martedì 28 febbraio 2017

Per un'ispirazione©

Di Feffo Porru©

Opera di Feffo Porru©




Per una ispirazione tagliente


è giusto che io torni sul giogo fermentato


e m’incammini sul selciato in fervore


con gli steccati ondeggianti


a cui legavo il mio cane dai profili piretici


gallerista di dipinti troppo equatoriali


per cornici baltiche.


Se io v’ immuro in voi stessi con versi


e mi inietto la vostra commozione


merito una gogna sotto una palma di poemi


con un orchestra di zenzeri analfabeti


colti nella mia solforosa crudezza

dai vocaboli indomiti ?

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Il Decameron di Dalì©

Di Marco Fiori©




Il Decamerone del Boccaccio nel 1971 ispirò il famoso film di P.P. Pasolini e, poco dopo, coinvolse il genio e la fantasia di Salvador Dalì (1904 – 1989) che delineò le dieci immagini per le puntesecche che avrebbero corredato l’edizione di un corposo volume, a fogli sciolti, oggi conosciuto come il “Decameron di Dalì”. 




Dalì, come noto, non incideva personalmente le sue matrici ma affidava il disegno o il bozzetto appositamente realizzato a laboratori con incisori, calcografi e stampatori di sua fiducia. Fra questi laboratori uno dei suoi preferiti era l’Atelier Rigal, a Fontenay-aux-Roses nei pressi di Parigi, tuttora in attività. Il Decamerone di Dalì ebbe tre edizioni con testi in italiano, in inglese e in svedese con tirature varie come si può vedere dal catalogo ragionato di Dalì, qui riprodotto, con le dieci immagini numerate dal 552 al 561.



Le foto riprodotte sono riferite ad un esemplare dell’edizione inglese su carta “Moulin de la Dore”, composta da 113 pagine di cm 45 x 32 numerate oltre al frontespizio, al colophon e ai risvolti di copertina.

 Molte “leggende” hanno accompagnato per anni la grafica di Dalì, alimentate ad arte per nascondere un considerevole numero di volgari falsificazioni. Fra queste una delle voci più diffuse era che Dalì nel 1980 avesse firmato “in bianco” migliaia di fogli per renderli disponibili a editori di pochi scrupoli. Con l’uscita del fondamentale catalogo ragionato in due tomi, è stato riprodotto un atto notarile voluto da Dalì per smentire tutto questo.




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sabato 25 febbraio 2017

DAN©


Di Rita Licenziato©

Foto Mary Blindflowers©



Dan

Non s’arresta il pianto

e non si placa

questa sete di giustizia

Il sonno tarda ad arrivare

aggrovigliata a perché

senza risposta

L’onda lunga di una notte

più nera dell’inchiostro

gode

del martellio nel petto

come il dan dan

di campane a morto

DAN

DAN

DAN

MORTI

VITTIME

STRAGI

DAN

DAN

DAN

Sinfonia a lutto

la mia inquietudine


a rimarcare

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venerdì 24 febbraio 2017

Il patriarca e la guerriera©

Di Pierfranco Bruni©



Vivo raccontando favole. Sono le favole che raccontano i miei destini. Lungo le pause ascolto tutto ciò che diventa musica. La danza è portata dal vento. Negli occhi. Le immagini sono fantasie. 
Non potrei più vivere senza la fantasia. So che diventa mistero. Passeggio tra le parole del mistero e il silenzio del patriarca mi accompagna. Vive dentro di me. Quel silenzio sono io. Quel patriarca mi abita. Le assenze sono soltanto vacanze di tempo. 
Ogni vacanza custodisce una rosa. Un geranio. Un’orchidea. Un giglio. 
Il patriarca coltiva e custodiva orchidee. Sorrideva accarezzando con lo sguardo il fiorire di una rosa. Anche d’inverno. Continuano ad esserci le rose nel giardino degli inverni. Perché gli inverni con il freddo e la neve sono pezzi di infanzia nel mosaico della vita che io non dimentico. 
Chi ha vissuto l’infanzia come è stata vissuta nel giardino delle battaglie navali non dimentica. Quelle battaglie che io mi inventavo in quel cerchio d’acqua che mi sembrava l’Oceano non smettono di riportarmi un tempo (e in un tempo) che ha solcato le pareti della mia anima. 
Non bisogna mai dimenticare. Ma il dimenticare e il ricordare sono sempre una costola della memoria che si fa tempo rivissuto. 

