martedì 14 marzo 2017

Tra la parola e il nulla©

Di Pierfranco Bruni©

Foto Mary Blindflowers©

Nel proprio viaggio lo scrittore vive sempre un colloquio. Tra la parola e il nulla o ciò che è oltre la parola stessa. “Il Colloquio con la madre” di Luigi Pirandello (dalle Novelle) è uno dei colloqui più affascinanti, profondamente scavanti e melanconici di Luigi Pirandello. Pirandello la luna e la madre sono nel viaggiare tra gli scogli e il passato. Chi maggiormente ha saputo leggere Pirandello è stato Corrado Alvaro. Pirandello è in Alvaro e vive nel mio viaggio accanto. Uno scrittore che ha saputo superare il realismo tratteggiando la favola. Pirandello e Alvaro, insieme a Pavese, costituiscono l’itinerario del possibile vivere oltre l’impossibile dimenticare.
Alvaro nelle pagine che consegna alla rivista di Bottai e Vecchietti, “Primato”, è autenticamente uno scrittore che sembra stia al di fuori della storia e del presente. Di lui, Francesco Squarcia, sul numero 6 del 15 marzo 1941 scrive: “… Alvaro alle favole ci crede ancora”.
Nello stesso numero, Alvaro aveva pubblicato il racconto “Il vicolo”. E Squarcia sottolinea ancora : “Il problema resta, in fondo, ancora uno, e cioè se l’Alvaro abbia varcato o dissolto il dissidio fra le sue ispirazioni ritenute per lui fondamentali, la paesana (Calabria, primitivismo,folklore fiabesco) e quella, tanto per intendersi, novecentesca o cosmopolita”.
Città e campagna costituiscono non più un dissidio, ma una comparazione, un’interazione, un’armonica intesa. Una prosa che rimanda chiaramente ad una interpretazione quasi rondiana, ovvero ad una prosa d’arte molto vitale in un’altra rivista di qualche anno precedente che faceva capo a Vincenzo Cardarelli: “La Ronda”.
Una delle questioni letterarie che ha dato vita ad un dibattito vasto ed articolato, sulle pagine di “Primato”, è stata quella dell’Ermetismo. Vi hanno partecipato i maggiori protagonisti della letteratura di quegli anni: da Corrado Alvaro a Massimo Bontempelli, da Emilio Cecchi a Giuseppe De Robertis, da Francesco Flora a Eugenio Montale, da Corrado Tavolini a Arnaldo Bocelli, da Giovanni Titta Rosa a Danilo Bartoletti, da Camillo Pellizzi a Carlo Linati, da Gianfranco Contini a Francesco Bernardelli, da Silvio Benco a Cesare Angelici.
La cultura, diventa strumento di intervento politico-culturale. Egli usa, sul numero 7 dell’1 Giugno 1940, il termine “interventismo” , decontestualizzandolo proprio degli anni precedenti l’ascesa al potere del fascismo, riferendosi al ruolo preminente che gli intellettuali avrebbero dovuto avere nel passaggio dal vecchio al nuovo ordine.
Infatti, Bottai scriveva che “la nuova civiltà deve rifluire a poco a poco, in tutte le direzioni dell’attività umana, farsi scienza, educazione, scuola”. In Bottai c’è, in realtà, la consapevolezza del ruolo che la cultura e gli intellettuali, di ogni estrazione ideologica, possono avere sulla crescita culturale della nuova civiltà.
La letteratura, nella cultura o nelle culture che avanzavano con difficoltà e nelle realtà necessariamente sommerse che si diffondevano, chiedeva un maggiore radicamento grazie anche alla descrizione e al raccontare i paesaggi, a ridefinire i personaggi, a recuperare il linguaggio filtrato da forme dialettali.
La rivista in questo tentativo è aiutata dai più significativi nomi della letteratura: C. Pavese, E. Montale, S. Quasimodo, M. Luzi, C. Alvaro, C. E. Gadda, G. Comisso, V. Brancati, G. Dessì, G. Piovene.
Questi scrittori, questi poeti, gli stessi critici esprimono un’immagine della provincia che si costituisce come essenza di un vocabolario, non soltanto letterario, ma anche esistenziale.
Gli scrittori che partecipano a questa avventura sono scrittori, in fondo, che hanno raccontato un essere di paese e hanno manifestato l’importanza di quei radicamenti che rimandano alle radici. Un modo significativo di un approccio letterario che passa attraverso il giornalismo e quindi passa attraverso un codice di comunicazione più diretto e immediato che è dato dalla pagina del giornale. 
Alcuni scrittori di quelli già citati raccontano la città (Riccardo Bacchelli con Ferrara o di Massimo Dursi con Trieste), la campagna (il caso di G. Dessì con la sua Sardegna), il mare (il caso anche di C. Pavese), il sentimento dell’isola (il caso di V. Brancati), l’appartenenza alla terra (il caso di C. Alvaro e di C. Pavese ), il viaggiare nelle stagioni (il caso di Arrigo Benedetti) o il viaggiare per immagini (il caso di G. Comisso).
Il tutto all’interno di una dimensione in cui la favola prende il sopravvento. Accanto alla favola è la metafora che sfuora e penetra ogni viaggio. Credo che in Alvaro ci siano tutti quegli elementi metaforici che attraversano il reale abbandonandolo. Appunto come è stato in Pirandello e come si vivrà in Pavese. È l’antropologia che diventa una chiave di lettura all’interno del vissuto dei tre scrittori e la figura femminile diventa predominante. La terra è madre ed esilio. È fugacità e sconfitta. È smarrimento. Una volta che si ritorna non si è più. Sia Alvaro che Pavese hanno scritto per “Primato”.

La parola come segno indelebile di una tradizione diventata eredità. La terra in Alvaro è il cerchio magico nel quale Medea diventa disperante agonia di un viaggiare. La madre – abbandono – memoria in Pirandello è traversata dalla solitudine all’esilio nel viaggio dell’anima. La morte in Pavese non è un assurdo ma anch’esso un viaggio nel silenzio e nella pietà. Scrivere resta l’unica forma per sopravvivere. Alvaro e Pavese negli anni Quaranta sono interpreti di un linguaggio della memoria e in “Primato”, oltre che nei loro libri, sono esperienza e testimonianza. Pirandello era già oltre gli autori e custodiva i centomila destini in un unico viaggio. Il mio viaggio è sempre un viaggio accanto. Per diventare un viaggio dentro. Come in Alvaro. In Pirandello. In Pavese.

Chi ha saputo leggere senza giustificare nulla ha capito. Chi ha letto senza chiedersi ha compreso. Chi ha navigato le pagine non interrogandosi, ma viaggiando il proprio labirinto, ha vissuto.


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