giovedì 6 aprile 2017

I congiurati©

Di Luca Leoni©

Prete Cozzi, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©


Erano in pochi, fortunatamente. Ma decisi a tutto, pur di sferrare un attacco al nemico. M’hanno fatto pensare a certi azzeccagarbugli di profilo macellaio, insaccati nei loro completi di trent’anni fa, che ti stringono la mano senza presa. 
Importante, la stretta di mano. Non dev’essere stritolante ma neanche smidollata, come fosse un polpo esanime ma ancora tiepido, appioppato nella tua mano aperta come un petto di pollo sulla bilancia argentata.
E lo sguardo, che qualcuno usa come una lancia per colpirti al centro dell’orbita oculare e, così facendo, illudersi di prevalere in un assurdo duello. In uno sguardo, il primo, è scritto tutto, ma costoro lo ignorano, avvolti come sono nel loro saponificato cellophan di saccenza, di ‘ehi, sbarbatello, tu non sai chi sono io’, con speranze ormai nel dimenticatoio del Giano canuto.
Sono individui privati di ogni specchio, che si portano dietro come mosconi affamati ogni loro singola pulsione di onnipotenza.
Hanno modi civili, benché mai gioviali. Leggi nei loro silenzi apparentemente ricettivi lo scirocco più nauseante prima della tempesta.
Parlottano, borbottano, annaspano, sospirano, ronzano; si compattano a coppie, si scambiano occhiate scandalizzate al di sopra delle lenti dei loro occhialoni da motociclista. Con apparente civiltà, sembrano saper gestire un gesticolare rafforzativo, quasi da salotto gestito da compunti anglisti.
Ma appena il condannato tace per lasciare spazio alle domande, i loro indici diventano strali di balestre letali.
Credevano di poter trucidare un novello San Sebastiano, ma scagliano solo fiacchi stuzzicadenti di legno scadente.


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