martedì 10 ottobre 2017

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domenica 17 settembre 2017

I Buffoni poeti©

Di Lucio Pistis & Sandro Asebès©

Clown, credit Mary Blindflowers©



Abbiamo scoperto Franco Buffoni quest'estate, rovistando negli scaffali di una libreria del centro della nostra città. Stava in vetrina il libro di Buffoni, lucido, invitante.
Abbiamo avuto la sventurata idea di comprarlo. Abbiamo letto e siamo andati in biblioteca a cercare altri suoi lavori.

Vorrei parlare a questa mia foto accanto al pianoforte,/Al bambino di undici anni dagli zigomi rubizzi/Dire non è il caso di scaldarsi tanto/Nei giochi coi cugini,/Di seguirli nel bersagliare coi mattoni / Le dalie dei vicini/Non per divertimento/Ma per sentirti davvero parte della banda./Davvero parte?/Vorrei dirgli, lasciali perdere/Con i loro bersagli da colpire,/Tornatene tranquillo ai tuoi disegni/Alle cartine da finire/,Vincerai tu. Dovrai patire.


L'autore di questa lirica è considerato dalla critica che conta uno dei luminari della letteratura italiana odierna; nessuno qui osa contestare il magisterium dei critici e degli editori che gli han dato l’imprimatur in tal senso, ma, fremant omnes licet, dicam quod sentio. Dovrai patire. Il problema autentico della maggior parte delle liriche di Buffoni è che non si avverte alcun pathos, vibra piuttosto un senso di sdegnoso e rassegnato appartarsi naïf ad auto-consolare il diverso rifiutato dal gruppo. Si tratta nel caso della poesia sopraindicata di uno sciatto resoconto di riflessioni auto-indotte su una foto d’infanzia. Il diverso pare ergersi a creatura superiore e incomprensibile all’aggressività bandesca degli altri così definibili normali; traspare quasi un disvalore nella descrizione dei giochi prettamente maschili del resto della ciurma e la dicotomia omo/etero pare riecheggiare le tematiche un po’ melense dei Pooh in “Pierre” senza il sostegno di alcuna melodia di fondo. E la clausola quasi epitaffica “Vincerai tu. Dovrai patire” indugia su una frattura che sa tanto di autocommiserazione. 


Una lunga sfilata di monti/ Mi separa dai diritti/ Pensavo l’altro giorno osservando/ Il lago Maggiore e le Alpi/ Nel volo tra Roma e Parigi/ (Dove dal 1966 un single può adottare un minore)./Da Barcellona a Berlino oggi in Europa/ Ovunque mi sento rispettato/ Tranne che a Roma e Milano/ Dove abito e sono nato./ 


Anche qui pulsa un’inerte constatazione del regresso e dell’isteresi della civiltà autoctona rispetto a realtà europee più evolute: ma la passione diventa lirismo quando trae il lettore dalla parte del soggetto vittima di discrimen omofobo, come Wilde nella lettera immortale all’innamorato esortato a fuggire in Italia. A noi Buffoni non comunica la stessa profondità, troppo piegato su se stesso, incapace di superamento del suo io. Echeggia nelle sue liriche un'incessante attività autoconsolatoria da uomo su un piedistallo di grazia non compresa, c'è troppo egocentrismo, scarso trascendere, tanto che il dolore sfilaccia nel patetico, nell'intimistico e ridicolo pulsare di emozioni solo sue che sono inefficaci nel trascinare il lettore. Ecco in Gay Pride a Roma, una lirica del 2009: “E il caffè dove lo prendiamo?”/ Chiede quella più debole, più anziana/Stanca di camminare. Alla casa del cinema,/ Là dietro piazza di Siena./ Non si erano accorte della mia presenza/ Nel giardinetto del museo Canonica,/ Si erano scambiate un’effusione/ Un abbraccio stretto, un bacio sulle labbra./ Parlavano in francese, una da italiana/ “Mon amour” le diceva, che felicità/ Di nuovo insieme qui./ Come mi videro si ricomposero/ Distanziando sulla panchina i corpi./ Le scarpe da ginnastica,/ Le caviglie gonfie dell’anziana./ Quella sera, come smollò il caldo,/ Passeggiai fino a Campo de’ Fiori,/ Pizzeria all’angolo, due al tavolo seduti di fronte,/ Giovani puliti timidi e raggianti/ Dritti sulle sedie col menù sfogliavano/ E si scambiavano opinioni/ Discretamente./ Lessi una dignità in quel gesto educato/ Al cameriere, una felicità/ Di esserci/ Intensa, stabilita. Decisi li avrei pensati sempre/ Così dritti sulle sedie col menù./ 


C'è in questa lirica un semi-voyeurismo complice che ricalca i temi del resoconto giornalistico, ma il sentimento non spicca il volo, non dispiega le ali. Si comunica una sensazione di frigida freddezza cronachistica che non riesce a coinvolgere, poiché batte tra le righe il concetto della superiore sensibilità dell’animo gay rispetto ai volgarissimi etero. Rischia questo di divenire un locus communis non sempre suffragato da argomentazioni congrue. In Saffo e Lorca questo disprezzo per i diversi da sé non traspare mai: la sofferenza e il dolore dell’incomprensione tracimano direttamente dal vibrato degli effetti del turbamento amoroso tra i due amanti. E chi legge ne è avvinto. Ci dispiace per Buffoni, ma non è in grado di far lo stesso e ci chiediamo se oggi la definizione di grandezza non possa essere condizionata dal fatto che Buffoni appartenga alla casta dei docenti universitari che, come sappiamo bene, ha gioco facile con le case editrici che contano, oppure se il suo successo possa dipendere dal fatto di essere stato presentato fin dal 1978 da un nome come Raboni. Non lo sappiamo, sono giochi di potere che non ci interessano. Quel che resta è soltanto una poesia tristemente inutile che non coinvolge, fredda, cronachistica, a tratti anche noiosa, di un'ampollosità che esclude qualsiasi ritmo innovativo, e che ricalca semplicemente vecchi triti metri stilistici. La costruzione del verso appare spesso elementare e prosaica: Sotto la statua del costruttore di navi da guerra/ La più grande canoa ha il motore diesel/ Attraversa persino il canale/ Il ponte basso coi segni dei camion/ Che tentarono di passare/...