Mio padre è stato un patriarca. 

È un patriarca. 

Un patriarca del silenzio che cammina nelle distese dei deserto e dei mari, negli immensi e negli orizzonti, nella luce e nel chiaro del buio. Sì, è stato un patriarca del silenzio perché in quel suo tacere la pazienza è stata sempre l’ancoraggio di una zattera in un porto al centro dei venti d’altura. 

Il patriarca e il porto. 

Viaggiatore senza geografie nella sua stanza e nel suo giardino e in quelle smesse parole che regalavano sicurezza, armonia, serenità. 

Con il tempo si recuperano i misteri. Anzi, i misteri si rivelano. Mi ha parlato tantissime volte con il suo sguardo e negli ultimi anni ogni distacco era una commozione. Una emozione. Un percepire il segno delle lontananze che si facevano sempre più vicine. 

Come un viaggio accanto. 

Viaggiatore nelle sue stanze. In quel suo scendere e salire le scale. Accanto alle sue palme e alle sue tartarughe. Accanto ad una donna, mamma Maria, che è stata il centro della devozione e di una religiosità profonda nella tradizione dell’essere famiglia. 

Lo vivo come il patriarca del silenzio, rubando immagini a Gabriele Garçia Marquez nel suo “autunno del patriarca”. Ma mio padre non ha mai vissuto gli autunni. Ha attraversato gli inverni e le primavere. Mia madre si è fermata in un autunno di sabbia. 

Il patriarca e la guerriera. 

Li ho immaginati sempre così. Ancora di più oggi. 

Nati di febbraio tra l’ironia e la malinconia nel vissuto di un sorriso sempre pacato. 
Nati di febbraio. Il 23 e il 27. Con gli anni che avanzano sempre più faccio i conti con le cifre e con le alchimie dei numeri. Il due più tre fa cinque. Il due più sette fa nove. Ma il sette meno due fa sempre cinque. Il ventitre più il ventisette fa cinquanta. Ovvero cinque più zero. Sono diventati viaggio in due date magiche. Il patriarca giorno 21 e la guerriera giorno 11. Ventuno più undici fa trentadue. Ovvero tre più due. Ovvero cinque. 
Potrei continuare… ma il mio mondo sciamano mi chiede di fermarmi e di ascoltare il monaco tibetano, che percorre i suoi passi mentre la danza sufi è nel cerchio del tondo verso la luna. 
Ho la sensazione che il patriarca mi sorride e con le sue mani forti e sicure afferra le mie mani incerte e deboli in uno sguardo attento nel cadere lento di una lacrima. 
È passato il tempo. Sempre passa il tempo. La guerriera è lì in cugina con l’orgoglio di una sua crostata. Sono cent’anni di solitudine…è vero caro Marquez… 

Cosa potrò scrivere ancora? Tanto! Poco! 

Lo so che nella loro vacanza di tempo io non sono più quello che ero. Non lo sono nella vita. Non lo sono come scrittore. Il patriarca e la guerriera sono ormai in ogni mio libro. Non si può disegnare un cammino diverso. 
Non si può essere più estranei ad un mondo che non c’è più. Non c’è più e proprio per questo ancora di più insiste dentro di me. Come un volo d’aquila, un passo di tartaruga, una caduta lieve di foglia, una arancia che ha il suo sapore, un sogno mai cancellato. 
Vivo di non cancellazioni perché si resta eredi di una tradizione. 
La notte non è mai effimera e di notte il patriarca mi racconta e si racconta. L’alba non è mai leggera e nell’alba la guerriera intreccia le sue dita nei miei capelli. 
Il tempo passa. Passa nonostante le dimenticanze e le ricordanze. Passa nonostante la memoria diventa sempre più presente. Si è veri soltanto quando l’oblio non ferisce il pensiero. 
Fu proprio il patriarca, un giorno, tornando da Cosenza, a consegnarmi “Cent’anni di solitudine”. 

