giovedì 25 maggio 2017

Petifiati©

Di Mary Blindflowers©

La fortezza, foto Mary Blindflowers©




Anonimi petifiati vista corta

senza volto, senza mete,

stolta sporta

di mediocrità,

affilati senza lama,

bisogno di guano che chiama,

ah foste vivi non avreste bisogno

del veleno,

vi dibattete dentro il buio pieno

del vostro stesso ano

confuso con la bocca.

Petifiati, sotto a chi tocca,

raccontatemi un'altra

bella petofilastrocca,

e non vi eliminerei,

siete pane per i versi miei,

senza di voi si rincitrullisce,

e chi vuol capire ora capisce.

La fine è l'inizio

ma non del vostro vizio.


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lunedì 22 maggio 2017

Micromassa e sistemi totalitari©

di Mary Blindflowers©

La palude, foto Mary Blindflowers©


Stamattina mi sveglio e noto che mi hanno iscritto senza chiederlo ma su invito di un contatto, ad un gruppo chiuso. Leggo un po’. Mi imbatto in un post copiato preciso preciso da wikipedia sulla famigerata Mary Bell, l’assassina bambina, che vissuta in un ambiente violento, divenne una serial killer di bambini. Nel post c’era anche la foto della Bell scattata dalla polizia, quand’era ancora bambina, poi sotto, una miriade di commenti, davvero tanti. La maggior parte commentava la foto dicendo che si vedeva che la bambina era psicopatica, altre dicevano che avrebbero dovuto ucciderla da piccola sulla sedia elettrica, altri dichiaravano di essere preoccupati perché la Bell potrebbe essere ancora in giro, dato che ha cambiato nome e si è rifatta una vita. Non ho potuto fare a meno di notare la superficiale sicumera dei commenti. Ho scritto su fb un post al riguardo, riflettendo sul fatto che la massa sia assolutamente e pienamente influenzabile da immagini e parole. La foto di Mary Bell di per sé è una foto qualsiasi che potrebbe ritrarre una bambina qualunque, non ha nulla di inquietante, anzi. Però dopo aver saputo che ritrae un’assassina, molti la trovano inquietante. Postando la stessa foto e dicendo che si tratta di una bambina prodigio, probabilmente molti la troverebbero dolce e carina. Forse alcuni si spingerebbero oltre, affermando che è simile ad una delle loro figlie. Inutile negare che la massa è di fatto dominabile, non vede quello che vede ma vede quello che gli altri le dicono di vedere. La forza dei leaders si basa proprio su questa possibilità di influenza. Il popolo minions ha bisogno di una guida, di un padrone che gli indichi le linee da seguire, che lo inciti in una direzione piuttosto che in un’altra.Pensavo nella mia sincera ingenuità, che l’amministratrice della pagina avrebbe trovato utili queste considerazioni per una conversazione intelligente, ma come sempre accade, non si fanno i conti senza l’oste. Non solo si è risentita, ma ha addirittura cancellato tutti i commenti, lasciandone solo due, per difendere il suo gruppo. Nei social si riproduce il modello sociale, perché alla fine siamo come piccoli insetti, animali che tendono a riprodurre in qualunque posto si trovino, il modello di comportamento a cui sono abituati da sempre. Si creano come dei micro-sistemi che imitano leader e massa, ossia l’amministratore della pagina diventa nel suo piccolo un leader e chi lo segue è la massa da gestire e difendere anche nel caso di attacchi esterni o ragionamenti che possano comprometterne l’integrità. Così se i componenti del gruppo postano sciocchezze e qualcuno lo fa notare, si mente, al punto da arrivare a cancellare i commenti compromettenti, per non essere messi in cattiva luce all’esterno del gruppo. Così si annulla qualsiasi possibilità di discussione critica, di opposizione, di intelligenza creativa. La massa-gruppo bela, il leader la dirige e la difende, se occorre. Non difenderla significherebbe infatti perdere consenso. E il consenso e la piaggeria sono tutto su un social, a quanto pare. Si crea così un micro-sistema chiuso e ottuso in cui ci si liscia, ci si improvvisa sociologi, psicologi, intellettuali, insomma si può essere chiunque si voglia, tanto si è protetti, si sta al caldo, al sicuro, nessuno critica nessuno. Chi pensa o osa dire ma, ci sarebbe un ma… viene etichettato come allucinato, outsider, uno fuori dal coro, che finirà per andarsene da una società in cui è tutto censurato, dato non si può discutere o parlare.

