarono, stizzite, si segnarono e se ne andarono senza nemmeno salutare, scure in volto4.



E in tutto questa dinamica manipolatoria che fine fanno i liberi pensatori? Quelli che vanno, tanto per rifarci al capitolo XV de Il Principe, “drieto alla verità effettuale della cosa”, piuttosto che fermarsi alla “immaginazione di essa”5, sono entità perse nell'anonimato. Quelli che non si sentono in dovere di stendere o alzare il braccio in pubbliche bacheche, quelli che non stanno da nessuna parte e ignorano i deliri dei preti, perché vogliono pensare con la propria testa, finiscono nel dimenticatoio, ignorati e snobbati dalla cultura ufficiale. Essi sono fuori da qualsiasi circolo, bannati, disintegrati, ostracizzati da tutti sia “sinistrati”, che “addestrati” e “catto-bigotti”.
Tutti li odiano e danno loro l'appellativo di folli.
Carriera chiusa, mai iniziata.
Presenze indesiderate in quello strano stivale chiamato Itaglia, sì, Itaglia, avete letto bene, non è un refuso, ma l'Italia che taglia le menti in nome di Super-ego circolare e prestampato da secoli di lassismo e vigliaccheria borghese.
Gli italiani sono questo. E sono così fin dall'epoca di Machiavelli, anzi, dirò di più, fin dall'epoca romana6. Quando ancora gli italiani non erano stati “fatti” nell'Italia unita, c'erano già le basi di corruzione e mafiosità che poi hanno costruito la situazione attuale.




1Barnes citato da F. Piselli (a cura di). Reti. L'analisi di network nelle scienze sociali, Roma, Donzelli editore, 1995, p. XIII. Si veda anche L. Musella, Clientelismo, tradizione e trasformazione della politica italiana 1975/1992, Guida Editori, Napoli, 2000, p. 97 nota 17.


2«Obblighi personali e reciproci, catene di amici degli amici, (secondo la cosidetta logica del beduino: chi è tuo amico è mio amico, chi è tuo nemico è mio nemico) fondati sul rispetto, una rete insomma divincoli di clientela...», F. Mazza (a cura di), Gioia Tauro: storia, cultura, economia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, p. 273.


3 Il parroco, tra l'altro, ex pugile, è stato messo sotto processo per aver minacciato con una pistola il marito di una donna che gli avrebbe confessato alcuni problemi di coppia.


4 Testimonianza di un'anziana.


5 «Resta ora a vedere quali debbano essere e modi e governi di uno principe con sudditi o con li amici. E perché io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto presuntuoso, partendomi, massime nel disputare questa materia, dalli ordini delli altri. Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso piú conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa che alla imaginazione di essa. E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero. Perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si doverrebbe fare impara piú tosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene ruini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità. Lasciando adunque indrieto le cose circa uno principe imaginate, e discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti gli uomini, quando se ne parla, e massime e principi per essere posti piú alti, sono notati di alcune di queste qualità che arrecano loro o biasimo lo laude. E questo è che alcuno è tenuto liberale, alcuno misero (usando un termine toscano, perché avaro in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere, misero chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo); alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l’uno fedifrago, l’altro fedele; l’uno effeminato e pusillanime, l’altro feroce e animoso; l’uno umano, l’altro superbo; l’uno lascivo, l’altro casto; l’uno intero, l’altro astuto; l’uno duro, l’altro facile; l’uno grave, l’altro leggieri; l’uno religioso, l’altro incredulo, e simili. E io so che ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima cosa in uno principe trovarsi, di tutte le soprascritte qualità, quelle che sono tenute buone; ma perché le non si possono avere né interamente osservare, per le condizioni umane che non lo consentono, gli è necessario essere tanto prudente che sappi fuggire l’infamia di quelli vizii che li torrebbano lo stato, e da quelli che non gnene tolgano guardarsi se gli è possibile; ma, non possendo, vi si può con meno respetto lasciare andare. Et etiam non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizii sanza quali e’ possa difficilmente salvare lo stato; perché, se si considerrà bene tutto, si troverrà qualche cosa che parrà virtú, e seguendola sarebbe la ruina sua, e qualcuna altra che parrà vizio, e seguendola ne riesce la securtà e il bene essere suo». N. Machiavelli, Il Principe, Cap. XV.



