venerdì 6 gennaio 2017

Chi sarà in grado di governarci ora che il popolo è diventato borghesia?©

Di Pierfranco Bruni©



Il tempo passa. Ci sono storie. Radicamenti. Viaggi. La storia delle famiglie è intreccio di destini. “La vita, sapete, spezza qualcosa in noi... smentisce tante volte la nostra fede... Rivedersi... Se fosse vero... “ (Antonie Buddenbrook). “La facoltà di ingannare se stesso, questo è il requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri” (da “Il Gattopardo”).
Perché scavare nella storia delle famiglie? Perché scavare in un vissuto di tradizioni che tracciano destini? Ogni epoca ha un vissuto di civiltà nelle quali si sono sempre intrecciate le diverse articolazioni delle classi emergenti e delle famiglie che hanno una tradizione. La Tradizione diventa l’asse intorno al quale si muovono i modelli antropologici dei territori ma anche delle stesse famiglie e delle dinastie.
La borghesia del Novecento ha scavato un solco che ha separato la nobiltà e le aristocrazie dalla società. I romanzi che maggiormente hanno tracciato un forte inciso nel mio percorso sono “I Buddenbrook” di Thomas Mann, il viaggio di Leonida Repaci nel quale si racconta la famiglia dei Rupe, il romanzo di Cesare Giulio Viola “Pater”, “Caterina Marasca” di Giovanna Gullì e magnificamente “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra”, così Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ma oggi siamo in una variante nel tempo della notte. Ci sono storie che rimandano ad una intelaiatura sia sociologica che antropologica.
Siamo in una variante della decadenza che ha caratterizzato tutto il Novecento in una dimensione sia spirituale(ovvero ontologica e metafisica) sia esistenziale che ha riguardato i popoli e le civiltà in termini anche antropologici. Ai romanzi citati volontariamente aggiungo il mio e di Micol Bruni “Cinque fratelli. I Bruni Gaudinieri nel vissuto di una nobiltà” (Pellegrini), con Video realizzato da Anna Montella, visibile su: https://www.youtube.com/watch?v=IiGEJhkTxHI.
La variante, dunque, è distante dalla concezione di una crisi valoriale intorno alla quale si è costruito in questi anni un pensiero debole. Troppo semplicistico affermare che siamo stati attraversati e tuttora ci attraversa una caduta di valori. Cosa sono i valori in termini di identitari è difficile poterlo sottolineare. Thomas Mann: “Abituarsi all'ambiente? No, fra gente senza dignità, senza morale, senza ambizione, senza signorilità e senza rigore, fra gente sciatta, scortese e trasandata, fra gente che è allo stesso tempo pigra e leggera, pesante e superficiale... fra gente così non mi posso ambientare...” (Antonie Buddenbrook).
I valori di generazioni distanti fa sono gli stessi di quelli di oggi? A cominciare dai concetti di famiglia e di tradizione. Non ci si può basare sui valori nel momento in cui si ha la consapevolezza che viviamo di transizioni e dentro questo modello sociologico di transizione entrano anche i concetti citati.
Credo, invece, che bisognerebbe ritrovare l’orizzonte di una idea forte di eredità, di identità e di appartenenza. In un tempo di valori cangianti, come sono le temperie, bisogna proporre una fedeltà. La fedeltà delle origini. In queste fedeltà o in questa ramificazione di culture si sviluppano i segni di una antropologia che diventa necessità di conoscenza.
È qui che la “geografia” della nobiltà è uno scavo nella coscienza, come quella della aristocrazia e della cavalleria che è dentro il destino delle individualità delle famiglie. La individualità delle famiglie è nel capire la struttura antropologia della società.
Nel romanzo di Cesare Giulio Viola si legge uno spaccato importante di una famiglia borghese che sapeva guardare con attenzione al modello aristocratico: “Nasceva il podere, mentre nella città era nata la casa. Mio padre non aveva badato a spese: il mobilio era giunto da Napoli, ordinato a quel Soley hebert che allora andava per la maggiore, e forniva le province meridionali, propagando quel gusto di marca umbertina, che tra l’850 e il ‘900 tappezzò di broccati e popolò di mobili a stucco i salotti della ricca borghesia. C’erano i poufs nel salotto, i bei divani, le poltrone, le poltroncine capitonnées, e negli sportelli del bahut, incastrati, due piatti di ceramica a rilievo che rappresentavano romantici paesaggi. I mobili erano ben costruiti e ad aprirli odoravano di legno buono. A montarli gli operai avevano lavorato giorni e giorni: e Monsupié, l’ebanista del Museo, aveva protratto la sua fatica, a lume di petrolio, per molte sere fino a tarda sera”.
Una ulteriore variante della sociologia dei valori che si vogliono condivisi, ma che antropologicamente non è possibile. Non esistono valori condivisi perché non può esistere una “collettività” partecipante e omologante tranne se non si ritorna ad insistere su un termine antiestetico che è quello della società di massa. Credo che è nel proporre la visione della propria identità che il viaggio degli uomini può avere un senso.
La nobiltà non si inventa come non si inventa l’aristocrazia. La borghesia si costruisce e parla, appunto, di valori da enucleare nel dire della condivisione e della inclusività. Proprio nei “I Buddenbrook” si legge: “Ma vede, lei è giovane e considera tutto da un punto di vista personale. Lei conosce un nobile, e dice: ma quello è un brav'uomo! Certo... ma occorre non conoscerne alcuno per condannarli tutti! Perché si tratta del principio, capisce, dell'istituzione! Ecco che non sa più cosa ribattere...Ma come? Basta che uno sia venuto al mondo, per essere un patrizio, un eletto... uno che guarda noi altri dall'alto in basso... noi che con tutti i nostri meriti non possiamo elevarci fino a lui?...”
Io non mi sento partecipe delle condivisioni in questa leggerezza di tempo e tanto meno sostengo che bisogna essere inclusivi. Le “classi” esistono. Nessuna rivoluzione potrà mai abolirle. L’individualità è una nuova energia che diventa la vera resistenza contro il brutto, l’irato, il massificato. La bellezza non è nell’insieme che non significa nulla, ovvero massa, ma è nel custodire quell’amore verso l’essere che è individuo, uomo, persona con una sua antropologia di ereditarismi di significati e significanti.
Bisognerebbe riscoprire i titoli nobiliari in una società, appunto, della consumazione della transizione. Questo significherebbe dare senso al rispetto della storia e alla cifra che la storia ha decodificato all’interno dei vissuti. Ma la nobiltà non è soltanto nelle azioni. Si è stati Gattopardi. Chi potrà sostituire una nobiltà che ora non c’è più? Chi potrà sostituire una aristocrazia? Si è tutti dentro la borghesia. Persino quello che una volta si chiamava proletariato è diventato borghesia. Bisogna avere il coraggio di distinguere. Ma per fare delle distinzioni è necessario non confondersi.