Il totalitarismo siamo noi, noi lo costruiamo, noi che non apriamo gli occhi per vedere, e non scrutiamo più in là del nostro bisogno di far parte di un circolo di idioti annuenti che alzano ed abbassano la testa per dire sempre sì, sono dei vostri, vi difenderò a costo di mentire, vi difenderò perché io sono voi e voi siete me in un annullamento totale del sé.

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La recensione di Sir Edward Byron©

Di Mary Blindflowers©

La terra arida non dà buoni frutti, foto Mary Blindflowers©

Lord Edward Byron era un vecchio aristocratico che odiava gli aristocratici cui suo malgrado apparteneva. Lo sapevano tutti che non era il parto delle viscere di Lady Marion, sua madre ufficiale, ma di una serva con cui suo padre da giovane si era dilettato a lungo e che era morta subito dopo averlo dato alla luce. Così sir William Byron, padre di Edward, gran bevitore, puttaniere e giocatore d’azzardo, aveva deciso di fingere che il bambino fosse legittimo, dato che la sua diletta moglie non poteva avere figli.

Lady Marion era viziata, infedele, pigra, sciocca come un pitale e schifosamente ricca. Edward l’aveva sempre odiata e ogni tanto gli capitava di pensare a come avrebbe potuto essere la sua vita se avesse conosciuto la sua madre naturale. Gli piaceva immaginarla bionda, con le guance rosse e gli occhi chiari. Col padre il rapporto era sempre stato formale, buongiorno signor padre, buonasera signor padre, il tempo promette bene oggi, ho preso un bel voto, sto studiando letteratura inglese, mi sono diplomato, mi sono laureato. Niente più di questo. Un rapporto asettico. Quel vecchio ubriacone cornuto di suo padre oltretutto non assecondava la sua passione per la letteratura, considerandola una cosa frivola, inutile se non addirittura sconveniente per un gentiluomo. Ma Edward sapeva di non essere un gentiluomo, bensì il bastardo di sir William. Nelle sue vene scorreva misto sangue plebeo, forse per questo detestava la sua matrigna e disprezzava suo padre.

Nonostante i divieti di quest’ultimo, Sir Edward fin da quando aveva 15 anni non aveva mai smesso di scrivere. Riuscì anche a pubblicare sotto pseudonimo qualche libro. L’ultimo consisteva in una raccolta di liriche. Ogni tanto Edward scriveva anche recensioni per un giornale locale, sempre sotto pseudonimo, non voleva che suo padre lo riconoscesse. Avrebbe potuto diseredarlo. E sempre con un nome falso firmava i suoi articoli.

Un giorno un autore che si autodefiniva “molto promettente”, decise di mandargli in recensione il suo romanzo, un lavoro concepito coi piedi, senza offesa per i piedi, pensò Sir Edward. Si sentiva in forte imbarazzo, perché quell’autore lo aveva molto lodato in passato, descrivendo la sua come vera poesia. Non voleva offenderlo, tuttavia il libro era davvero orrendo. C’erano editori che riuscivano a pubblicare simili obbrobri? Disse all’autore che sarebbe stato meglio non procedere con la pubblicazione della recensione, dato che non sarebbe stata positiva, ma l’autore andò su tutte le furie, dicendo che forse sir Edward aveva motivi di risentimento contro di lui perché tempo prima aveva litigato con una sua amica e che comunque poteva fare come più gli piaceva. Sir Edward cercò di fare mente locale, ma non riusciva proprio a ricordarsi dell’amica dell’autore, evidentemente l’aveva rimossa dalla memoria come questione poco significativa. Infatti aveva una mente a compartimenti stagni e ricordava soltanto le cose che reputava importanti o le persone che in qualche modo lo avevano colpito per una ragione o per l’altra. L’insignificanza finiva nel dimenticatoio.