Il tempo passa ma siamo tutti tasselli del cerchio del mosaico. 

Scrivo senza malinconie. Anche se ogni immagine è un ricordare senza nulla perdere. 

Il patriarca del silenzio mi fissa con i suoi piccoli occhi e mi segue con lo sguardo. 

La guerriera è appoggiata alla ringhiera del balcone, e con la mano mi saluta. Io piano piano mi allontano, e loro diventano ombre, nuvole, sogno!



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Geografie inverse©

Di Fremmy©

Equilibri, tecnica mista su tela 76 x 51 cm.
Autore: Mary Blindflowers©


Presentazioni ipocondriache dipinte,

largo mare di garofani frementi al tramonto, mentre

ci stupivamo a guardare il suolo terso

di lacrime periodiche al dissapore di telefoni a gettoni.

Pagliaccio di bosco; regalo fragili respiri

al tempo, versato di fauci onnivere all'universo.

Dettato legge alla tristezza, assaporiamo il torbido

del fragore di un silenzio tremulante di dubbi.


Geografie inverse di lezioni ammaestrate.






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mercoledì 22 febbraio 2017

L'epoca rumorosa del silenzio©




Mary Blindflowers©


Tibbs and Tibbs, tecnica mista sul tela, Mary Blindflowers©

Il silenzio avanza verso di noi, si siede accanto ai nostri pensieri, li abbraccia, li stritola persino, è capace di dirigere il moto dei neuroni, della bocca, della lingua, il fermento eterno ed inesausto delle religioni e dei comportamenti collettivi. Il silenzio può tagliare delineando il vuoto, può far riflettere frustrando ogni tipo di rumore più o meno assordante che permea la nostra epoca chiassosa e caotica. 


Ma ci sono molti tipi di silenzio. 


Che qualità abbia il nostro individuale silenzio può saperlo solo la coscienza di ognuno di noi. A quale silenzio apparteniamo possiamo decifrarlo nel chiuso delle nostre case, quando da soli, ci guardiamo allo specchio, sperando che l'immagine riflessa non si muova in modo autonomo, indipendente dai nostri movimenti, dentro una scissione che abbiamo voluto e inseguito per fare successo. 
Si può infatti essere silenziosi tarpando le ali dell'imbarazzante rumore che produrrebbero le nostre bocche se osassero denunciare le incoerenze grottesche del sistema, si può invece essere silenziosi per pensare e scrivere qualcosa che parli e mentendo dica il vero. 
Padre Fra' Giuseppe Nicola da S. Hippolito, Eremitano Scalzo Agostiniano della Provincia di Piemonte da alle stampe nel secolo XVIII° un libro in cui si raccomanda al vero cristiano il silenzio. 
Nel capitolo VIII il frate raccomanda anche di “crocifiggere la lingua”. Scrive infatti Fra' Giuseppe: “La lingua non crocifissa, cioè non mortificata né custodita, è un fuoco d'Inferno che distrugge e consuma tutte le opere virtuose... La lingua ben custodita e col silenzio crocifissa è un tesoro inaprezzabile, nascosto nella bocca dell'huomo, qual l'arricchisce di tutti i beni spirituali, e lo rende amabile a Dio, alli Prencipi, ed a tutto il Mondo: Questa gli serve di custodia all'anima, e lo libera da molte angosce... ma se è mal custodita è un veleno mortifero, ascoso sotto le labbra, qual rende la persona abominevole a Dio...”1

Tutti zitti dunque, sottomessi al Super-ego, all'autorità, al Dio del momento. 

