venerdì 20 gennaio 2017

Poesie fredde©

Di Mary Blindflowers©

Donna interiore, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©


Scrivo poesie fredde

Fritta che nie in cabu in cabu e' sa die1

antichimeriche a doppio sfondo
e piccolo metafondo di gelomende

Pagu melósa2,

qualcosa di orrendorrende, che rende?

molzende mézus immentigare, cabos de fune,
trincendhe,
limbi longa!3

niente a cui la parola si sovrapponga,
cappi lenti mai imitativi,
imperfetti, non diagnosticati
da critici allineati semprevivi

Macchìnes!4

mai certificati da alienodotti dottorati,

Ivvilida!5

versi semplicemente dimenticati
in cui non ci si annida...

Immentigados!
E tando bae a tribagliare!6

Lavorare,
ma la voce di tanto in tanto può sbagliare?


1Fredda come neve all'inizio del giorno.
2Poco mielosa.
3Morendo meglio dimenticare, capi di corda, trinciando, lingua lunga!
4Stupidaggini!
5Noiosa, ripetitiva!

6Dimenticati e allora vai a lavorare!

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1 commento:

  1. Tra bisticci e paronomasie in clausula, endostiche ed acrostiche ecco dipanarsi questo singolarissimo dialogo psiconirico tra una Mary sarda ed una “sorda” agli stimoli e alle fustigazioni della species, oserei dire, “primigenia” che par tentare di disilluderne le orgogliose aspettative. La prima sembra delineare empiti demolitivi e votati a sano realismo, la seconda esplode le ragioni della sua diversità e non omologazione alla corrente dell’insulsaggine poietica comune.
    Si autoaccusa quasi la Mary ipoacusica verso la propria coscienza primaria: ”Sono un’elaboratrice di versi che non “riscaldano”!” . E qui si configura una prima antitesi nell’interlocuzione fra le due, al punto tale che il lettore non sa se la giustificazione dell’una sia contestata ovvero mutuata e condivisa dall’altra: “Sì, gelidi sono i tuoi versi come neve all’inizio del giorno”, lasciando spazio ad una soluzione tra le righe: col passar delle ore e l’avvento del sole la neve può sciogliersi…ergo, chi vuole può capire l’intimo tepore di quelle linee! Chissà?
    E, seguendo il filo forte del tessuto dialogico, anche la seconda battuta lascia tratti di ambiguità: “Non inseguono parti di fantasia i miei versi che han sempre una duplicità semantica e limitata possibilità di frigida correzione” asserisce la Mary vigile, e la dormiente ribatte: “Sei scarsamente dolce!”: chi si sta giustificando? Chi si sta autoaccusando tra le due? La scepsi volutamente permane!
    Nella terza battuta drammatica le due coscienze paiono divaricarsi e non s’intravedono discolpe; dice la vegliante: “Ciò che viene giudicato disgustoso a leggersi che possibilità di successo può ottenere?”; l’assopita pare suggerire un invito ad una resa definitiva, una sorta di oblio da impiccagione, giusta pena per il malvezzo dei giudizi affrettati, avventati e presuntuosi e per l’iperlalia che caratterizzò in vita l’alter ego.
    Da qui in avanti lo iato diaframmatico far le due entità si spiralizza:
    “I miei parti poetici appaiono scabri, disallineati, nodi scorsoi troppo originali e illevigati e l’establishment critico accademico vigente non potrà mai farne una reale anamnesi foriera di referto esaustivo, mai potrò esibire la certificazione di poesia vera redatta dai saccenti peripatetici odierni!”
    “Taci, sciocca e monotona formulatrice di originalità che nessuno ti accredita!”
    “I miei son versi destinati all’oblio dove nessuno va a trovar riparo!”
    “E’ ora dunque che tu cambi mestiere e operi in altri settori!”
    L’interrogativo scettico in chiusura sembra rimanere soliloquio inascoltato dalla contro-coscienza: “D’accordo! Procediamo operativamente, ma sarà pur lecito periodicamente dar voce alla mia voce giudicata dai più erronea?”
    E’ uno sviluppo del percorso linguistico sperimentale da tempo intrapreso dall’autrice che stavolta s’inerpica in una sorta di drammaturgia endopsichica interessantissima, poiché fa tralucere tutte le perplessità interiori e le contraddizioni che deve vivere chi pervicacemente tenta vie di originalità e disallineamento artistico; ma in tale tentativo l’imprinting blindfloweriano permane con copiosa e intelligente eiaculazione di rime e assonanze intrecciate sia nelle battute in sardo che in quelle in italiano (nie-die, doppio sfondo-metafondo, gelomende-orrendorrende-rende-molzende-trinchende, limbi longa-sovrapponga, imitativi-semprevivi, diagnosticati-allineati-certificati-dottorati-dimenticati, illivida-annida, tribagliare-lavorare-sbagliare) in un gioco impazzito di baciate, alternate e incatenate che si rincorrono a fisarmonica tra linea e linea ovvero all’interno delle stesse.
    Siamo di fronte ad una sperimentatrice che maneggia con perizia una tecnica tutta sua che, per quanto ha tratto con le modeste nozioni di chi scrive, non risulta aver ad oggi modelli contemporanei in analogia di modulazione.

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