venerdì 3 febbraio 2017

Luciano De Vita nell'Aula Morandi©

Di Marco Fiori©



La prima acquaforte di Luciano De Vita nell’Aula di Morandi

(tratto da uno scritto di Emilio Contini pubblicato per la prima volta nel volume “Viaggio con la pittura bolognese del XX secolo” a cura di Romeo Forni – ( Ed. Pellicani, 1996 ).
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Per ottenere la Licenza di Pittura e Decorazione era necessario completare gli studi svolgendo il corso di Tecniche dell’Incisione, che iniziava dal 3° anno. Morandi non accettava allievi del 1°e 2° anno poiché le anguste sale a sua disposizione potevano ospitare a fatica gli iscritti regolari del 3° e 4° anno, e meno che meno poteva ammettere dei “frequentatori” esterni; tra l’altro disponeva di un solo torchio per la stampa.


L’anconetano Luciano De Vita, classe 1929, che per vicende inerenti il suo tormentato servizio militare aveva perso due anni essendo stato smobilitato tardi, si era imposto alla nostra attenzione per il suo difficile carattere: che avesse sofferto lo si capiva benissimo. Egli era particolarmente interessato all’acquaforte, che vedeva realizzare dai suoi colleghi più “anziani” all’Accademia. Anch’egli iscritto al corso di Pittura, tenuto da Virgilio Guidi, solidarizzava volentieri con noi. Ci chiedeva che si provvedesse, a turno, a stampargli le piccole incisioni di cui gli avevamo fornito le lastrine (notando il suo vivo interesse) che disegnava con slancio. Così, di nascosto, dopo averle acidate, gliele stampavamo nell’Aula. Giunto al 3° anno riuscì regolarmente a frequentare e così si presentò, nel novembre 1951, e iniziò tratteggiando di getto, velocemente, la copia dall’antico richiesta dall’insegnante: un “calvario” dolente, che egli interpretò a modo suo, senza timori reverenziali per l’originale: Cristo attorniato da figure tormentate, reggeva la Croce tra maschere ed urla, sotto il volo di un enorme calabrone, davanti ad uno stormo di uccelli. Finito il disegno e la morsura, fatta la stampa la sottopose al giudizio di Morandi. Questi esaminò, come abitudine, in silenzio l’acquaforte fresca d’inchiostro, con curiosità, attentamente, sporgendo il labbro inferiore, ma prima che proferisse parole De Vita, interpretando la lentezza del giudizio del professore come una disapprovazione strappò il foglio di mano al docente e lo appallottolò, gettandolo a terra e poi con foga, tempestò di colpi la matrice, annullando così il suo lavoro e uscì di fretta dall’Aula. Io allora raccolsi la stampa da terra la distesi ancora umida e la portai a casa, facendola stirare da mia madre, dopo averla ben inumidita, e la conservai. Conoscendo il carattere impulsivo di De Vita attesi però vari giorni e poi gliela mostrai dicendogli che, a mio parere, ma anche a quello degli altri colleghi presenti, l’acquaforte non era dispiaciuta a Morandi, parco di parole ma attento, e che era interessante, da conservare. Sorpreso per quanto dettogli la esaminò: allora gli chiesi di firmarmela ma non disponendo, in quel momento, di una matita in due, estrasse dal taschino della giacca la penna stilografica e, contro la regola, me la firmò lo stesso volentieri. Questa acquaforte, che non è in assoluto la prima eseguita da De Vita ma bensì la prima realizzata nel corso di Incisione, la conservo ancora avendo già il carattere peculiare della sua tormentata ricerca.
Rinfrancato da quanto dettogli ed incoraggiato dal parere di amici e colleghi, De Vita riprese a frequentare il corso conquistandosi con la sua opera personale e coerente la stima di Morandi, che aveva capito il tormentato mondo espresso dal giovane artista. (...)



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Evidentemente Il tema del “Calvario” era profondamente sentito da De Vita. Dopo quella prima lastrina realizzata nel difficile incontro con Morandi, un anno dopo, nel 1952, ne realizzò una versione definitiva, più matura e completa, su una lastra di mm. 180 x 280 che intitolò “Cristo deriso” e successivamente catalogata da Andrea Emiliani come opera n° 4 nell’ormai raro volume “Le Acqueforti di Luciano De Vita” – Edizioni Alfa, Bologna 1964. Questa seconda versione compare in primo piano in un dipinto del 1997 di Francesco Giuliari, alle spalle di un grosso gattone, simbolicamente scelta come una delle opere più amate di tutta la collezione.


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