Perché tutti pensano di essere degli scrittori? Si domandava. Sapeva che se avesse scritto quello che realmente pensava del libro, avrebbe innescato una reazione a catena. L’autore, piccato, si sarebbe sicuramente meschinamente vendicato, perché uno che non accetta di essere scarso, anche se di fatto lo è, può essere capace di tutto. Sir Edward aveva ora due scelte: tacere, far finta di non aver mai letto quel libro, oppure scrivere la recensione e prendersi le conseguenze del caso. Siccome Sir Walter Edward II Byron, era un tipo curioso, decise di intraprendere la seconda strada, per vedere fino a che punto poteva spingersi la meschinità umana. Così scrisse la sua sincera recensione, alleggerendo pure i toni, data la schifezza di romanzo che aveva letto, e la fece pubblicare.

Il giorno dopo fulmini e saette. L’autore rivendicava su uno squallido giornaletto locale, la sua dignità ferita, attribuendo al recensore invidie feroci per la sua grande sublime arte, risentimenti mai provati e una cattiveria inaudita. Sir Edward era sempre stato un burlone. Tempo prima aveva mandato all’autore la sua raccolta di poesie. Siccome però conosceva molto bene la natura umana e gli piaceva fare scherzetti, aveva inserito nella sua raccolta la poesia di un grande ed indimenticabile poeta, fingendo che fosse la sua.

Si aspettava ritorsioni dall’autore, e già rideva sotto i baffi. L’autore dopo aver ricevuto la recensione negativa al suo libro, si vendicò infatti, come da copione, più puntuale di un orologio svizzero. Recensì negativamente il libro di Sir Edward che si divertì moltissimo a confutare la recensione. Quello che Sir Edward non disse mai, per non far fare la figura del coglione completo all’autore, era che questi aveva recensito negativamente, definendola incoerente e inverosimile, una delle più belle poesie di Jebeleanu, uno dei più grandi autori di tutta la letteratura del Novecento europeo, scambiata dall’autore ignorante per una lirica di Sir Edward Byron, che, ogni volta che ci pensava, veniva colto da un accesso di riso.

Sir Edward da quel giorno decise di cercarsi nemici più intelligenti.

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NETTARGET EDIZIONI? NO EDIZIONI αετός PER UN NUOVO PETO-S…

Di Mary Blindflowers©



Il nodo ferroso, foto Mary Blindflowers©





Oggi parliamo di editori non a pagamento.


Non tutti gli editori non a pagamento poi pagano gli autori. Lo sapevate?



Io sì.



Tutti parlano degli EAP che chiedono duemila e passa euro agli autori per pubblicare un libro, una cosa disdicevole, ma vogliamo parlare per una volta anche degli editori non a pagamento che non rispettano i contratti editoriali?



Nel 2015 ho pubblicato il mio primo libro con Nettarget editore di Cosimo Dino-Guida, un libro di cucina scritto a sei mani, poi sono seguiti altri libri, un romanzo e altri titoli a tiratura limitata.



In ogni contratto è scritto al punto 3 II. Testuale: “l'editore invierà con frequenza trimestrale il rendiconto del venduto e provvederà al pagamento di quanto dovuto all'Autore entro la fine del mese successivo”. Questo significa che “ogni tre mesi”, l'editore, per contratto, è obbligato a presentare documentazione ufficiale del venduto all'autore e poi a pagare! 







Ora capita che il signor Cosimo Dino-Guida forse soffra di pesanti amnesie, dato che nonostante nei suoi messaggi scritti e nelle sue mail, comunica che molti libri sono stati venduti, tant'è che mette esaurito sotto molti titoli nel suo stesso sito, non ricorda mai di rendicontare ufficialmente all'autore il numero delle copie effettivamente vendute, poi del pagamento non se ne parla nemmeno, figuriamoci, ha altre cose a cui pensare, come si dice, a pagare e morire c'è sempre tempo. L'autore così si informa, e l'editore risponde: “ho esaurito tutte le copie del dio mangiato, non ne ho più, dobbiamo ristamparle, vendute”.



Quando mi rendiconti?






A breve.






La brevità però per molte persone è concetto aleatorio, un poco ballerino, un attimo che può durare un secolo e può non arrivare mai.



Poi un bel giorno, dopo molti solleciti, il pettine della verità arriva al nodo dell'inconsistenza editoriale. E l'editore inizia a raccontare le barzellette, “su cento copie edizione lusso stampate per la gloria, e tutte esaurite, ne ho regalato 99 perché io sono un filantropo”... A questo punto il copione prevede evidentemente che il povero gabbato autore si faccia due risate, e rida soprattutto considerando il resto della rendicontazione... Come dire, i conti non tornano davvero per nessun libro e non corrispondono nemmeno alle comunicazioni per mail dello stesso editore che affermava: “abbiamo venduto tutta la prima edizione di questo libro e di quell'altro, sono andati a ruba, vedrai che diventiamo...”. 