Sosteneva Friedrich Nietzsche:

“Che cos’è nobile? Che cosa significa ancora, per noi oggi, la parola «nobile»? In che cosa si rivela, da che cosa si riconosce, sotto questo cielo pesante e coperto dell’incipiente dominio della plebe, per il quale tutto diviene opaco e plumbeo, l’uomo nobile? Non sono le azioni a dimostrarlo – le azioni sono sempre ambigue, sempre insondabili – non sono neanche le «opere». Tra gli artisti e i dotti se ne trovano oggi non pochi che, attraverso le loro opere, rivelano di essere spinti da profondo desiderio verso ciò che è nobile; ma proprio questo bisogno di ciò che è nobile è radicalmente diverso dai bisogni dell’anima nobile stessa, è addirittura un segno eloquente e pericoloso della sua mancanza. Non sono le opere, è la fede che decide qui, che stabilisce qui la gerarchia, per riprendere un’antica formula religiosa in un senso nuovo e più profondo: una qualche certezza di fondo che un’anima nobile ha su se stessa, qualcosa che non si può cercare né trovare e forse nemmeno perdere. L’anima nobile ha un profondo rispetto di sé”.
Il rispetto di sé!. Mi pare proprio ciò che in questa agonia è venuto meno. Ma nelle epoche abusate dalle democrazie non si ha più Rispetto perché si ritiene di adagiarsi su un egualitarismo che non può esistere.
Diceva bene Gabriele D’Annunzio:
“Sotto il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di generazione in generazione una certa tradizione familiare d’eletta cultura, d’eleganza e di arte”.
Il “diluvio democratico” moderno ha portato anche alla sconfitta dell’umanesimo della persona. È il rischio di un disfacimento e va oltre. Quando il buio diventa diluvio occorre ritornare alle aristocrazie e alle nobiltà. Bisogna avere il coraggio di non smarrire il senso delle Tradizioni e della Tradizione.
Soltanto recuperando l’identità della tradizione è possibile capire i destini e la storia, come, appunto, nel racconto dei Gaudinieri imparentati con i Bruni nella geografia fisica e umana del Regno di Napoli. È certo che da questa impalcatura, pur nella sua consistenza letteraria, il romano che meno può appartenere alla linea dei “Cinque fratelli” resta quello di Repaci. Mentre quelli maggiormente rappresentativi sono i romanzi di Tomasi di Lampedusa e di Mann.
Qui credo che si possa lasciare una strada aperta per un ulteriore capitolo che andrà successivamente a chiudere la saga di una famiglia nobile, aristocratica e borghese come, appunto, quella dei Bruni Gaudinieri. I tre percorsi ci sono tutti anche se domina il modello nobile – aristocratico. In fondo “È meglio un male sperimentato che un bene ignoto” (Tomasi di Lampedusa). Mi sembra molto suggestiva questa chiosa che separa, anche storicamente, comunque, due mondi: la nobiltà – aristocrazia e la borghesia.
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