sabato 14 gennaio 2017

Eredità storico-antropologiche©

Di Pierfranco Bruni©


Ci sono eredità storiche ed eredità antropologiche. I processi Italo – albanesi sono attraversamenti di civiltà la cui visione umana ha derivazioni profondamente linguistiche. L’eredità linguistica delle comunità Italo – albanesi, e non solo di queste comunità ma anche di tutte quelle che si sottolineano per una marcata incisività linguistica sia sul piano filologico che di una semantica ben definita nella struttura sintattico – grammaticale, porta dentro il proprio vocabolario una articolazione di forme che vivono di un meticciato intrecciato tra una forma di condivisione a priori (risalente alle origini della parola di appartenenza) e una forma di inclusione tra l’esistente e la tradizione. 
La questione della lingua, che ha un suo sostrato strutturato nel tessuto storico del territorio, pone una problema sia prettamente linguistico che metafisico riferito alle singole realtà individuali delle comunità e proprio per questo va considerata come una “proprietà”. Siamo proprietà di una lingua perché noi abitiamo la lingua che diventa non solo una lingua in senso generale ma una lingua propria lingua attraverso un assorbimento di cadenze, di ritmi, di vocaboli. 
Da questo punto di vista il concetto di eredità ha una sua partitura nell’incontro tra la condivisione e l’inclusione. Ed è naturale che non solo va considerata come un patrimonio culturale ma un patrimonio che viene ad essere attraversato, condizionato e condizionabile ma anche in grado di condizionare. In un sistema culturale in cui la lingua è l’incipit di un processo identitario è necessario affiancare un valore aperto che è quello dato dalle antropologie. 
La lingua si lega ai fattori etnici e alle antropologie che una comunità e un territorio custodiscono. In altri termini il valore aggiunto alla lingua è la storia sotto una forma che intreccia le tradizioni di un popolo, le realtà archeologiche di un territorio e tutte quelle caratteristiche che hanno una valenza fortemente etnica. Proprio per questo ci si deve sentire proprietari della lingua. 
Nelle lingue dei Balcani e del Mediterraneo i modelli di linguaggio non sono comprensibili senza l’eredità storica di quella dimensione che è etnica e geo-politica. Mi sembra che la presenza dell’eredità linguistica debba avvalersi sempre più di una “cofrontiera” che è quella del sentire l’appartenenza come identità e questa come visione di una diversità che diventa capacità comprensiva in un dialogo tra la parola e la forma delle parole. 
La forma, in sé, chiama in causa il confronto delle diversità che soltanto in una lettura etno-antropologica è possibile viverle in un processo in cui civiltà e popolo sono un tratteggio unico o percorso come nella affermazione di una profonda sottolineatura di affermazione, appunto, di eredità. Ma considerandoci proprietari di una lingua non possiamo che considerarci abitanti di una cultura e quando una cultura la si abita non bisogna abitarla pensando di stare in affitto ma di viverla come affermazione di un sistema storico e spirituale. 
Quando si perde una lingua si esce fuori dalla storia, dalla storia in senso più complessivo ma soprattutto si esce fuori dalla storia personale. Perché questa vive in quanto riesce a custodire il passaggio fondamentale tra la tradizione, la memoria e il presente. 
La lingua non ha bisogno soltanto della memoria, questa è già nel sistema ereditario, ma anche della trasformazione tra il quotidiano e il presente. La contemporaneità, in fondo, non può smettere il suo vestito del quotidiano senza perdere il contatto con il presente e la lingua da sola non la forza di resistere alla “liquidità” del presente. Resterebbe come risarcimento di una memoria in caduta. 
Per renderla viva nella vitalità del presente l’àncora di salvataggio delle lingue “etniche” non sta nella difesa della sua eredità semantica soltanto ma nella percezione, che deve diventare atto concreto, di recuperare una antropologia dei linguaggi che diventa scavo esistenziale in un modello culturale pre-definito nella esistenza di un popolo e nella durata di una civiltà. 
L’antropologia dei linguaggi non può fare a meno dello scavo tra storia ed identità che si materializza nella difesa di un principio portante che è quella della tutela di ogni riferimento che possa rimandare al recupero della tradizione. È su questo piano che si territorializza la coscientizzazione del legame tra lingua condivisa e lingua includente. 
Una partecipazione nella dimensione in cui geo-etnologia, lingua e storia costituiscono dei parametri di un vissuto la cui testimonianza ci obbliga a far parlare i modelli antropologici espressi da un tessuto abitativo che ha come elementi prioritari l’interazione. Così anche le forme di folclore assumono una singolarità la cui visione umanizzante si disegna intorno sia alla testimonianza della memoria sia intorno alle esperienze. 
La lingua, comunque, costituisce l’impalcatura la cui funzione viene ad essere maturata dai linguaggi. I linguaggi delle comunità etnolinguistiche sono patrimonio culturale nella loro interezza e necessitano di parlarsi. 
Ecco perché la funzione della lingua assume una sua specificità nell’interpretazione antropologica. E credo che su questa strada ci siano i tasselli per una sicura difesa di quella eredità che resta come cifra decodificante di una comunità etnica.  

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