martedì 31 gennaio 2017

Inue sese? 1©

Di Mary Blindflowers©
Boccaluna, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©


Elementi betabloccanti,

capogiro, miroterra

nel claustrofobico lamento delle ipotensioni,

emozioni arrese

al peso delle resse tese e poi deviate

in vasodilatate mete da ospedale


puru de meighina t'intendese como2


farmaci sostitutivi dell'essere vivi al globale,

pillole colorate dentro scatole grigie

lustre come uva immatura spettrale

dentro cassetti di legno aurorale



roba chi si tenede in domo3



gocce antistress dal sapore di fragola rossa

artificio di grossa guaina all'incanto,

vedi il diavolo e il ludibrio del santo,



chei s'abba a su fogu4



e dormi arabeschi di chimica e mostri

dentro chiostri sdentati di vento,

sei pesca, sei rosa, sei inferno, gazzosa frondosa,

l'assurdo...

occhio, cocchio, ginocchio, cipresso, commesso di te,

del forse e del sé,


bentòsa5



e specifici sounds integrati di miele,

ti chiami,



inue sese?6



Senti solo un silenzio di già mutile attese,

giaci come animale ferito al garrese. 



Inue, inue sese?






Note ai termini sardi:


1Dove sei? (Titolo)

2Adesso ti intendi pure di medicina.

3Roba che si tiene in casa.

4Come l'acqua al fuoco.

5Ventosa.

6Dove sei?



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lunedì 30 gennaio 2017

Inconsapevoli©

Di Andreas Finottis©



Guardo i gruppi e le pagine che inneggiano a duce e fascismo, vedo delle donne anche giovani che hanno idee fasciste, senza rendersi conto che con il loro amato duce le donne non avevano nemmeno il diritto al voto, non potevano votare perché erano considerate come delle bestie, per il duce la donne dovevano unicamente essere “madre e sposa esemplare”, adatte solo a proliferare e stare in casa mute e caste a pregare che andasse tutto bene, poiché se il marito aveva il sospetto di essere tradito, poteva ammazzare la moglie a suo piacimento. Il gesto era scusato con pene minime come delitto d'onore dalla giustizia del tempo (per vedere cancellato il delitto d'onore abbiamo dovuto aspettare il movimento del 68 e dei referendum degli anni 70, ma anche in questo caso si trovano dei deficienti che parlano male dei movimenti di emancipazione degli anni 60/70, invece di ringraziarli perpetuamente per avere conquistato le libertà di cui usufruiscono). Quindi bisogna essere dementi totali per auspicare un ritorno al fascismo se si è donne. Per non parlare se si è gay e ci sono anche dei gay fascisti. Poi vedo pure alcuni harleysti nei gruppi fascisti, imbottiti di tv e cinema americano vivono in funzione della loro moto americana e rimpiangono il duce, che era un autarchico fanatico dell'italianità e, se ci fosse, sfascerebbe immediatamente a manganellate la loro adorata moto. Insomma certa gente palesemente non capisce niente ma vota, mentre io metterei degli esami come con la patente per poter votare, non può un demente inconsapevole avere un voto che ha lo stesso valore di quello di un altro votante che invece si informa approfonditamente. Altrimenti il voto come è adesso falsa la democrazia, facendola diventare una dittatura di coloro che riescono a influenzare con i mezzi di comunicazione gli elettori con le menti più deboli, riuscendo così a farli votare persino contro se stessi. 






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domenica 29 gennaio 2017

La danza magica di Pirandello©

di Pierfranco Bruni©



Luigi Pirandello ha sottolineato molti aspetti non soltanto letterari, ma antropologici. Un’antropologia che si occupa non solo delle tradizioni, e del valore che ha avuto la tradizione all’interno dei processi letterati e linguistici, ma un’antropologia che si è servita, in modo particolare, sia dell’aspetto etnico sia dell’aspetto demologico. Mettere insieme questi elementi nell’opera di Pirandello significa anche recuperare un’identità fondamentale, che esula dal punto di vista prettamente storico-critico, ma entra in un’espressione profondamente dettata da una dimensione onirica, in cui il sogno non è il sogno freudiano, ma è un sogno teso e proteso verso una forma archetipale della realtà storica. 

