sabato 1 aprile 2017

Il polittico in costante espansione©

Di Luca Leoni

Opera di Sonia Wickham©


E’ un villaggio abbandonato, il nostro. Depredato fino all’oro alle dita, alle orecchie e nelle bocche dei nostri morti, come i registri dalle pagine strappate e bruciate per cancellare ciò che è stato. Hanno agito indisturbati, alla luce del sole, mentre noi eravamo nelle quiescenti tenebre, abbagliati e storditi dal falso benessere. Mercenari del profitto, costoro. Miopi degli affaracci nostri, noialtri. Completamente assente, la lungimiranza, spodestata da una navigazione a vista. Hanno saputo metterci l’uno contro l’altro, hanno eraso perfino il concetto di quartiere, vicolo, condominio. S’è annidato il sospetto, nei pianerottoli: spariscono i contenitori della differenziata, rispondono in pochi agli inviti a contribuire all’illuminazione delle scale. Si sente nell’aria, il distacco di quell’utenza di tutti e di nessuno. Siamo orientati verso il buio totale. E’ delegato agli stranieri, il ruolo di luciferi. Perché la nostra assuefazione ci ha privati della capacità di vedere la bellezza sui nostri muri, nelle nostre piazze, negli sguardi e nelle parole. Sono come i Magi di cui parlò James Joyce, i nostri stranieri. Giungono da lontano e riescono a vedere ciò che è visibile e palese, ma soprattutto ciò che a noi sfugge per colpa della nostra assuefazione. E il loro stupore creativo, dal sapore vagamente infantile, inietta nuova linfa vitale in questa nostra identità, che continua a mutare per non estinguersi.
Sono loro, gli stranieri, la speranza per questo nostro villaggio abbandonato.

Opera di Sonia Wickham©

Mi viene in mente un polittico, quello ‘dei Dottori della Chiesa’ di Antonello da Messina, smembrato tra Firenze, Milano e Palermo. Con quelle tavole divise per sempre, come fossero sorelle, da quello che era il loro nucleo familiare originario, ciascuna usurata in modo diverso, ciascuna costretta a subire manomissioni e ridipinture arbitrarie dopo chissà quale viaggio avventuroso. Con quelle affinità congenite, costruite con una minuzia figurativa e una snodata rigidità dal retrogusto fiammingo. Perché l’artista irlandese Sonia Wickham, residente in Italia da tempo, sta realizzando, a mio avviso, i dipinti su legno di un polittico ideale e al femminile che narra, in ogni scomparto, una storia unica e irripetibile ma di ampio respiro. Il suo è un cantiere aperto senza data di consegna dei lavori, con i tempi scanditi da orologi senza lancette e con ingranaggi che obbediscono soltanto alla sistole e alla diastole dell’ispirazione, che l’artista chiama ‘ombre del passare dei giorni’: un estro creativo nel quale la Wickham riconosce tutti i dati del suo diario di viaggio quotidiano, ombre della sua identità netta, decisa, apparentemente di poche parole che soltanto la fantasia riesce a rendere inaspettatamente caleidoscopica. Ammiri le sue creature dalla natura umana e animale, eleganti e di respiro quotidiano, e la mente va di primo acchito alla cosmografia di Hyeronimus Bosch, a quel brulicare aggrovigliato di umanità e mostruosità nel quale i ghigni non sono altro che digrignar di denti sotto un’altra forma. Ma appena svanisce l’associazione d’idee più immediata e grossolana, ecco il connubio tra lettere e folkore, tradizione orale e grafica creativa, mito e horror vacui: mi riferisco all’opera monumentale dello scrittore irlandese James Stephens, che non può prescindere dalle creazioni dell’illustratore londinese Arthur Rackham. Ma lo stile di Sonia Wickham brilla di luce propria. Può evocare artisti del passato, può far pensare ai personaggi di Lewis Carroll in ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’, al mondo oscuro e inquietante tendente al demoniaco di Johann Heinrich Fussli, ma la giovane artista non cede mai all’imitazione o al manierismo. Al massimo, ciascuna creatura può rendere conto alle dimensioni della superficie lignea, trasformandone con sapienza camaleontica in pregi i difetti. Ciascuna sua creatura si adatta placidamente alle dimensioni della superficie lignea, trasformandone con sapienza camaleontica in pregi i difetti. Con questa metodologia si è tornati a quella pittura quattro-cinquecentesca, sontuosamente minuziosa, per superfici di formato da viaggio, com’era quella per facoltosi committenti fiamminghi o nordeuropei, la nuova borghesia spesso in giro per affari e quindi costretta a portarsi dietro un corredo e un arredamento agilmente allestibili e rimuovibili.

Opera di Sonia Wickham©

Quando la penna della Wickham riproduce aspetti del mondo vegetale, vi percepisco echi potenti degli acquerelli di Durer.
Dalle composizioni con coppie di creature zoomorfe traspare una recondita lotta per la sopravvivenza, malgrado venga celata in smorfie o sguardi di sfida. Ha grande padronanza dell’anatomia, nella quale riconosco la paternità accademica degli analoghi studi di Leonardo.
L’artista irlandese mi ha fatto tornare in mente la serie televisiva ‘Emil’, trasmessa in Italia tra il 1974 e il 1975 e tratta dai romanzi dell’autrice svedese Astrid Lindgren: il protagonista, Emil, è un bambino estroverso e autore di capricci tipici della sua età, ma ogni volta, per punizione, viene chiuso nella falegnameria della fattoria. Qui inganna il tempo intagliando, ogni volta, una statuina di legno diversa dalle precedenti: così come ogni statuina di Emil impersona una sua marachella, ciascuna opera di Sonia Wickham rappresenta un particolare stato d’animo dell’artista.
Ci vedo la nebbia e i paesaggi irlandesi, in quello sfumare di bianchi e neri, talvolta blu. Una sapienza figurativa che si affida molto all’occhio dello spettatore, alla sua memoria visiva. Penso ai pannelli di questo polittico in continua espansione e vedo in ciascun dipinto un mondo di senso compiuto, che una scrittura visionaria ed evanescente sarebbe in grado di tradurre in letteratura.

Ma parlo per me.

Si è liberi anche di pensare che quella straniera dallo strambo taglio di capelli, tendenzialmente taciturna, non faccia altro che imbrattare con scarabocchi quei rimasugli di falegnameria, spacciando quei suoi mostriciattoli per opere d’arte.

Per come la vedo io, credo che Sonia Wickham possa sembrare di poche parole solo perché estremamente scrupolosa ogni volta che sceglie, in parole, grafica o pittura, le modalità d’espressione dei suoi pensieri.
Con risultati oggettivi che, puntualmente e a prescindere dalle dimensioni e dalla tecnica, sono a mio avviso capolavori nella forma e nel contenuto. 
Che, come in un richiamo ancestrale della Natura, ti fanno venir voglia di toccarli.



Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


Nessun commento:

Posta un commento

Inserisci commento