Dopo queste comunicazioni così entusiaste e pimpanti, quando si tratta di pagare, ah il vile denaro che corrompe tutto, il bello e il brutto..., le bugie cominciano ad accavallarsi: “ho stampato solo 15 copie dell'Estinzione dell'atomo pensante, e ne ho venduto una!”. 



A parte il ridicolo di quest'affermazione, che razza di editore sei se vendi una copia in pochi mesi? E che libri pubblichi? E che razza di persona sei, se prima mi dici che li hai venduti tutti e poi ti rimangi la parola, se prima mi dici che ne hai stampato 100 che poi diventano 15? 



Si vede che ha sbagliato a contare ancora una volta... Lui vende una copia soltanto e scrive esaurito sotto la copertina del libro nel suo stesso sito, eh, evidentemente ne ha regalato 14 perché è un filantropo, un benefattore dell'umanità, penso, ecco... Peccato che sul libro, nella prima pagina bianca, nell'unica copia che mi ha mandato (il contratto recita che doveva mandarmene 5), ci sia scritto: copia numero 0 di 100, riservata all'autore e poi la firma dell'editore a mano, come si faceva una volta... 


Prima pagina bianca de l'Estinzione dell'atomo pensante in edizione limitata, foto Mary Blindflowers, da 0 a 100.




Ma come, caro editore, non ne avevi stampato 15? Si vede che non sai contare bene... capita... 



Inoltre lo stesso editore, dopo essere stato sollecitato a pagare i diritti, comunica all'autore che, se vuole acquistare qualche suo stesso libro, può farlo al 30% sul prezzo di copertina “con atto di generosità”. L'autore stavolta sì, si fa corpose risate, perché nel sito dell'editore i libri vengono proposti al 40% sul prezzo di copertina a chiunque, e nel contratto editoriale c'è scritto a chiare lettere che gli autori hanno diritto al 60% di sconto sul prezzo di copertina. Non è strano?



Sì, tutto molto curioso.



A questo punto mi chiedo? Chi veramente controlla questi editori che mentono spudoratamente e prendono per i fondelli gli autori? Perché non viene applicata una legge che tuteli gli autori dalle bugie editoriali di pseudo-editori che vendono i libri e non pagano i diritti d'autore, rendicontando palesemente il falso e magari pure ristampando ad insaputa dell'autore?



Perché gli autori devono sempre fare la fine dell'ortolano?



Molti autori tacciono, accettano passivamente i rendiconti falsi, pur di pubblicare un libro. Tutto è concesso agli editori italiani. Ma è veramente questa la strada per fare cultura?



E perché caro Nettarget editore, ossia Cosimo Dino-Guida, il filantropo, il giorno dopo che ti ho mandato una bella pec di diffida, hai cambiato nome e ora ti chiami Edizioni αετός?



Cosimo Dino-Guida, quand'è che mi paghi i diritti d'autore e mi fai una rendicontazione seria che rispetti il tenore delle tue precedenti mail (tutte conservate) che recitavano: abbiamo venduto tutta la prima edizione di questo e di quello?





Attendo risposta. 


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giovedì 18 maggio 2017

Micromente©

Di Mary Blindflowers©

Le menti aride non producono frutto, foto Mary Blindflowers©



Ah defi defi, de fi c’é
la spesa in doppio stilettato,
lo iato,
l’osservato blog,
de fi c’è
passo passo l’attesa dell’errore,
in orrore alla verità brutale
del già dato,
perché sei così ipocritanimale?
Tu che pettini le bambole
della tua lucidità cranicocontusa,
confusa con esigenza viscerale di piacere
intellettofragileglobale,
perché non ti bevi due teiere?
Svegliati dal sonno.
Non ha scritto nulla
la tua micromente,
burla di
mezzopoeta defi defi c’è
oh cosa c’è… chi bussa?
Chi è?
C’è niente
ecco cosa c’è,
niente…

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Machiavelli tra censure e manipolazioni (parte II)©