In Pirandello non ci sono sensi di colpa nei confronti del padre, del luogo, di altre realtà e di altri personaggi veri e inventati. La dimensione psicologico - freudiana è molto distante, anzi è parte integrante di un relativismo che in Pirandello non c’è. Il legame con la madre non si trasforma, con la morte di lei, in senso di colpa, ma in assenza e presenza e il suo colloquiare è una testimonianza forte.

A testimoniare tutto ciò ci viene in aiuto la visione che è stata data dal film dei fratelli Taviani nel rappresentare una pagina emblematica del viaggio pirandelliano in un testo cinematografico dal titolo “Kaos”. Questo film, che risale alla metà degli anni ’80 (con le musiche di Piovani) mette insieme, proprio in “Kaos”, alcuni elementi principali di un incipit che è nell’opera pirandelliana. 

Cercare di capire ciò che i Taviani ha messo in scena permette di leggere Pirandello in una dimensione prettamente simbolica. Dalla dimensione della luna, come archetipo, al “mal di luna”. Il “mal di luna” è anche una dimensione epistemologica, ontologica, mitico - simbolica della luna che cade sulla terra, sulla campagna, sul mare.

Il colloquio con la madre (altra scena emblematica) è di una straordinaria efficacia sentimentale e non ci sono sensi di colpa, anzi si gioca proprio sul vero Pirandello onirico. Il suo colloquiare con la madre e con il legame tra vita e morte è un incastro tra assenza e presenza. Il ricordare il suo viaggio nell’isola di Malta (perché il papà di Pirandello era in esilio in quanto era stato “condannato” dal potere borbonico) offre una stimolante immagine di tempo perduto e ritrovato.

I fratelli Taviani hanno creato un’immagine simbolica del mare, dei luoghi, del colloquiare con la madre sino a dare una interpretazione al racconto attraverso il linguaggio. Un linguaggio non soltanto dialettale, ma profondamente etnico, perché la lingua siciliana, di Girgenti, è una lingua che rappresenta un misto di contaminazioni. Poi c’è uno dei punti nevralgici della simbologia: la giara. “La Giara” è una novella che è stata trasformata in commedia. E’ stata messa in scena nel 1917 (dalla novella alla commedia), ma la messa in scena a teatro ha una sua chiave di lettura che pone in essere un filo che lega la rappresentazione simbolica con la rappresentazione di un immaginario lirico. 

Nella rappresentazione teatrale sembra prendere il sopravvento il legame realtà - storia, ma non è così perché i simboli giocano una partita importante, necessaria, per cercare di capire e comprendere un Pirandello calato in una luce demoetnoantropologica, nella misura in cui il distacco semantico diventa anche sinergia con la geografia, con la terra, con il suo paese, con la sua realtà. 

Nella “Giara” c’è una visione prettamente simbolica, mitico simbolica, archetipale. Quando l’aggiustatore “magico”, perché sarebbe da definirlo tale, si infila dentro la giara, per “catturare” quel frammento di rottura della giara, e poi non riesce a uscir fuori perché si rende conto che la bocca della giara ha una rotondità che non permette ad un corpo umano di uscir fuori, lì, si consuma un dato prettamente antropologico. È come se la giara non riuscisse a partorire… I simboli sono singolari.

Ritorna la luna che ha bisogno di essere vista e ascoltata, che ha bisogno di un colloquiare con i personaggi della giara. C’è un dettaglio importantissimo che è la danza intorno alla giara. I due attori principali del film dei fratelli Taviani sono Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Hanno espresso un’interpretazione sublime. 

Quando si fa girare la giara, e il personaggio dentro la giara dice “…Girate fino a quando io non vedo negli occhi la luna…”, si vive una dimensione onirica. Ha l’espressione di un personaggio del mito lo sguardo di questo personaggio di fronte alla luna che dice “…Quant’è bella questa luna, mi sembra un secolo che non la vedo…”. 

È come se si vivesse una partecipazione alchemico - sciamanica (ritorna l’elemento sciamanico, in Pirandello, e alchemico). 

