martedì 25 aprile 2017

La storia non condivisa. 25 Aprile©

Di Pierfranco Bruni©

Foto Mary Blindflowers©

“Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione” (Cesare Pavese) Quel 25 aprile coinvolse anche uno scrittore come Cesare Pavese? Restano emblematiche alcune pagine di un romanzo straordinario dal titolo La casa in collina: “…ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato…”. Non è vero che Pavese è da annoverare tra gli scrittori che si sono rifugiati fuori dalla Resistenza o fuori dalla lotta politica tra il 1943 – 1945. Pavese non condivise la lotta armata. Leggere i suoi scritti per credere. Non la condivise né come uomo né come intellettuale. E non è neppure vero che scrisse Il compagno per farsi perdonare qualcosa. Scrisse questo romanzo per denunciare una situazione ideologica. Così come La casa in collina e La luna e i falò. In questi due romanzi non c’è assolutamente il disimpegno. C’è invece l’impegno dell’intellettuale e in modo particolare dello scrittore che riusciva a guardare e ad osservare uno spaccato storico non con le lenti dell’ideologia e della demagogia ma con una capacità critica che va oltre ogni pur semplicistica posizione ideologica. Ho lavorato per oltre quarant’anni su Cesare Pavese pubblicando diversi saggi. ​ Pavese non si disimpegnò. Si impegnò come scrittore. Questo impegno non è chiaramente a misura ideologica. E’ qualcosa di diverso anche se non manca una precisa affermazione culturale. Il travaglio di Pavese è stato un travaglio tutto esistenziale e intellettuale ma che chiedeva una voce, un approccio, un riferimento cristiano. In Pavese questa necessità di dare risposta alla sua coscienza si avvertiva. La letteratura era un attraversamento mitico e simbolico. E questo percorso verso il mito, comunque, costituiva l’altra faccia di una medaglia la cui interpretazione aveva una valenza sacrale. C’è pathos proprio in La casa in collina. La centralità dell’uomo oltre ogni ideologia. Un messaggio di tolleranza e di pacificazione. Occorre rileggere certe pagine: “Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificarne chi l’ha sparso”. Il 1936 è l'anno di Lavorare stanca. Poi vennero i "paesi" della rievocazione dei miti sino al 1947 con Dialoghi con Leucò. E poi ancora il mito della casa, come memoria di un luogo e dell'anima, e della collina. Poi ancora la metafora - simbolo della luna e il richiamo ancestrale del falò. Ma l’anno precedente al 1950 è un anno chiave per Pavese. Il 1949 è stato uno degli anni più intensi, e forse più faticosi anche sul piano esistenziale, della vita e della ricerca letteraria di Cesare Pavese. L’anno successivo, nell’agosto del 1950, si uccide in un albergo di Torino, lasciando sul comodino uno dei libri, certamente, più significativi che abbia scritto. Mi riferisco a Dialoghi con Leucò . Un libro simbolo nel quale si ripercorre tutto un viaggio all’insegna del mito e del simbolo. Mito e simbolo hanno caratterizzato una chiave di lettura che ha trovato proprio in Pavese un riferimento per quei valori che si identificano nelle radici, nella riscoperta di una appartenenza, nel bisogno di memoria che le civiltà, i popoli, gli uomini hanno. Vita e letteratura dunque nel dramma di un poeta e di un uomo. Pavese, nonostante tutto, resta uno di quegli scrittori che ha raccontato gli anni della Resistenza, la guerra partigiana e repubblichina con angoscia e pathos. Sempre da La casa in collina: “E verrà il giorno che nessuno sarà fuori dalla guerra; né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso…”. Certo non si può parlare di un Pavese disimpegnato. Si serviva degli strumenti della letteratura. Si pensi a La luna e i falò. Un romanzo dichiarazione. Proprio all’inizio del dodicesimo capitolo c’è un inciso di una forza stravolgente: "…quanti poveri"



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