sabato 22 aprile 2017

Pranzo di Battesimo©

Di Luca Leoni©


La mattanza iniziò prima dell’alba. Ventiquattro tra polposi capponi e decrepite galline e polposi capponi vennero macellati da nonna Irene, Peppina e Iolanda. Non si sprecò neanche il sangue, raccolto in una vecchia padella d’alluminio senza manico. Il pentolone iniziò a sbuffare vapore candido e denso quando le montagne a est iniziarono a tingersi di un blu lapislazzuli.
Quarantotto zampe gialle limone vennero desquamate e messe a cuocere in una pentola a parte. Erano tutte per Arnaldo, in furiosa adolescenza e di un’altezza inusuale, come suo nonno pizzardone dalla calligrafia svolazzante. Amava spolparli, quegli arti bolliti. Iniziava dai polpastrelli, poi sfilava i tendini come fili d’acciaio di freni di biciclette abbandonate. Infine rosicchiava la cartilagine, mentre il sugo del brodo gli colava dagli angoli della bocca.
Il piccolo corvo venne battezzato quasi a porte chiuse, di fretta, col prete che spalancò più volte la bocca per sbadigliare mentre farfugliava un parlottio incomprensibile. In strada, i rumori della città in movimento tacevano ancora.
Il pranzo venne imbandito su un tavolo chilometrico. Una ventina di commensali, tra cui una coppia forestiera. Lei attraente e ben in carne, dagli sguardi di lampo. La consumazione ebbe inizio, principiando dalla stracciatella. Arnaldo trangugiava le sue zampe bollite in disparte, tenendo d’occhio tutti i commensali. Notò ben presto che i patriarchi, a più riprese e a turno, fingevano di far cadere le posate. Si chinavano per raccoglierle, dirigendo lo sguardo nel medesimo punto, infilando la testa sotto la tovaglia. Quella curiosa apnea diventò ben presto un vero e proprio tormentone.
Arnaldo volle svelare cotanto arcano. Osò mettere il naso in quel vaso di Pandora, infilando la testa sotto la tovaglia in un punto sguarnito del tavolo sterminato e orientandosi nella medesima direzione presa dagli sguardi dei patriarchi.
Ecco, tutto aveva un senso: la forestiera attraente e ben in carne si beava di ostentare le sue calze con giarrettiera, disponendo le gambe polpose in una posizione non proprio pudica.
L’adolescente tornò alle sue zampe da spolpare, ma il suo chiodo fisso era rimasto lì, a quelle gambe carnose appena sbirciate.



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