Tale rapporto è un rapporto mediterraneo, uno scavo all’interno di quei processi antropologici non soltanto culturali ma mitico – simbolici, in cui l’immagine della luna diventa mito accompagnato dal canto siciliano, che rimanda alla cultura araba, a quella cultura mediterranea orientale. 

Intorno alla giara, intorno alla figura del personaggio che è dentro la giara, si vive un’interpretazione che è l’interpretazione dell’alchimia del suono, dell’alchimia della danza e dell’alchimia del rapporto con la luna. Vi è poi la danza ruotante intorno alla giara, la quale rimanda a una dimensione arabo - alchemica. Anche le movenze, i gesti dei personaggi, non sono altro che il “passo” in cui la Sicilia, quella Sicilia, si lega con il mondo prettamente mediterraneo, arabo.

La rappresentazione scenica della giara è un’interpretazione fortemente araba. La danza è un ballo tondo, contaminato intorno alla giara. Diventa un canto sibillino che ci rimanda a quella dimensione fortemente onirica. Il sogno interagisce con la cultura popolare. 

Qual è la cultura popolare di Pirandello? 

Non è una cultura razionalista, ma è una cultura della tradizione legata al territorio, legata alla geografia della Sicilia. Quella Sicilia che ha il canto, il suono mitico e simbolico del legame tra Oriente e occidente. Pirandello è (anche) questo. 

Pirandello è sì il grande protagonista dell’enigmaticità dei personaggi, dell’enigmaticità della mancanza di una identità del “Fu Mattia Pascal”, che diventa centrale come profilo nel ‘900, ma è anche il recupero di una identità mediterranea, il recupero di un’identità in cui i simboli sono rappresentativi di una letteratura che non ha pari nella cultura occidentale. 

Pirandello, nato in pieno Occidente siciliano e calamitato da questa cultura orientale, recupera queste forme simboliche alchemiche e archetipali. Il vissuto della religiosità non è un vissuto della religiosità in cui c’è la profondità religiosa cristiana, ma c’è la religiosità antropologica dei popoli iniziatici, di quei popoli che si iniziano alle culture pre - omerici.

C’è una scena simbolico - sacrale da non trascurare, sempre vista nel film dei Taviani. Il personaggio che incolla il frammento di questa giara innalza al cielo una piccola giara che è il simbolo sacrale, appunto, di una rivelazione al Dio, al cielo. Il richiamo sufico è evidente.

Pirandello vive l’inquieto sempre, ma si serve di alcune forme esistenziale e letterarie che richiamano un mondo in cui il mito non è soltanto quello greco, ma i richiami e gli echi di una alchimia della cultura sciamanica sono pregni di significato. La danza intorno alla giara e sotto la luna è una danza propriamente sciamanica con richiami profondamente orientali. Una danza stregata dalla luna e dal canto arabo. 

Questo è il Pirandello che va oltre il Pirandello della critica.



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venerdì 27 gennaio 2017

Chi fu Mata Hari?©

Di Pierfranco Bruni©



“Se qualcuno dichiara di avermi fornito informazioni segrete, il crimine lo ha commesso lui, non io”. La storia dello spionaggio del Novecento trova questa osservazione come un inciso su una pietra che resterà nei secoli. Una osservazione sibillina che soltanto una donna intelligente, e che seppe sempre rischiare, non rinunciò a scriverla e a pronunciarla. Siamo nel centenario della uccisione per fucilazione di Mata Hari. 

Chi fu Mata Hari? 

Lei stessa così si descrisse: “Io sono olandese e quindi neutrale. Posso frequentare tutti i tedeschi che voglio. Dopo tutto sono miei ammiratori”. Viene ricordata (e venne) come una spia. 

Fu veramente una spia? 

Di lei mi parlò spesso mio nonno paterno e poi mio padre. Resta nella mia vita da epoche. Gigantografie occupano le pareti della mia casa. Una donna inafferrabile e magica. Tra le grandi donne del primo Novecento, da Eleonora Duse a Marta Abba, da Claretta Petacci a Eva Braun, da Josephine Baker, a Greta Garbo, da Luisa Ferida… ad altre che qui non cito, Mata Hari spicca con la sua personalità e la sua sensualità di un Oriente “malesiano”. 