Chi parla è abominevole, chi parla e denuncia le storture è automaticamente chiuso fuori dal sistema, un agente patogeno incontrollato, satanico, un dente cariato, un cane sciolto che non ha capito nulla di come funzionano le cose nel mondo. 
Così c'è chi scrive per non dire nulla, opere innocue, leggere, senza alcun germe di polemica dove una sedia è una sedia e nient'altro, dove un gatto è un gatto e basta a se stesso senza veicolare altri sensi. C'è invece chi scrive per parlare, per dire ciò che normalmente tutti sanno, pure le pietre, ma non si può dire se non sotto forma letteraria mascherata, perché il rumore prodotto dalle parole, darebbe fastidio alle persone “per bene”. 
Chi scrive per non scrivere, per non dire, per non denunciare le storture del sistema ha fatto una scelta, ha deciso di fingere una professione che non gli appartiene e si fa chiamare “scrittore” o “poeta” indebitamente, senza averne le caratteristiche, il genio, il coraggio, la fede, l'impronta, la determinazione. 
Chi scrive per non parlare, segue il postulato di una pseudoscienza antica quanto rovinosa, la stessa scienza di Padre Fra' Giuseppe Nicola da S. Hippolito che scriveva nel 1705, la scienza di Cicerone pro domo sua
Flessibile, chi segue i comandamenti del potere, va normalmente per salotti a farsi chiamare poeta o scrittore, etichettando la sua attività, dandole un nome definente e qualificante: scrittura, una parola grossa. 
La scrittura tuttavia è una forma d'arte. L'arte è anarchica per definizione, non accetta imposizioni dall'alto, segue il suo genio, crea fratture riflessive, non offre soluzioni, crea dubbi. Il suo compito, da sempre, non è quello di rasserenare il mondo bacato, di conciliare il sonno dei dormienti, ma di svegliare le coscienze, di scuoterle, anche di scandalizzarle, denunciando gli aspetti negativi di una società malata e spezzando il silenzio colpevole di chi abbassa la testa e rinuncia al cambiamento. 
Nel momento stesso in cui l'arte rinuncia all'evoluzione, smette di essere tale, diventa un'ancella, gregaria del potere, una mano al servizio di chi conta, comoda, scontata, da mostrare senza paura che crei disappunto in chi comanda o che disturbi il politicamente corretto. 
L'arte sta morendo. Si scrive sempre di più per non dire nulla, una letteratura che non disturba, che non dice, non è letteratura, è innocua scrittura per depensanti. 

Il silenzio del non pensiero ci attende. 

Chi vincerà e chi perderà? 

Perderemo tutti. Chi scrive per non dire scalerà le vette di uno pseudosuccesso che egli stesso sa di non aver meritato, chi scrive per scrivere e parlare, non arriverà mai all'Olimpo del successo che meriterebbe. 
Così tutti avranno perso, sia i falliti che fingono di essere dei vincenti, dando ricettine per il buon vivere in tutte le reti televisive, sia i ribelli vincenti che all'apparenza sono perdenti. 
E tutto si mescola, si confonde in un eterno silenzio senza nome e senza dignità crocefisso sull'altare dell'inutilità senz'anima.


1Croce cottidiana del vero christiano nella quale si insegna il modo di prendere e portar la Croce ad imitazione di Giesù Christo Signor Nostro, composta dal Rev. Padre Fra' Giuseppe Nicola da S. Hippolito Eremitano Scalzo Agostiniano della Provincia di Piemonte, dedicata all'Altezza Reale di Madama la Duchessa Anna di Francia Duchessa di Savoia, Principessa di Piemonte, e Regina di Cipri, In Novara Per Francesco Liborio Cavallo Stampatore Vescovale, MDCCV, p. 96 e ss.
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martedì 21 febbraio 2017

Chiudono le librerie©

Di Maria Concetta Giorgi©

Foto Mary Blindflowers©

Chiudono le librerie, quante cose si potrebbero dire, ma l’ovvia sconfitta dell’intelligenza è quello che fa più male. Le librerie chiudono, il mondo di carta dà un segnale.