6Lo sapeva molto bene Cicerone per il quale l'amicizia era prevalentemente un mezzo per ottenere consensi politici. Cicerone cambiò spesso bandiera e opinione a seconda delle necessità del momento, inoltre sulla attendibilità delle prove che raccolse nel processo a Verre, alcuni storici hanno avanzato dei dubbi. Quello a Verre fu un processo spettacolo che garantì a Cicerone una carriera sicura e le sue accuse non furono scevre di evidenti manipolazioni. Si veda a tal proposito L. Fezzi, Il corrotto, un'inchiesta di Marco Tullio Cicerone, Laterza, Bari, 2016. una visione ben diversa da quella greco-epicurea. Per Epicuro infatti l'amicizia serviva al raggiungimento della felicità interiore: «Il saggio non soffre di piú se è messo alla tortura che se è messo un amico, e per lui è pronto a morire; perché se tradirà l’amico tutta la sua vita sarà sconvolta e sovvertita per la sua infedeltà. Non tanto ci occorre aiuto dagli amici, quanto confidare del loro aiuto. Non è da stimare né chi s'abbandona con facilità all'amicizia né chi esita a farlo. È necessario correre rischi, per amore dell'amicizia.Di tutti i tesori che la saggezza può ammassare per la felicità, l'amicizia è il più grande, il più inesauribile, il più dolce. Chi è persuaso che nella vita non c'è nulla di più solido dell'amicizia, conosce l'arte di affermare il suo spirito contro il timore dell'eternità o della durata del dolore...L’amicizia percorre danzando la terra, recando a noi tutti l’appello di aprire gli occhi sulla felicità». Si veda Gnomologium Vaticanum e Codice Vaticano Graeco 743, De Gruyter, Berlino, 1963. Lo Gnomologium era una raccolta di sentenze ma sulla loro autenticità permangono dei dubbi; Si veda anche Epicuri epistulae tres et ratae sententiae a Laertio Diogene servatae, Accedit Gnomologium Epicureum Vaticanum, B. G. Teubneri, Lipsia, 1922. Si veda anche M. T. Cicerone, M. Tulii Ciceronis De officiis libri 3 Cato maior, vel de senectude, ad T. Atticum. Lelius, vel de amicitia, ad eundem. Paradoxa stoicorum sex, ad m. Brutum. Somnium Scipioni exlib. 6 De republica. Notata in margine lectionum varietate, atque ad scriptis Pauli Mnutij annotationibus. Quibus accersunt Fulvii Vrsini in eodem libros scholia, Brixiae : apud Ludouicum Britannicum, 1600.

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Logogrifo che siede©

Di Mary Blindflowers©

Tramontosole, foto Mary Blindflowers©



Scarso logogrifo che siede,
uomo tre copie senza sale,
canaiolo nero ob torto collo,
male...
Comment ça va?
Estimator di zuppa patafisica d'oignons
biliosopollo,
et voyons...
voilà l'ichnussofrance,
digita dalla sua planche,
in gran segreto blogmessaggi
a cui fa fare miracolosi viaggi,
innominati al greggio.
Tango, tangis, tetigi, tactŭm, tangĕre?
Mais no, mon ami,
je ne danse pas,
nanus cum sis, cede,
ah
non vedi che non ti si vede?
Il sottopiede

induce all'arpeggio.


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sabato 17 giugno 2017

Tandemscucito©

Di Mary Blindflowers©

Fiore vecchio, foto Mary Blindflowers©

Mediocri vaccari cattoborghesi,
stercartisti gemelli su commissione,
imitatori di stile,
fratelli offesi per la loro parrocchia di dio,
ricaricate le pile del fio,
commentano in crosta con spocchia,
il nullacosta delle loro opinioni que que,
eh eh, que...
L'arte però non è un pappagallo
non è nemmeno ocalezione
o canto di stallo,
o brutale impinguire di piume
nel deretano del gallo,
inutile imitare il pavone o il canto argentino del fiume
se si è solo un bidone tandemscucito,
un castrone a due teste,
un leggero e putrescente zeffirino dall'ano,
perciò Giano, inconsistente, va' piano





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venerdì 16 giugno 2017

Grange exangue©

                                        Di Mary Blindflowers©

Foto Mary Blindflowers©


                                             C’è più poesia nel grange exangue
di una macelleria,
che nel salotti della gente bene,
schieneiene ad arco,
soppalco e catafalco di dissoluzione,
false lune piene di cartone,
pesopolli confusione, zuppe ristrette,
postsbornia e mito della California,
.
..
.c’è più poesia nel sangue sacrificato
di una bestia che nell’animale sguaiato
che corre ad ungere meccanismi da cortile,
.

c’è più poesia in una lurida baldracca
che nel poeta baciamani di pianeta e pile.