Ma chi fu realmente la danzatrice?

Fu una danza fatale. 

Percorse i suoi ultimi passi con la cadenza lenta. Non volle che le si fasciassero gli occhi. Volle vedere i propri fucilatori negli sguardi. Volle osservare il plotone di esecuzione che sparò senza indugio. 

Era stata condannata per spionaggio. 

C’era una volta una danzatrice che portò l’Oriente sulla scena dei teatri della Grande Guerra. 
Il suo canto, la sua musica, i suoi abiti nella nudità del suo corpo e della fattezza della sua bellezza, portavano l’incanto, il segreto, il sogno. Penetrare per pochi istanti la dimenticanza della tragedia, che invadeva il mondo, significava assentarsi dalla triste realtà. 
Era bella. I suoi vestimenti leggeri sembravano il trionfo di Cleopatra. I suoi bracciali, le sue collane, i suoi orecchini nel suono della presenza d’Oriente.
La danzatrice, quella che fu definita la spia più enigmatica e più elegante, la cortigiana più amata dalla aristocrazia militare di quegli anni. 
Si chiamava Mata Hari, ovvero, in lingua malese, significa “Occhio del Giorno”. Era nata in Olanda a Leeuwarden il 7 agosto del 1876. Il suo vero nome era Margaretha Gertruida Zelle. Ma conosciuta, appunto, come Mata Hari. Dal 1895 al 1900 è sposata infelicemente con un ufficiale di venti anni più grande di lei. Ma è a Parigi che trova la sua grande passione nell’intrecciare la danza e il canto tra i diversi palcoscenici. 
Da Parigi a Berlino sino in Italia dove approda a Milano. 
Si dice che sia stata coinvolta in un complicato e sottile giro di spionaggio che riguardava il Medio Oriente e alcuni Paesi Europei tra i quali la Germania e la Francia durante la fase della Grande Guerra. Lei, imperturbabilmente, sempre negò. Ma venne condannata, e oggi gli olandesi, il suo Paese che le diede i natali, chiedono la riabilitazione perché, sostengono che è stata passata per le armi senza alcuna prova.
Viene fucilata in Francia, a Vincennes il 15 ottobre del 1917. Mentre il plotone sparava, lei gridava di essere innocente.
Una donna che seppe vivere amando. Amò fino a morirne. Fino a non temere la morte perché sapeva bene che la vita è un attraversare la morte quotidianamente. 
Si ama fino a superare la morte nell’esercizio stesso della vita. 
Era bella, con negli occhi la sensualità di quell’Oriente che portava la trasparenza del mistero e dell’onirico senso. Non rinunciò mai alle notti e ai giorni della passione. Seppe cogliere, danzando, ogni gesto di una profonda eroticità. Ma l’eros è l’attrazione del vivere. L’eros come scavo tra corpo e anima.
Mata Hari non seppe mai fingere e restò sulla scena anche osservando i fucili sparare. Forse una donna simbolo in un tempo di grandi complicità nelle ambiguità di un Secolo contradditorio. Seppe morire come seppe vivere la vita con la poesia e la grande bellezza. 
“La danza è una poesia in cui ogni parola è un movimento”. Questa sua frase resta incisa nel cuore di chi seppe apprezzarla e di chi sa riconoscere la sua grandezza e la sua magia. Una donna stregata dal sogno e dal coraggio. 
Mai si arrese e mai ebbe paura tanto che prima di essere fucilata, alla notizia della condanna, ebbe a dire: “State sicuri che saprò morire senza paura. Farò quella che si chiama una bella morte!”.

Mata Hari: un mito. Una donna nel fascino dell’attrazione. Greta Garbo la rappresentò, nel suo film del 1931, in modo sublime. 
Una danzatrice. Una cortigiana? Una spia?
Seppe vivere con la dignità con la quale si presentò davanti ai suoi carnefici. Aveva soltanto 41 anni. Una donna popolarissima e di grande prestigio tanto che lei ebbe a dire: “Il mio prestigio in Germania è grande. Sono amica perfino del principe ereditario”.
Questo non bastò a farle evitare il plotone di esecuzione e proprio nel momento in cui le viene chiesto se ha qualche cosa da rivelare lei con audacia e rida rispose: “Nessuna, ma anche se ne avessi ormai sarebbe troppo tardi!”. 
Qui finisce la sua vita, ma non terminano le polemiche e le leggende o il raccontare la sua vita. 
Ma perché Mata Hari venne condannata e fucilata?


