mercoledì 8 febbraio 2017

Sale nel caffé©

Di Mary Blindflowers©

Graffi, tecnica mista 42 x 30 cm. Mary Blindflowers©


La continua ansia di definizione, lo sgomitare per conquistare un nome, un nome definente e sintetizzante che appena pronunciato possa suscitare una reazione familiare in chi lo sente. Ah sì, lo conosco, ma certo, è famoso!
E poi arrivano, puntuali come orologi, le domande insistenti degli intellettuali di internet che ti chiedono cosa scrivi, come se fossero realmente interessati alla tua scrittura. Chiedere ad uno scrittore cosa scrive equivale a mettere il sale nel caffé. Girandolo e continuando ad aggiungere sale, il risultato non cambia: la ciofeca è pronta. E lo scrittore risponde, con inerzia educata, spiegando con pazienza cosa scrive: narrativa, romanzi, poesie, teatro, saggistica, un po' di tutto... e l'intellettuale, a sua volta scrittore, incalza, e che genere di romanzi scrivi, come se non esistesse la rete e avesse bisogno di chiedere. Lo scrittore risponde che no, non si può ridurre tutto ad un genere preesistente, specie se si fa sperimentazione, se si cercano nuove assonanze, e il curioso finge di non capire una risposta che esula dai suoi schemi mentali preimpostati, per lui un fantasy è un fantasy, un giallo un giallo, un romanzo d'amore un romanzo d'amore, il nero nero e il bianco bianco. Le sfumature non esistono, non esiste nemmeno la pittura e il caleidoscopio di immagini onirico-fantastiche nel suo ristretto universo concentrazionario soffocante. Lo scrittore allora capisce che il curioso intellettuale non capirà, lo intuisce amaramente, tra le righe delle sue inutili domande. Poi quando l'intellettuale gli chiede, dimmi un nome che vende e che fa il tuo stesso genere, dopo che lo scrittore gli ha detto che la sperimentalità non è inquadrabile in un genere, allora lo scrittore non sa se è in presenza di un mentecatto, di uno che finge, che provoca per il gusto di provocare o del solito imbecille di turno. Poi quando l'intellettuale dice che può dargli dei consigli, l'ultima ipotesi si rafforza enormemente. Che cosa spinge un essere senziente a dare consigli non richiesti a chi fino al giorno prima nemmeno lo conosceva? Il volontario dà consigli senza mai aver letto nulla, per sua stessa ammissione, di quello che scrive l'interlocutore, lui dà consigli senza basi di conoscenza, senza aver visionato l'opera. Addirittura sentenzia sullo pseudonimo usato dallo scrittore, non giudicandolo adatto per misteriosi quanto non specificati motivi, e il prezzo di copertina di un libro gli sembra troppo alto, libro che non ha mai letto, che non leggerà mai e di cui vuole correggere pomposamente la sinossi. In compenso dice che lo scrittore non è la Cornwell, che insomma non lo conosce nessuno... Dopo la citazione della Cornwell come scrittrice “conosciuta” e di talento, ci si chiede se questo stesso intellettuale sia davvero un intellettuale e cosa conti per lui. Un nome definente? Vendere? Essere Qualcuno? Lo scrittore non ha mai sentito prima il nome dell'intellettuale che vorrebbe consigliarlo, ma non glielo dice per evitare scontri mediatici del terzo tipo, e deflagrazioni dell'io tronfio ridotti a sgonfiati palloni aerostatici.
Certe conversazioni fanno riflettere.
Chiediamoci se sia davvero così importante essere conosciuti, appartenere ad un genere esistente di scrittura, essere definiti, etichettati, catalogati, raggruppati come polli da batteria.
Chiediamoci a cosa possa servire tutto lo sgomitare, l'odio tra poeti, tra scrittori, il continuo battibeccare, sparlare, le recensioni per dispetto di certi scrittorucoli piccati, il non accettare alcuna avversativa post-lettura, ma solo elogi esenti da qualsiasi analisi del testo, pena scatenamento del gruppo di riferimento, a che servono mai le dichiarazioni di guerra, l'interrogarsi su come sarà il futuro. Il futuro è oggi, basta solo saperlo accettare, nel bene e nel male, assieme a critiche che però abbiano almeno un minimo di onestà intellettuale e di intelligenza creativa esulante dal pollaio di riferimento costante.



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