..
C’è più poesia nella caduta di un achenio,
nello stile dell’uragano che spero porterà via
le vostre filastrocche spacciate per poesia,
i vostri drinks apericena, i così sia,
i vostri premi asplenio senza semi,
gossipteoremi con cui mettete in moto morti treni
nella cloaca oscena delle vostre bocchegnocche
sul proscenio vuoto che tarpa le ali al genio.




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L'utensile©

                                                 Di Mary Blindflowers©


La pesca miracolosa, tecnica mista su tela (particolare), by Mary Blindflowers©

                                                 L’utensile mio caro galeotto
è qualcosa di raro,
certo, per te un quattro e quattr’otto,
dato che concepisci solo il bricolage,
et voilà la grande ouvrage,
tic tac, tac tic,
è il tuo entourage ventennio
dolce come l’uva passa
all’abbeveratoio delle moschemassa,
e alcuni giornalisti della Nuova e dell’Unione
parlavano di te,
eheh gatta ci cova,
ma succede a volte,
che chi cerca,
trova.
Perciò chi muore giace,
lasciami in pace,
studia, bada ai casi tuoi,
comprati un compasso,
prenditi un paio di buoi,
ara il terreno,
e soprattutto sta’ sereno,
non farti venire un prolasso.
Non vedi che qualcosa ti sfugge?
Sarà il tuo vecchio leone che mugge.




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Storia di un uccellino©

Di Mary Blindflowers©

Fotorose, by Mary Blindflowers©


Questa è la storia di un uccellino il quale pensava che la sacralità della poesia sia (uso il congiuntivo presente così un eventuale ano-nimo che dovesse passare di qua, oltretutto noto, può correggere ciò che è esatto) un bluff narcisistico che annulla la poesia stessa. I poeti autodefinenti gli sembravano una razza nefasta, salottiera, prigioniera dei propri schemi mentali, spesso beota, biliosa, invidiosa e untuosa verso il potere. L’uccellino odiava i poeti. Gli facevano orrore, gli faceva orrore la stessa definizione applicata a omuncoli col riportino dell’anima esibito in testa che poi si rivelava essere un parrucchino finto e tinto. Così diceva l’uccellino rivolto ai corvi: “poeti che vi definite tali con sussiego e vi mettete l’etichetta sulla fronte che si inchina al nuovo padrone di turno, non attendete oltre, allevate la vostra autoreferenza, l’indecenza pigra e megera delle vostre false coscienze in disuso in prestito spesso al miglior offerente, continuate a chinare le schiene, iene da salotto buono, prestate orecchio al suono di una finta sentimentalità, così potrete dire di essere qualcuno, di avere un posto ben meritato nel mondo, un posto tutto italiano, caldo, rassicurante come un confortevole nido sull’albero della mediocre caratura di commercio”. E poi imperterrito continuava: “Il lercio tempo in cui viviamo non è fatto per le rarità ornitologiche di chi non ci sta, è fatto per il gregge, per il fingitore, per il miniatore di intese più o meno sporche. Se non fai parte della categoria dei poeticorvi autoreferenti, sei libero. La libertà si paga, sempre. Si paga con la maldicenza dei poeti etichettati, con i loro grugni da corvi sfrontati che, diventatieditors a forza di ungere meccanismi, pretendono da te la cessione dei diritti sul tuo lavoro, in modo che possano guadagnare, promettendo favolose pubblicazioni con editori altrettanto favolosi. E se non ci stai? Ah se non ci stai sei un fallito perché la società dei falliti considera fallito chi non si piega, e te lo dice pure, in franco anonimato. E come le mosche annusano il defecato sul prato delle iniquità, i corvipoeti laureati, manducati dal potere, i qualcuno che servono altri qualcuno in una catena infinita, quelli che hai scocciato con la tua defezione e i tuoi no, escono dal rifugio di legno con pertugio da dove osservano gli uccelli ribelli e ti dicono, nascondendosi dietro il legno: “Fallito, dove vai? Dove pensi mai di andare? Dove voli? Cosa pensi di cambiare che non sei nulla e noi tutto?”.
L’uccellino volava e non si preoccupava del dove ma solo dei perché lui non aveva mai mal di schiena mentre i corvi camminavano flessi come tanti accenti circonflessi.
Ora dove stanno i fessi? Chi è più fallito, un fallito che finge di essere qualcuno o un nessuno che non finge di essere nessuno anche perché lo è nella società dei falliti?

Intanto i corvi continuavano a gracchiare perché non avevano nulla da fare…

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