giovedì 26 gennaio 2017

Game over©

Di Chiara Bezzo©



Nell’attesa del solito rintocco.
La campana petulante scandiva la mezz’ora da sempre. I tempi erano cambiati ma restava là, immutata e immobile, compiendo il suo dovere.
Era stanco. Ne aveva viste di cose nella sua vita. Ora, nella sua città trasformata non si riconosceva, in piena metamorfosi anch'esso. Lui in imbarazzo con il suo aspetto, la sua borgata e la campana. Quando i figli dei nipoti gli sbavavano addosso schiuma di ciuccio si sentiva a disagio. Nonno due volte, di creature che non percepiva nipoti perché lui non era quel vecchio riflesso allo specchio. Fingeva di esserlo per non offenderli.
Sorrideva di un ghigno forzato guardando le sue figlie ingrigirsi. Erano quasi vecchie, eppure solo un secondo prima erano state bambine schiamazzanti. Ricordava la gioia di essere padre; aveva assaporato il piacere anche nel baciare guance appiccicose di saliva e zucchero.
A un tratto lo avevano chiamato nonno. Ancora oggi quando sentiva quel termine non sapeva se si riferissero a lui. Era papà e ora estranei gli attribuivano un nome generico e da vecchio.
Si guardava attorno smarrito, adagiato in un mondo che era molti passi avanti a lui. L'oggi una massa frastagliata di visi che non conosceva. Giocava a un gioco malato. Ne era cosciente. Lui nell'oblio, in mezzo a estranei che dichiaravano, senza nemmeno provarglielo, di essere la sua famiglia. In realtà nessuno di loro aveva l’aspetto di ciò che era stato.
In alcuni momenti percepiva che il problema era suo. Perso nella malattia della dimenticanza scordava il presente e i suoi visi.
In casa si celava l'insidia del nemico; li sentiva ordire trabocchetti. Gli estranei con il suo sangue, l'osservavano pericolosamente in agguato, alla ricerca di un suo passo falso.
Non ne avrebbe fatti di errori. Per ora no. Come nel gioco dell’oca avrebbe raggiunto il traguardo tirando sempre per primo i dadi. Non sarebbe stato fermo un giro o magari due, per poi entrare nel girone degli idioti, di quelli che vengono compatiti. Di fronte alla malattia della memoria o si ride o si prova pena.
Quante volte aveva scorto sorrisi nelle dimenticanze dei vecchi seduti sulle panche del giardinetto? Lui non avrebbe creato umorismo e avrebbe finto memoria d'essere ciò in cui non si riconosceva. L'aspetto che più lo angosciava era causato dalla vecchia che gli dormiva accanto. Aveva l’età e somiglianza con la prozia con cui divideva il piccolo letto al tempo di guerra. Ora la prozia farneticava d' esserle moglie. L'assurdo dell'alzheimer, pensava, e la lasciava dire. Era un’anziana stanca e decadente non la donna che era stata madre delle sue figlie.
Forse era tutto un terribile equivoco. Lo avevano confuso con un altro. E se tutto ciò racchiudesse sordidi intrighi e la sua compagna di vita con le sue belle figlie fossero scappate fingendo che lui fosse un vecchio imbrattato di grigio?

Li avrebbe fregati tutti.

Leggeva il giornale. Fantascienza. Secolo nuovo da ormai quasi vent’anni. Eppure... il quotidiano di qualche settimana prima aveva segnalato la data del referendum: o monarchia o Repubblica. W il re! In esilio il re, a morte il re! Ora una ressa di ministri, ministeri, ballerine scollacciate, trans, mignotte, magnoni e deputati. Che strano paese era diventato l'Italia in poco tempo.

Non era questo il mondo che conosceva.

Non amava uscire di casa perché faticava a ritrovare la strada. Troppi condomini, deviazioni, cambiavano la città. Le persone di una vita? I suoi vicini di casa? Non c'erano più. Forse se n'erano andati a causa di un virus chiamato tempo, oppure risiedevano in strutture senior. Sua figlia aveva usato questo termine. Lui avrebbe quasi riso se non gli fosse venuto da piangere. Senior, vecchi, anziani. Stesso concetto, stesso odore di morte nonostante si cercasse d'inondarlo di profumo: praticamente la piazzola di sosta prima della partenza.
No. Lui non ci sarebbe cascato. Nessuno avrebbe scoperto i vuoti della sua mente.
Si guardò intorno. Era buio. Non ricordava d’essere uscito. La città brillava con luci invernali. Si strinse la sciarpa al collo, stupito che avessero cambiato i nomi alle vie. Pensò di non trovarsi in Italia. Mille lingue. Le facce intorno a lui lo riportavano a Marrakech. Forse era in Marocco? No in Cina. Che confusione!
Dov'erano finiti l'osteria e il biliardo? Camminò lentamente fingendo d'osservare le vetrine. In realtà cercava un punto di riferimento.
Un uomo le veniva incontro camminando svelto con un sorriso preoccupato. Forse aveva bisogno d'aiuto. Aveva il viso di un ragazzo che ha perso qualcosa, qualcuno. Il giovane lo raggiunse prendendolo sottobraccio esclamando. «Nonno eravamo preoccupati. Sei uscito da ore eppure ti abbiamo detto d'aspettare Olga.»

Olga? La badante. Ricordò.

Tacque.

In quel preciso istante fissando gli occhi di quel nipote che non conosceva, capì d'essere fermo da molto tempo sulla casella precedente al game over.

Comprese. Non aveva vinto e neanche barato.




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