Di Mary Blindflowers©

Foto Mary Blindflowers©


F. Ercole navigò nella stessa direzione di De Sanctis e B. Croce:
Neanche l’Ercole riesce ad arrivare propriamente a conclusioni che si possano dir nuove… L’interpretazione fondamentale che egli dà della dottrina del Machiavelli è in sostanza quella del De Sanctis, come fu chiarita e confermata dal Croce; della cui Filosofia della pratica l’Ercole fa tesoro per chiarire la struttura del pensiero del Machiavelli, rischiando magari d’introdurre in qualche punto idee del Croce che non potevano esserci nei lavori di uno scrittore del Cinquecento1.
Il discorso nazionalista dell’Ercole si sostanzia tutto attorno al concetto di patria, “presupposto e limite della moralità machiavellica, sia nel senso che in essa e per essa tutta la moralità machiavellica si compendia e si esaurisce, sia nel senso che al di fuori di essa non vi è per Machiavelli moralità possibile”2.
Una concezione presuntuosa che ridicolizza penosamente la moralità di Machiavelli al solo concetto di “patria”, tenacemente centralizzato per giustificare le proprie idee nazionaliste e rigidamente stataliste.
Sulla stessa linea interpretativa di Ercole anche Felice Alderisio, citato da Gramsci nei Quaderni3.
Volpicelli e Spirito hanno utilizzato Machiavelli in funzione della teoria dello Stato corporativo.
E lo stesso Spirito senza pudori ammette di non ricercare la verità in Machiavelli ma quelle parti del discorso machiavelliano utili al sostenimento della sua teoria dello Stato:
“Il fine storiografico cui tende questa indagine non è quello di una precisazione del vero Machiavelli, bensì del vero che in Machiavelli ricerchiamo per la soluzione di un nostro problema, o meglio del problema della nostra vita politica ed etica”4.
Il tema dell’unità, perseguito tenacemente dalla borghesia dell’epoca, e di fatto abortito, a causa della scarsa empatia tra borghesi e contadini, non era tuttavia un pensiero originale di Machiavelli. Già il papato aveva avuto l’idea di unificare la penisola per rafforzare il proprio potere.
Uno Stato borghese nazionale e centralizzato che non tenesse conto delle differenze socio-culturali tra regione e regione, era meglio di una federazione di Stati?
L’unica soluzione alla dissoluzione del Sacro Romano impero poteva essere dunque soltanto l’unità centralizzata e il trionfo degli ideali borghesi?
Sono domande che lo storico non può non porsi.
Del resto da secoli l’autore fiorentino suscita dubbi e perplessità.
Le Signorie e i Principati dell’epoca machiavelliana, non avevano interesse alcuno a coalizzarsi contro il potere dello Stato della Chiesa, contrariamente a quanto è avvenuto in altri Paesi.
Le Signorie infatti trovavano nella Chiesa un forte sostegno contro le aspirazioni democratiche delle masse contadine, schiavizzate, oppresse, tenute in condizioni igienico-sanitarie pietose.
La borghesia e la Chiesa non erano affatto incompatibili, infatti la disgregazione dello Stato Pontificio non è avvenuta in epoca precedente alla liberazione nazionale ma dopo e durante. La resistenza ideologica di Gioberti e Rosmini che credevano in un papato progressista, mera contraddizione in termini, dimostra l’alleanza storica tra papato e borghesia italiana, simpatia che non è mai morta e si è trascinata in modo deleterio fino alla politica contemporanea.


1Si veda F. Ercole, L’etica di Machiavelli, in Politica, vol. VI., fasc., I-II, settembre 1920, pp. 1-37. Si veda anche La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da Benedetto Croce, n. 18, 1920.
2F. Ercole, La politica di Machiavelli, Anonima Romana editoriale, Roma, 1926, p. 61.
3F. Alderisio, La politica del Machiavelli nella rivalutazione dello Hegel e del Fichte, Società Anonima Editrice Dante Alighieri, Milano, 1931; I.d. Intorno all’arte dello Stato del Machiavelli: Discussione ulteriore dell’interpretazione di essa come pura politica inNuovi studi di diritto, economia e politica, vol. V, fasc. 3- 4-5 (giugno-ottobre 1932), p. 232-262; I.d., Pietà del Machiavelli o pietà per una critica?, Todi, Tipografia Tuderte, 1941, estr. da Archivio della Cultura Italiana, a. 3. (10.), fasc. 2.-3- (1941).
4U. Spirito, Machiavelli e Guicciardini, Edizioni Leonardo, Roma, 1945, p. 49.