Entri in una libreria e non sei tu a guardare i libri, sono loro che ti scrutano.
Stabiliscono il lettore, lo adocchiano (è sempre una questione di occhi), lo osservano, e qui i libri “gialli” fanno il loro lavoro, lo studiano infine.
I libri sono sempre pronti a partire, sanno che una volta scelti dal lettore, entreranno a far parte di un nuovo universo, l’universo di un’altra mente.
Quando si apre la porta di una libreria, il silenzio è apparente, se ci si mette in ascolto aggirandosi tra le corsie e gli scaffali, il chiasso diventa evidente.
Qualche libro si raddrizza, qualcuno rimane steso, altri fanno sentire il fruscio delle loro pagine. Il lettore si gira o si aggira attento, a volte è riservato, a volte è furtivo. Se è un lettore furtivo forse cerca proprio un libro “esposto”. Tutti i lettori sono inseguiti da un’arietta gentile che soffia loro sul viso, è l’aria della conoscenza il soffio vitale che ti permette di capire.
Accade un miracolo ogni volta che un autore pubblica e che il suo capolavoro arriva in Libreria.
Con riverenza i libri fanno posto all’ultimo arrivato, lo ossequiano, lo ammirano, lo incoraggiano… Tutto è così straordinariamente vivo, che la meraviglia e lo stupore, diventano prodigio.
Un bimbo, un giovane lettore, o uno più in là con gli anni, che decida di avventurarsi all’interno di un così magnifico mondo, sa già che ne uscirà cambiato. Un libro lo avrà scelto e per un po’ i due saranno una cosa sola.
L’uno saprà tutto dell’altro, poi il libro letto entrerà nella dimensione della memoria e potrà stare a riposo aspettando il suo nuovo lettore.
Il rapporto e lo scambio diventano reciproci, libro e lettore si complementano (l’autore del libro ovviamente è al settimo cielo).
Dimenticavo una figura importante in tutto questo “girone” di libri che stanno sopra e sotto i nostri giorni, è una figura discreta, molto garbata, sicuramente ferrata.
Ecco l’Editore che si mette in campo (e chi si espone rischia sempre), affinché il libro abbia la sua collocazione, a volte lo stampa a sue spese e con le sue straordinarie capacità ...
A questo punto la meraviglia ha preso forma, l’incanto pure, i libri profumati sono pronti a deliziare il lettore in cammino.
Cammina cammina, la ripetizione è d’obbligo come le favole insegnano, il lettore entra in libreria…
Che strazio!
Scaffali vuoti, niente profumo, né fruscio di fogli, l’arietta non arieggia, una polvere insistente la sostituisce…
Non si vede più niente.

Se le librerie chiudono, chiudono gli occhi anche i libri, li chiude la gente.




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domenica 19 febbraio 2017

PM10. un sogno di polveri sottili

    Di Franco Piri Focardi©
    Di Franco Piri Focardi©


    resta connesso 

    gira veloce la linea di inpulsi intermittenti. ogni traccia scompare. l'ordine dichiara: sei libero di fare. dalla rete all'incontro nessun giudizio. solo uno specchio senza riflesso

    ha tossito tre volte stamani rigirando nel sonno. sul ripiano la scatola bianca è aperta le pasticche son fuori. da un bicchiere di luce traspare il silenzio. le tracce nel cielo s'incrociano nette. dall'altra parte del mondo nell'oscuro regno dei dannati si giocano partite di basso livello ch'è solo un bacino ripieno di esseri immondi incapaci litigiosi. l'utente chiamato non risponde, scandalizzato per il nuovo rincaro. reclama. e crolla a terra la sua anima persa in un delirio di no non si può, di inni alla pace, di condanna alla guerra e ad ogni altra violenza, fra le pieghe si nasconde un fluido letale talvolta rimane una traccia una scia luminosa che assorbe l'umore e genera acuti assai fastidiosi. chiudo qui la valigia e parto. l'aereo mi attende. ritorno nel mondo. la prego si sieda stiamo per decollare


    l'immagine nuda attraversa la scena trascina con sé un groviglio di fiamme di anime antiche di fatti di sangue

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venerdì 17 febbraio 2017

Mondo increato©

Di Mary Blindflowers©

Foto Mary Blindflowers©, Ely Cathedral, particolare.


Oltre le contumelie esterne del creato,

oltre le nuvole, il vibrato triplo

dell'incontestato

mai veduto, arcano arguto,

ecco il posto che non c'è

è qualcosa che riempie le tue vene,


Itte asa leadu pro 'ìdere custu mundu increadu?1



Non soggiace alle carene di nessuna nave,

non porta mai catene,

spirito libero, loquace,

vorace d'aria pura,

incontenibile,


libertà


distilla tenebra in odio a peristili,

e pietre euritmiche, vivaci,

oltremoti convulsi delle ere,

libertà

mi piaci...




