venerdì 24 febbraio 2017

Il patriarca e la guerriera©

Di Pierfranco Bruni©



Vivo raccontando favole. Sono le favole che raccontano i miei destini. Lungo le pause ascolto tutto ciò che diventa musica. La danza è portata dal vento. Negli occhi. Le immagini sono fantasie. 
Non potrei più vivere senza la fantasia. So che diventa mistero. Passeggio tra le parole del mistero e il silenzio del patriarca mi accompagna. Vive dentro di me. Quel silenzio sono io. Quel patriarca mi abita. Le assenze sono soltanto vacanze di tempo. 
Ogni vacanza custodisce una rosa. Un geranio. Un’orchidea. Un giglio. 
Il patriarca coltiva e custodiva orchidee. Sorrideva accarezzando con lo sguardo il fiorire di una rosa. Anche d’inverno. Continuano ad esserci le rose nel giardino degli inverni. Perché gli inverni con il freddo e la neve sono pezzi di infanzia nel mosaico della vita che io non dimentico. 
Chi ha vissuto l’infanzia come è stata vissuta nel giardino delle battaglie navali non dimentica. Quelle battaglie che io mi inventavo in quel cerchio d’acqua che mi sembrava l’Oceano non smettono di riportarmi un tempo (e in un tempo) che ha solcato le pareti della mia anima. 
Non bisogna mai dimenticare. Ma il dimenticare e il ricordare sono sempre una costola della memoria che si fa tempo rivissuto. 

Mio padre è stato un patriarca. 

È un patriarca. 

Un patriarca del silenzio che cammina nelle distese dei deserto e dei mari, negli immensi e negli orizzonti, nella luce e nel chiaro del buio. Sì, è stato un patriarca del silenzio perché in quel suo tacere la pazienza è stata sempre l’ancoraggio di una zattera in un porto al centro dei venti d’altura. 

Il patriarca e il porto. 

Viaggiatore senza geografie nella sua stanza e nel suo giardino e in quelle smesse parole che regalavano sicurezza, armonia, serenità. 

Con il tempo si recuperano i misteri. Anzi, i misteri si rivelano. Mi ha parlato tantissime volte con il suo sguardo e negli ultimi anni ogni distacco era una commozione. Una emozione. Un percepire il segno delle lontananze che si facevano sempre più vicine. 

Come un viaggio accanto. 

Viaggiatore nelle sue stanze. In quel suo scendere e salire le scale. Accanto alle sue palme e alle sue tartarughe. Accanto ad una donna, mamma Maria, che è stata il centro della devozione e di una religiosità profonda nella tradizione dell’essere famiglia. 

Lo vivo come il patriarca del silenzio, rubando immagini a Gabriele Garçia Marquez nel suo “autunno del patriarca”. Ma mio padre non ha mai vissuto gli autunni. Ha attraversato gli inverni e le primavere. Mia madre si è fermata in un autunno di sabbia. 

Il patriarca e la guerriera. 

Li ho immaginati sempre così. Ancora di più oggi. 

Nati di febbraio tra l’ironia e la malinconia nel vissuto di un sorriso sempre pacato. 
Nati di febbraio. Il 23 e il 27. Con gli anni che avanzano sempre più faccio i conti con le cifre e con le alchimie dei numeri. Il due più tre fa cinque. Il due più sette fa nove. Ma il sette meno due fa sempre cinque. Il ventitre più il ventisette fa cinquanta. Ovvero cinque più zero. Sono diventati viaggio in due date magiche. Il patriarca giorno 21 e la guerriera giorno 11. Ventuno più undici fa trentadue. Ovvero tre più due. Ovvero cinque. 
Potrei continuare… ma il mio mondo sciamano mi chiede di fermarmi e di ascoltare il monaco tibetano, che percorre i suoi passi mentre la danza sufi è nel cerchio del tondo verso la luna. 
Ho la sensazione che il patriarca mi sorride e con le sue mani forti e sicure afferra le mie mani incerte e deboli in uno sguardo attento nel cadere lento di una lacrima. 
È passato il tempo. Sempre passa il tempo. La guerriera è lì in cugina con l’orgoglio di una sua crostata. Sono cent’anni di solitudine…è vero caro Marquez… 

Cosa potrò scrivere ancora? Tanto! Poco! 

Lo so che nella loro vacanza di tempo io non sono più quello che ero. Non lo sono nella vita. Non lo sono come scrittore. Il patriarca e la guerriera sono ormai in ogni mio libro. Non si può disegnare un cammino diverso. 
Non si può essere più estranei ad un mondo che non c’è più. Non c’è più e proprio per questo ancora di più insiste dentro di me. Come un volo d’aquila, un passo di tartaruga, una caduta lieve di foglia, una arancia che ha il suo sapore, un sogno mai cancellato. 
Vivo di non cancellazioni perché si resta eredi di una tradizione. 
La notte non è mai effimera e di notte il patriarca mi racconta e si racconta. L’alba non è mai leggera e nell’alba la guerriera intreccia le sue dita nei miei capelli. 
Il tempo passa. Passa nonostante le dimenticanze e le ricordanze. Passa nonostante la memoria diventa sempre più presente. Si è veri soltanto quando l’oblio non ferisce il pensiero. 
Fu proprio il patriarca, un giorno, tornando da Cosenza, a consegnarmi “Cent’anni di solitudine”. 

Il tempo passa ma siamo tutti tasselli del cerchio del mosaico. 

Scrivo senza malinconie. Anche se ogni immagine è un ricordare senza nulla perdere. 

Il patriarca del silenzio mi fissa con i suoi piccoli occhi e mi segue con lo sguardo. 

La guerriera è appoggiata alla ringhiera del balcone, e con la mano mi saluta. Io piano piano mi allontano, e loro diventano ombre, nuvole, sogno!



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