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lunedì 15 maggio 2017

Machiavelli tra censure e manipolazioni© (parte I)


Mary Blindflowers©



Foto Mary Blindflowers©

Machiavelli è stato l'autore forse più strumentalizzato di tutta la storia. Nei momenti di svolta, di crisi, di rivoluzione, riecco che viene letto e riletto1. Il suo famoso ed impietosamente estrapolato “fine che giustifica i mezzi”, viene poggiato sul comodino dei grandi del momento come giustificazione di pratiche politiche anche opposte tra loro e moralmente discutibili.
Non è un caso che Napoleone, Hitler, Mussolini e Stalin lo leggessero adattandolo alle loro personali esigenze di potere.
Nel 1816 l'abate Aimé Guillon de Montléon stampò a Parigi un libro curioso dal titolo altisonante: Machiavel commenté par Napoléon Buonaparte. Manuscrit trouvé dans la carrosse de Buonaparte, après la bataille de Mont-saint-Jean, le 18 juin 1815. 
Nel libro si descrive il rocambolesco quanto fantasioso ritrovamento di un manoscritto subito dopo la battaglia di Waterloo. 

In pratica un gruppo di soldati prussiani si sarebbe impadronito della carrozza dell'imperatore, piena d'oro, documenti e del manoscritto autografo, che ovviamente, andò perduto dopo poco tempo. In buona sostanza una vera e propria truffa ideata da Guillon. Tutto falso. Guillon nel libro si spacciò per Napoleone. 
Egli scrisse il testo solo per mettere in cattiva luce Napoleone associandolo a Machiavelli. All'epoca il nome dello scrittore fiorentino era già sinonimo di doppiezza, disprezzo delle regole morali e della religione.
Il libro venne ripubblicato come autentico nel 1817 dalla rivista nazionalista Ruskoj vestnik in cui il presunto Napoleone, alias Guillon, scrisse che il cammino non ha alcuna importanza se infine si arriva alla meta, riproponendo i machiavellici mezzi tramite il solito trito “fine” giustificatorio.
Ma non finisce qui, nel 1985, un editore parigino di nome Jean de Bonnot, ripubblicò l'apocrifo in costosi esemplari a tiratura limitata, annunciando clamorosamente la scoperta di un manoscritto di Napoleone, e dando ad intendere che il testo fosse autentico. Una semplice operazione commerciale.
Nel 1992 l'imprenditore Silvio Berlusconi, ha pubblicato Il Principe di Machiavelli con la sua prefazione e il commento dello pseudo-Napoleone Guillon che per la prima volta ha visto la luce nella traduzione italiana. Il testo, stampato in pochi esemplari “per gli amici” venne riproposto a più ampia tiratura nel 19932
Il libro, associando negativamente Machiavelli a Napoleone, dimostra come la leggenda nera di un fiorentino ambiguo non sia un fatto cinquecentesco, tutt'altro, ha attraversato secoli di storia.
Per De Sanctis Machiavelli era il “fondatore dei tempi moderni”, lucido interprete della cultura medievale da lui superata attraverso un filosofia dell'uomo che possiede in terra “serietà, scopo e mezzi” per cambiare politica. Il segretario fiorentino avrebbe superato la concezione individualistica dell'uomo per inserirlo in una comunità etica, in uno Stato.
Il nucleo fondamentale del pensiero di Francesco De Sanctis sull'argomento Machiavelli batte il chiodo della causa dell'unificazione nazionale, Scrisse infatti nella sua Storia della letteratura italiana che il segretario fiorentino: “Ebbe chiarissimo il concetto che l'Italia non potesse mantenere la sua indipendenza se non fosse unita tutta o gran parte sotto un solo principe. E sperò che casa Medici, potente a Roma e a Firenze, volesse pigliare l'impresa”3.




1Sterminata la produzione di saggi su Machiavelli. Ciascun autore prende posizione e modifica il suo giudizio sulla base delle sue stesse convinzioni politiche, adattando Machiavelli alla contingenza delle scelte e delle situazioni. Negli anni 1923-33 in particolare si ebbe in Italia un'incredibile fioritura di articoli, libri e discorsi sul segretario fiorentino che ancora oggi fa discutere. 