Pro piàghere...2



No è che preferisco il colore delle olive

alla sciocca trasparenza delle ogive...




1Cosa hai assunto per vedere questo mondo increato?
2Per piacere... ironico...

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martedì 14 febbraio 2017

Foibe. Erano semplicemente italiani©

Di Pierfranco Bruni©



Ci sono storie che si raccontano e racconti che non devono restare nella storia e non devono farsi storia. Il destino cammina tra le pieghe del tempo e tutto diventa verità o finzione.
Le parole diventano intreccio nei giorni tristi delle storie tragiche che hanno scavi di sangue. Io trascrivo tutto ciò che un giorno annotai su un quaderno mentre mio padre, lentamente, mi parlava. Il canto triste ritorna. Non si assenta dalla memoria. 
“Sparano dietro i monti/colpi di mitra/urtano i tentacoli della morte./I comunisti./Massacrano./Fili spinati, legano i polsi, i piedi, tra le mani:/I titini comunisti,/i comunisti titani, nella rete degli italiani comunisti./Sparano/cuciono le mani con il filo di ferro, e il cuore è metallo di latta nella storia”. 
Ci sono storie, altre storie che tracciano la tragedia e la tragedia non smette di scorrere come sangue oltre il ricordo stesso…
Ascolto!
Iliana: “Ti aspetto e se l’alba dovesse giungere prima di te mi metterò in cammino. Verrò a cercati…”.
Gabriele: “Non lo fare. Io ritornerò Non metterti in cammino. La strada è nella storia. Noi siamo i vinti e lo spazio del viaggio è senza geografia…”. 
In una lettera indirizzata a mio padre, tra i le pagine di un quaderno con la copertina nera, ho trovato un appunto.
Ho letto:

“In quei giorni fummo sradicati.
Chi rimase lasciò un urlo di sangue tra le carsiche rocce che la memoria inceppa al chiodo del cuore.
Ci furono i silenzi e le maschere che non smisero di tagliare le parole e fu la storia la colpevole realtà di una verità taciuta.
In quei giorni fummo sradicati nella voce e nel destino.
Altri, tanti altri i cui nomi sono nel disegno della tragedia 
precipitati vivi nelle pietre della morte”.

… E c’era il vento.