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giovedì 26 gennaio 2017

Game over©

Di Chiara Bezzo©



Nell’attesa del solito rintocco.
La campana petulante scandiva la mezz’ora da sempre. I tempi erano cambiati ma restava là, immutata e immobile, compiendo il suo dovere.
Era stanco. Ne aveva viste di cose nella sua vita. Ora, nella sua città trasformata non si riconosceva, in piena metamorfosi anch'esso. Lui in imbarazzo con il suo aspetto, la sua borgata e la campana. Quando i figli dei nipoti gli sbavavano addosso schiuma di ciuccio si sentiva a disagio. Nonno due volte, di creature che non percepiva nipoti perché lui non era quel vecchio riflesso allo specchio. Fingeva di esserlo per non offenderli.
Sorrideva di un ghigno forzato guardando le sue figlie ingrigirsi. Erano quasi vecchie, eppure solo un secondo prima erano state bambine schiamazzanti. Ricordava la gioia di essere padre; aveva assaporato il piacere anche nel baciare guance appiccicose di saliva e zucchero.
A un tratto lo avevano chiamato nonno. Ancora oggi quando sentiva quel termine non sapeva se si riferissero a lui. Era papà e ora estranei gli attribuivano un nome generico e da vecchio.
Si guardava attorno smarrito, adagiato in un mondo che era molti passi avanti a lui. L'oggi una massa frastagliata di visi che non conosceva. Giocava a un gioco malato. Ne era cosciente. Lui nell'oblio, in mezzo a estranei che dichiaravano, senza nemmeno provarglielo, di essere la sua famiglia. In realtà nessuno di loro aveva l’aspetto di ciò che era stato.
In alcuni momenti percepiva che il problema era suo. Perso nella malattia della dimenticanza scordava il presente e i suoi visi.
In casa si celava l'insidia del nemico; li sentiva ordire trabocchetti. Gli estranei con il suo sangue, l'osservavano pericolosamente in agguato, alla ricerca di un suo passo falso.
Non ne avrebbe fatti di errori. Per ora no. Come nel gioco dell’oca avrebbe raggiunto il traguardo tirando sempre per primo i dadi. Non sarebbe stato fermo un giro o magari due, per poi entrare nel girone degli idioti, di quelli che vengono compatiti. Di fronte alla malattia della memoria o si ride o si prova pena.
Quante volte aveva scorto sorrisi nelle dimenticanze dei vecchi seduti sulle panche del giardinetto? Lui non avrebbe creato umorismo e avrebbe finto memoria d'essere ciò in cui non si riconosceva. L'aspetto che più lo angosciava era causato dalla vecchia che gli dormiva accanto. Aveva l’età e somiglianza con la prozia con cui divideva il piccolo letto al tempo di guerra. Ora la prozia farneticava d' esserle moglie. L'assurdo dell'alzheimer, pensava, e la lasciava dire. Era un’anziana stanca e decadente non la donna che era stata madre delle sue figlie.
Forse era tutto un terribile equivoco. Lo avevano confuso con un altro. E se tutto ciò racchiudesse sordidi intrighi e la sua compagna di vita con le sue belle figlie fossero scappate fingendo che lui fosse un vecchio imbrattato di grigio?

Li avrebbe fregati tutti.

Leggeva il giornale. Fantascienza. Secolo nuovo da ormai quasi vent’anni. Eppure... il quotidiano di qualche settimana prima aveva segnalato la data del referendum: o monarchia o Repubblica. W il re! In esilio il re, a morte il re! Ora una ressa di ministri, ministeri, ballerine scollacciate, trans, mignotte, magnoni e deputati. Che strano paese era diventato l'Italia in poco tempo.

Non era questo il mondo che conosceva.