2 E. Buonanno, Sarà vero. La menzogna al potere, falsi sospetti e bufale che hanno fatto la storia, Milano, Einaudi, 2009; N. Machiavelli, Il Principe, a cura di V. Branca, Silvio Berlusconi editore, Milano, 1993. 



3F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Mondadori, Milano, 1991, p. 481. 



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domenica 7 maggio 2017

Lanugine di Pioppo©

Di Luca Leoni©


Foto Luca Leoni©



Lo ricordo con tristezza, quello che mi dissero sugli ultimi giorni di Franco. Nonostante fosse agli sgoccioli, dovette fare più volte da paciere tra moglie e madre, che continuavano a giocare a suocera e nuora, guerreggiando senza alcuna pietà del suo capezzale. Stremato e scheletrito dalla malattia, dovette inventarsi un vocione artificiale per richiamare all’ordine le sue donne, che forse creavano quella tensione apposta: volevano distoglierlo dai brutti pensieri.

Era il giovane fabbro di campagna, dai pagamenti personalizzati per tutti; diceva sempre: “me li dài un po’ alla volta, quando puoi…”. Aveva lo sguardo da santo, con le sue spalle leggermente ricurve: era figlio di poveri come tutti noi, con il terreno in cui spezzarci la schiena e riposare pagato a cambiali. Aveva imparato a domare il ferro, a renderlo burro color fuoco in paese, tra i vicoli semideserti che scorrono come ruscelli di pietruzze nere verso sudest.


I suoi occhi azzurri avevano una tonalità femminile. I tratti delicati del viso avevano condannato Franco ad essere mite e sorridente, di un sorriso timido e breve. Come se i muscoli facciali più trainanti soffrissero di facili blackout, come se sapessero già tutto e avessero deciso di estendersi e contrarsi a regime ridotto.

Nella penombra della sua officina, appena si toglieva dagli occhi la maschera da saldatura e ti guardava, diventava tutto prato verde e fiori di campo.

S’era ammalato e non ce la faceva più, ad imbastire carpenteria metallica di una certa consistenza. La voce si sparse presto, le committenze svanirono come lanugine di pioppo spazzata via dal vento. Me lo ricordo bene, con la sua Fiat 128 rossa, raccomandarsi a tutti i suoi clienti con piccole realizzazioni a bordo, soprattutto lampioncini in ferro battuto, per sfamare la sua famiglia. Lui che era timido e si vergognava, di chiedere quell’elemosina porta a porta!

La sua foto a colori, sbiadita e ritoccata a mano, mi fa pensare ogni volta alla breve, ma intensa alba di luce di una vita, la sua, dimessa e operosa.

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venerdì 5 maggio 2017

Cesare perduto nella pioggia...©

Di Filippo Cusumano© postato da Maria Concetta Giorgi

Foto Mary Blindflowers©


...E Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina. E rimane lì, a bagnarsi ancora un pò, e il tram di mezzanotte se ne va , ma tutto questo Alice non lo sa... 


...


Cesare Pavese ha 17 anni, vince la sua timidezza, si presenta ad una cantante ballerina, scambia qualche parola con lei, si convince che la ragazza non sia insensibile alle sue attenzioni, fatte soprattutto di sguardi smaniosi ed insistenti.

Alla fine prende coraggio le chiede un appuntamento e lo ottiene.

Si troveranno alle sei del pomeriggio all’ingresso principale del caffè.

Alle sei in punto Pavese è lì.

Ma la cantante ballerina non arriva.
Passano le ore e Pavese è sempre lì.
Sempre più agitato, ma deciso a non mollare.

Verso le 11 comincia a piovere.
Pavese non ha l’ombrello, ma resta lì.

A mezzanotte si arrende.



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lunedì 1 maggio 2017

Primo o-maggio©



Di Mary Blindflowers© 

Lux, pastello su carta, Mary Blindflowers©


Primo o-maggiorubino che esce

dentro rosappassita

trita di vento molesto

dipinta nell'arresto del sole,

ahi Tubalcain che fabbrichi fole

di ferro forgiato dentro cui disponi

l'omologato che cresce,

la massa ha un tutore,

la pecora il cane,

il minion un padrone che mesce,

cosa sarebbe se no?

Festa dei lavoratori

dove non si lavora

senza una tessera, un cerchio,

una pedata e un rosario,

in compenso si trama a ogni ora.

Predica il Papa nel confortario.

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