Anche quel giorno. Era tempo di primavera. Il sole picchiava sui casolari della campagna dalmata.
La guerra era finita ma per Tito e la Jugoslavia comunista nulla era finito. Il collaborazionismo togliattiano era a conoscenza dei crimini.
Iliana per tutta la giornata era rimasta a tagliare l’erba che si era alzata oltre il porticato del giardino che circondava la casa. Gabriele studiava per definire la sua tesi di laurea.
Erano italiani. Non erano mai stati fascisti. Non avevano combattuto neppure la guerra partigiana. Innamorati dell’amore e l’idea di Patria costituiva la bandiera di un ideale nel nome della condivisione profonda dei valori cristiani.
Gabriele portava al collo la Croce di San Francesco d’Assisi. 
Iliana si recava ogni mattina in una piccola chiesetta di campagna per pregare e affidarsi al dono della fede. Ogni mattina.
La guerra sembrava lontana o si immaginava o si pensava finita. 
L’Italia era diventata repubblicana.
Una notte arrivarono nel recinto di casa due auto. Scesero le “armate rosse” nel nome del comunismo della libertà. Massacrarono conigli, galline e un cane che abbaiava più del dovuto venne sparato con un colpo alla testa.
Al rumore dello sparo Gabriele e Iliana si svegliarono improvvisamente. Fu un disastro. Il tragico. Si trovarono davanti al letto tre uomini armati di fucili e mitra con gagliardetti rossi.
C’erano tre titini e uno italiano. 
L’italiano prese la parola: “Il tribunale comunista vi ha processato e vi ha condannato. Siete stati giudicati. Colpevoli”.
Li spinsero fuori dalla stanza. 
Iliana era in vestaglia trasparente. Una vestaglia rosa e Gabriele aveva soltanto dei mutandoni. Li spinsero da una stanza ad un’altra.
A calci, pugni, sputi. 
Iliana più volte inciampò sotto i calci dei tre gagliardetti rossi che con i fucili puntati spingevano i due “morosi”.
Qual era la loro colpa? Erano semplicemente ITALIANI. 
Sul tavolo di cucina erano sparsi alcuni libri che servivano a Gabriele per concludere la tesi che aveva per titolo: “Dante nell’umanesimo della cultura”. 
Strapparono i libri. Cartelle. Fogli. Giornali. 
Condussero Iliana e Gabriele su un camion militare con una vessillo falce e martello nel rosso di una stella.
I comunisti titini e il comunista italiano ritornarono nella casa, ammucchiarono tutto al centro. Le poche sedie, i tavoli, indumenti, i libri e misero fuoco. Misero fuoco a tutto.
Al primo ricamo di fiamma Iliana gridò: “E’ tutto quello che ho”. 
In lingua incomprensibile un titino, fucile in mano, sparò dei colpì dicendo: “Nelle fosse non ti serviranno più”.
Il camion partì. Iliana e Gabriele vennero legati con delle corde alle barre laterali interne del camion.
Giunsero in una zona rocciosa. Li fecero scendere. Vennero bendati. 
Partirono due colpi di pistola dritti alle gambe di Iliana e Gabriele. Con un’altra corda vennero legati alla vita e furono buttati in una fossa tra le rocce. Lì c’erano altri corpi e i lamenti si intrecciavano con gli echi di altri lamenti.
Di Iliana e Gabriele non si seppe più nulla. Tuttora non sappiamo nulla.
Nella casa bruciata soltanto cenere. Cenere e vento.
Qualche tempo dopo, in estate, fu trovato un foglio ingiallito. Si era incastrato tra i rami di un uliveto. Portava un appunto: “Dante e la cultura dell’umanesimo”.
Erano semplicemente ITALIANI. Per anni nessuno si ricordò dei morti infoibati, anzi dei vivi infoibati per mano comunista. 
La storia non si ripete ma la storia va raccontata.
Iliana e Gabriele sono rimasti intrappolati tra le foibe. Per amore e per l’Italia e per le nostre coscienze non vanno dimenticati.
Era la primavera e poi l’estate del 1947.
Una storia vera, una verità nella storia, un racconto tra i ritagli dei giornali? 
Mio padre, tra i tanti racconti mi ha lasciato anche questo dettaglio di storia e di esistenza. Anche questo racconto mi ha lasciato mio padre…
Il tempo è una cifra che segna il nostro cuore…
Iliana: “Ecco ci siamo ritrovati. Ma siamo vento e cenere che racconta…”.
Gabriele: “La storia a volte racconta… Ma molte volte dimentica…”. 

Ascolto ancora un triste canto che recita: 

“Vivi/nelle foibe,/massacrano gli italiani./Pola, Istria Trieste,/come sanno di fuoco sangue/le rose di Danzica./Sparano i comunisti alla nuca./Quante urla nelle carsiche fosse./La menzogna è nella storia, e la storia recita la bugie”.
Ora il tempo è passato. Sempre passa il tempo e la memoria diventa di ghiaccio, ma quei massacri, quel genocidio hanno tagliato non solo la storia: “La storia raccontata è menzogna...”. 
La menzogna ha maschere di ferro ma dell’oblio non ha senso parlarne. Il vento sventola sguardi. 
Mio padre lentamente mi parlava. 
Cosa sono state le Foibe? 
Il massacro nei confronti di chi chiedeva il diritto di essere riconosciuto come Italiano! 
Ognuno di noi ha destini da raccontare. Ma ognuno di noi ha il diritto di testimoniarsi. Chi ha vissuto e conosce ha il dovere di non tacere!