Non amava uscire di casa perché faticava a ritrovare la strada. Troppi condomini, deviazioni, cambiavano la città. Le persone di una vita? I suoi vicini di casa? Non c'erano più. Forse se n'erano andati a causa di un virus chiamato tempo, oppure risiedevano in strutture senior. Sua figlia aveva usato questo termine. Lui avrebbe quasi riso se non gli fosse venuto da piangere. Senior, vecchi, anziani. Stesso concetto, stesso odore di morte nonostante si cercasse d'inondarlo di profumo: praticamente la piazzola di sosta prima della partenza.
No. Lui non ci sarebbe cascato. Nessuno avrebbe scoperto i vuoti della sua mente.
Si guardò intorno. Era buio. Non ricordava d’essere uscito. La città brillava con luci invernali. Si strinse la sciarpa al collo, stupito che avessero cambiato i nomi alle vie. Pensò di non trovarsi in Italia. Mille lingue. Le facce intorno a lui lo riportavano a Marrakech. Forse era in Marocco? No in Cina. Che confusione!
Dov'erano finiti l'osteria e il biliardo? Camminò lentamente fingendo d'osservare le vetrine. In realtà cercava un punto di riferimento.
Un uomo le veniva incontro camminando svelto con un sorriso preoccupato. Forse aveva bisogno d'aiuto. Aveva il viso di un ragazzo che ha perso qualcosa, qualcuno. Il giovane lo raggiunse prendendolo sottobraccio esclamando. «Nonno eravamo preoccupati. Sei uscito da ore eppure ti abbiamo detto d'aspettare Olga.»

Olga? La badante. Ricordò.

Tacque.

In quel preciso istante fissando gli occhi di quel nipote che non conosceva, capì d'essere fermo da molto tempo sulla casella precedente al game over.

Comprese. Non aveva vinto e neanche barato.




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martedì 24 gennaio 2017

Cattedrali©

Di Rita Licenziato©

Foto Mary Blindflowers©



Cattedrali erette

in nome dell’ipocrisia

del dio danaro

o di chissà cos’altro.

Entrare o non entrare

sussurra un dilemma

di shakesperiana memoria.

Necessità incalza,

cammino incerta

fra cocci di vetro

che tornano a graffiare

cicatrici ataviche.

Lascio affondare la lama

così vuole il caso

ma l’irruzione

sarà una mia decisione


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La poca palude rimasta©

©François Nédel Atèrre, 16.11.16

Ph: Billy Chapin in Night of the Hunter (Dir.

Charles Laughton - 1955).

Foto Mary Blindflowers©


Se non agguantavamo rospi e rane

nella poca palude rimasta, in fondo al parco

-oggi è un giardino in disuso, coi giochi

di plastica rotti e le panchine divelte-

nei pomeriggi ci piaceva stare

accanto al fiume, nel campo di mais

che era foresta gentile, alle nostre ginocchia

di bambini, alta abbastanza per nasconderci

e fare guerre senza morti, fuori il sole alto

che maturava le spighe. L'estate.

Anche le barche di legno, ormeggiate

sull’acqua bassa, due o tre pescatori

poco lontano a riparare attrezzi, erano per noi vascelli da assaltare

-le canne, scorticate delle foglie,

erano lance o remi- . Anche se lunga catena di corda ci teneva alla riva, traversavamo oceani immaginari

senza muoverci un metro.

A sera si tornava,

ed era lauto bottino la razzia degli orti.

Sorridevamo, anche il giorno seguente

avrebbe avuto la sua meraviglia.


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lunedì 23 gennaio 2017

Universo vaccabum©

Di Mary Blindflowers©

Donna che sbuccia cipolle, pastello su carta, Mary Blindflowers©


Cominza...1


Universo staccabum!

Da inumane e salde idiosincrasie

ho scritto assurdofutili, puerili

e soprattutto inutili poesie,

sfilza nel pilotato tempo bilocato,

lo sfratto dalle solitudini globali

evocamiele, sale che allontana stracci di reti

all'abitudinario,

bum...

non è mio compito

camminare a piedi nudi e freddi

sopra un' ipotesi fallace di binario bacianotte.

Sconti di pena premono al reziario

su navi destinate

all'oscuro destino di un coro

proletario.

