martedì 28 marzo 2017

L'arte esiste se non esiste©

Di Mary Blindflowers©

L'artista che s'offre, carboncino su carta, Mary Blindflowers©



L'arte, che bella parola, così musicale, poetica, depauperata, violentata. Un tempo, quando ancora non erano stati inventati i linguaggi informatici e l'uomo non aspirava ad essere simile ad una macchina, si distinguevano le arti meccaniche o manuali, i cosiddetti mestieri, da quelle gentili o liberali, legate all'attività intellettuale.
Se prima gli artisti erano pochi e non sempre ben pagati, oggi sono tanti e per lo più disoccupati in cerca di un posto al sole.
Qualsiasi attore, fotografo, scrittore, poeta o presunto tale decide così di diventare artista, anche se di fatto non ha creato nulla. “L'arte è anche disegnare dei baffi su una statua greca”, così ha detto durante una discussione su fb, uno dei tanti “artisti” che circolano in rete, cercando di definire l'arte che di fatto oggi, è diventata indefinibile, primo, perché a usare le mani e la testa ormai sono in pochi, secondo perché, anche l'utilizzo della tecnologia, sarebbe, secondo i pesci sincronizzati pro-etichettatura, arte pura. Qualsiasi atto creativo è arte, secondo altri. Così tutto diventa arte, dalla foto delle proprie scarpe, ai versi riciclati stile ottocento amore fa rima con cuore su cui è stata infilata una parolaccia, al romanzetto stile Liala tutto tremiti e spasimi alla Invernizio, perché l'arte colpirebbe il cuore, senza dimenticare la foto del proprio giardinetto fiorito che fa tanto primavera. Un mondo di artisti, di poeti, di scrittori... Non se ne può più!
In tutto questo calderone l'unica soluzione possibile è negare l'arte per affermarla. Il paradosso è dato dal fatto che l'arte esiste quando di fatto non esiste, proprio come la morte di Epicuro.
Nel momento stesso in cui ciascuno afferma di essere, a suo modo, un artista, nega l'arte, la fa scappare, allontanare, vergognare quasi.
L'arte non ama gli “artisti”, quelli che mettono nei profili la loro condizione di poeti, con pomposa quanto ridicola autoproclamazione di un titolo che non significa niente. Lo scopo dell'arte è andare oltre chi la produce, che non è nulla, la sua universalità consiste proprio nel superamento di se stessa e del demiurgo che la fa nascere, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che ciascuno veda in una stessa opera cose diverse, che sfuggono perfino alle intenzioni originarie dell'autore. L'arte è il delizioso bluff di una puttana casta, si mostra a tutti ma non si concede a nessuno.
L'etichetta che ognuno appone sulla propria fronte o sul proprio profilo personale, “artista”, è di fatto un non-sense, l'etichettatura di ciò che non dovrebbe mai avere nessuna etichetta.
Chi si impianta nelle ossa morte della definizione dell'arte, la sta uccidendo, la nega pericolosamente perché non esistono definizioni per l'atto creativo. Se esistessero smetterebbe si essere tale, si alienerebbe per diventare qualcos'altro. Cosa? Solo desiderio dell'autore di affermarsi autoproclamandosi poeta, scrittore e via dicendo... Per questo ad ogni nuovo libro molti scrittori parlano di “figlio”, con autentica emozione, come se l'avessero partorito con gran spreco di sangue. “Il mio nuovo figlio...”, esclamano turbati. Peccato che i figli non solo non appartengono ai genitori, ma non scongiurano neppure l'oblio. Chi si etichetta come artista bluffa, vuole solo sfuggire alla dimenticanza che lo travolgerà.

Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


Nessun commento:

Posta un commento

Inserisci commento