mercoledì 15 marzo 2017

Capanne e baracche©

Di Luca Leoni©



Uno scrupoloso ed elegante lettore di lingua inglese, anni fa, sguazzò per meno di un minuto in un inciso: durante una lezione, si meravigliò del fatto che poco fuori della mura di cinta di Roma, fino a non moltissimi decenni fa, la gente abitasse in capanne.
Penso a lui ogni volta che, grazie al treno, mi avvicino ai resti colossali dell’Acquedotto Felice e, non sempre, mi collego al ricordo di quella pala d’altare eseguita da Domenico Tojetti per una chiesa di Pollenza, nelle Marche. L’ottocentesco pittore di Rocca di Papa, nel paesaggio, inserì quello stesso acquedotto per citare indirettamente la sua città natale. Un autoritratto toponomastico, il suo, meno clamoroso di quello giovanile presso Sant’Agnese sulla via Nomentana.
Si sono dimenticate, le rituali modalità costruttive delle capanne latine, con quei due spioventi resi impermeabili da cespugli che noi chiamiamo ‘scopigli’. La ricordo nitidamente, la capanna nel terreno dei miei nonni nelle campagne di Castel Ginnetti. E’ stata soppiantata da una villa enorme in cemento, ma la vedo ancora. E, soprattutto, vedo quei visi e ascolto quelle parole, leggo quei silenzi. Sono sculture in granito, nei miei ricordi quotidiani.

No, non ci sono più le capanne evocate dal lettore inglese, addossate alle briciole colossali dell’Acquedotto Felice. Sono le brutte copie sbiadite delle baracche nobilitate dalla letteratura e dal cinema di Pier Paolo Pasolini. Piccole come un singolo blocco dell’acquedotto, ma fatte di cartone e di fòrmica rigonfia, deformata dall’umidità nonostante, qua e là, brandelli di teli di plastica per tentare di arginare l’insidia delle piogge.
Prima di Porta Maggiore, altre baracche alla rinfusa: eternit ovunque, molte tegole marsigliesi ma prima ancora forati e laterizi d’infima qualità, con intonaci frettolosi di pozzolana rossiccia, come quella delle Cave Ardeatine. O Fosse. Ed ecco la chiesa di Sant’Elena, in un quartiere fantasma di se stesso sventrato da linee ferroviarie come formicai: è sempre più sbiadita e lontana, quell’Anna Magnani falciata da un mitra tedesco.

Diciamoci la verità: Roberto Rossellini, il suo neorealismo, la sua ‘Roma città aperta’ distano da noi millenni.




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