Lunari, le scimmie

s'affollano alle tibie

di morti nati per un incidente

di percorso solo.

Si affollano la sera,

bum, bum, bum,

al casobrolo dei desideri illividiti,

prodighi di madrigali, miti spenti,

reti, fari mai sopiti, spari senz'arma

a doppio, triplokarma,




bene meda...2




ardente nel sommo freddo

che arde l'universo preda vaccabum...




L'ischio chi fisti macca...3




Ma tutto cede, muore senza morire e poi

si stacca...



1Inizia.
2Molto bene.
3Lo sapevo che eri matta.

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domenica 22 gennaio 2017

Droni di passaggio©


Di Franco Piri Focardi©

Droni, di Franco Piri Focardi©


Droni di passaggio. statici occhi incolore. 
Una selva di nervi si oppone al bilancio di aghi. 

Ad ogni ora ogni tempo permane con l'insolito andare. la rima del mare. lo guarda traverso con l'animo perso. si uccide nel cuore. ha svuotato la borsa, le chiavi, un guanto spaiato, la patente scaduta, un vecchio cellulare e il groviglio di polveri antiche nel fondo di pelle. non sa di essere sola nel mondo fra i gurgiti d'ogni ribelle. agli istinti dei padri guarda avanti. rosso. arancio. toglie il freno spinge il motore ingrana la marcia. è oltre la piazza. il reale deforma i contorni passa senza rumore ed affonda affonda la rosa sovrana. la pelle osannata. il canto gridato. sanno forse il perché? l'avvolge con garze e profumo di sterili attese, si guarda i piedi deformi, lo strato urticante della porta sbattuta con un tonfo rimasto nell'aria. ancora si vive chiudendo le mani sugli occhi. 


L'attesa davanti a quel dire di fare è forse solo sognare un altro spazio da amare.


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venerdì 20 gennaio 2017

Poesie fredde©

Di Mary Blindflowers©

Donna interiore, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©


Scrivo poesie fredde

Fritta che nie in cabu in cabu e' sa die1

antichimeriche a doppio sfondo
e piccolo metafondo di gelomende

Pagu melósa2,

qualcosa di orrendorrende, che rende?

molzende mézus immentigare, cabos de fune,
trincendhe,
limbi longa!3

niente a cui la parola si sovrapponga,
cappi lenti mai imitativi,
imperfetti, non diagnosticati
da critici allineati semprevivi

Macchìnes!4

mai certificati da alienodotti dottorati,

Ivvilida!5

versi semplicemente dimenticati
in cui non ci si annida...

Immentigados!
E tando bae a tribagliare!6

Lavorare,
ma la voce di tanto in tanto può sbagliare?


1Fredda come neve all'inizio del giorno.
2Poco mielosa.
3Morendo meglio dimenticare, capi di corda, trinciando, lingua lunga!
4Stupidaggini!
5Noiosa, ripetitiva!

6Dimenticati e allora vai a lavorare!

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Conversazioni di cigni indolenti©


©François Nédel Atèrre, 07.12.16

Ph : "Bolshaya Neva, 2016" - Francesco Miti

Foto Mary Blindflowers©

Non c’è processo stasera, il diffamato 

gira per strada con le mani in tasca,

fischiettando. 

L’anziano vescovo, col volto acceso 

dalle candele, scruta pergamene, 

ma non ha formule da pronunciare, 

"testis unus, testis nullus".

Il soldato, con la strana uniforme 

e l’elmo ornato da piume, non preme

alle mura della città, non uccide 

l’improvvisato straccione che si arma, 

né scalcia l’animale detestato,

per il contagio, in capanna e stambugio.

Non c’è neppure un suono, 

canzone antica, o accordo da strumento 

di legno curvo, che adesso accompagni

su questo ponte, in piedi da millenni, 

solo la luce accecante, fumosa 

dei lampioni –alberi strani, che ardono sempre-

che suggeriscono sagome ai muri

di persone.

C’è solo l’acqua da guardare, che scorre 

sempre allo stesso ritmo, verso il mare 

lontano, lucida e gelata, e che sostiene

conversazioni di cigni indolenti.





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