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sabato 11 febbraio 2017

Asola a senso alternato©

Di Chiara Bezzo©



Eccentrico, instabile, povero pazzo.
Le sue manie diventate ossessioni spaventavano o suscitavano ilarità. Tre passi veloci in avanti e un mezzo passo lento indietro. Molto simile a una danza se non fosse avvenuta in centro città.
Le sue labbra erano sempre in movimento per sommare i numeri dispari del suo mondo. In un altro contesto sarebbe risultato un geniale matematico invece era ritenuto un povero ebete.
I bottoni della sua camicia, inseriti nell'asola a senso alternato avrebbero potuto dettare la moda; invece era un bizzarro abbigliamento il suo! Il secondo, il quarto e il sesto bottone non potevano essere infilati nell'occhiello. Si sarebbe scatenato l'inferno se lo avesse fatto!
Camminava contando in un balletto surreale. Gli sguardi si posavano su di lui un istante. Con un'alzata di spalle era additato: il pazzo.
Delirava talvolta, perdendosi in conversazioni in cui poneva domande e si dava risposte. Sembrava decentrato ma nessuno sapeva che conversava con gli angeli. Disquisivano sull'origine dei mali nel mondo. Loro spesso ai suoi interrogativi non rispondevano. "Perché le malattie, il dolore nei bambini, la violenza, la fame? Il responso è nei numeri". Affermava a voce alta: "Non nomino i pari; non li addiziono o sottraggo ai sampietrini che conto da piazza Navona al Colosseo. Se moltiplico i numeri delle targhe la cui somma è un numero dispari e la divido per trentatré non esisteranno più malattie incurabili e le guerre cesseranno." Da anni si era prefissato quest'intento senza portarlo a buon fine. Gli angeli lo sapevano e sorridevano. Uno scalino scartato per dare il passo a un anziano, e saliva sul due. Le strisce zebrate saltate sui pari, e qualcuno lo spingeva sul quarto.
Una volta soltanto aveva quasi portato a termine la missione ma il terzo bottone della sua camicia era caduto a terra. Fallimento! Ripeté per giorni. Fallimento!
Avrebbe potuto salvare il mondo se si fosse impegnato. Ciò lo affliggeva. Poco attento, incapace s'infervorava e a volte piangeva.
Era accaduto che alcuni giovani lo imitassero o lo prendessero a spintoni. Lui abbassava al testa chiedendo perdono. I suoi angeli ridevano beffardi e lui li udiva sussurrare: fallito, vigliacco, non sa contare. 
Nessuno lo attendeva.
Quando rincasava sentiva su di sé il fardello della sua inettitudine. Sua madre era vecchia e sua sorella scuoteva la testa guadandolo. Tre più tre per tre meno tre per trentatré; perdeva il conto a causa di una parola che lo distraeva.
Dormiva poco. Un'ora sì e una no. Erano gli angeli a svegliarlo. Eccentrico, pazzo, sull'uscio di un delirio che non comprendeva ma che lo angosciava.
Stanco, per strada si lasciava cadere su una panchina bagnata, fissando il cielo nella bella primavera romana. Contava le stelle, le duplicava e le sottraeva.
Accadde che immerso in chiacchiere con gli angeli non si accorse di un'auto che veloce sopraggiungeva. I due ragazzi davanti a lui camminavano tenendosi per mano. L'auto targata sei, numero ricavato da quel conteggio stravagante, virò sui giovani. Un numero pari! Impallidì. Il Colosseo era lì, davanti a lui enorme nei millenni. Prepotente lo fissava sogghignando. No non sarebbe caduto sul pari! No!
Il sorpasso, un salto e l'eccentrico uomo cadde sul sei mentre i due giovani bruscamente trovavano la salvezza sull'uno.
Fu scagliato sul venti e, mentre un'ambulanza veloce occorreva, non sentiva più le parole degli angeli ma un brusco commento. É stato investito il pazzo!
Nell'omologazione generale i più ripresero a camminare, altri attesero incuriositi. I due che aveva salvato, si sollevarono da terra stupiti. Uomo bizzarro sentenziarono uniti nel coro generale. Un povero pazzo e ripresero a passeggiare nell'indifferenza che l'omologazione cerebrale procura a chi non sa contare.

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