La poesia dov'é? È andata a spasso, si era stancata forse di aspettare che l'autore fosse colpito dalla grazia dell'ispirazione. 


Buffoni imperterrito, da anni, pubblica coi grandi la sua prosa spacciata per poesia. Ma siamo davvero sicuri che basti farsi presentare da un critico per poter essere definiti “poeti” e che sia sufficiente il suggello di una o più case editrici importanti che ti pubblicano perché sei un signor qualcuno presentato da un altro signor qualcuno, per rimanere nella storia?
Se la risposta è sì, siamo davvero nei guai. Buttiamo i libri nel secchio allora e torniamo alla clava, perché se questa è l'arte che la critica propone, bisognerebbe riscrivere tutta la storia da capo e fingere che nulla di quanto stiamo vedendo oggi, sia realmente accaduto.






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sabato 16 settembre 2017

Lanzarote, appunti di viaggio©

Di Mary Blindflowers©


The black beach, credit Mary Blindflowers©


Lanzarote è un'isola di origine vulcanica che fa parte dell'arcipelago delle Canarie. Scoperta casualmente nel 1312 dal mercante e navigatore Lanzerotto Malocello, a cui deve il suo nome, oggi è meta turistica. Appena arrivati nell'isola si nota la terra rossa e nera, il clima è caldo costante ventoso. Il verde e blu del moto ondoso marino batte con forza sulle spiagge di pietra e sabbia.
È necessario noleggiare una macchina quando si arriva perché spostarsi senza un mezzo di locomozione sarebbe praticamente impossibile, data la pressoché quasi assoluta mancanza di collegamenti. Se si ha il coraggio di non seguire pedissequamente solo gli itinerari turistici, armati di mappa, si possono scoprire dei posti splendidi e piccole botteghe di artigianato locale, situate nei villaggi, lontani dai grandi centri turistici come Puerto del Carmen, Playa Blanca e Arrecife, ormai preda di cineserie, fish and chips all'inglese, pub e negozi di chincaglierie per turisti desiderosi di buttare i soldi dalla finestra e mangiarsi la solita minestra riscaldata che poco ha a che fare con le tradizioni locali.
Teguise, Haría, Teseguise, Orzola, sono invece posti interessanti, da scoprire man mano. Camminando tra le case basse, tutte bianche, alcune con le finestre verdi o le porte blu, si possono trovare botteghe d'artigianato a volte senza neppure l'insegna, dove è possibile comprare le tipiche statuette: Los novios de El Mojón, che artigiani locali fanno ancora completamente a mano a costo zero, prendendo il materiale dalla montagna. Si tratta di una terra rossa che una volta plasmata viene cotta in un forno a legna che possono usare tutti. Per non far morire l'artigianato locale, il municipio infatti mette a disposizione degli artigiani gratuitamente il forno per la cottura dei manufatti. Los novios o promessi sposi sono una coppia di statuine inneggianti alla fertilità che possono avere diverse dimensioni. Sono un maschio e una femmina, con i caratteri sessuali ben in evidenza, dato che si tratta di simboli tradizionali di probabile origina magrebina. La tradizione prevedeva che quando un uomo voleva sposare una donna, le dava la statuetta in forma maschile. Se lei accettava, consegnava a sua volta all'uomo una statuetta simile ma in forma femminile. Così il matrimonio poteva essere celebrato.




Le case bianche, credit Mary Blindflowers©

Un'altro simbolo tradizionale di Lanzarote è il diavolo, simbolo di Timanfaya, che viene anch'esso riprodotto in numerose figurine di terracotta o ceramica e che compare continuamente nei cartelli degli itinerari della montagna del fuego
El diablo, credit Mary Blindflowers©

Associato all'attività vulcanica che ha trasformato l'aspetto dell'isola dopo le grandi eruzioni settecentesche, il simbolo viene ampiamente sfruttato a fini commerciali, tanto che anche il ristorante situato nella zona a pagamento del Timanfaya, si chiama, guarda caso, “El Diablo”, progettato da César Manrique, l'artista-architetto che ha dato impulso al turismo lanzarotiano. Quello che non tutti sanno è che non è necessario pagare per vedere la zona vulcanica, infatti c'è una parte del parco dei vulcani dove è possibile accedere a piedi e gratuitamente. Non ci sono servizi, ovviamente. Non c'è un bar e nemmeno un ristorante. È una zona completamente selvaggia, dove occorre solo camminare fino al bordo del vulcano. Il caldo è decisamente più intenso che da altre parti di Lanzarote, c'è poco vento, quindi meglio usare vestiti di cotone leggero e andarci di mattina presto perché il sole picchia. La strada è pietrosa, non asfaltata, un poco impervia ma percorribile con relativa facilità se si è allenati a camminare. Durante la traversata si vede tutto il paesaggio vulcanico e dei graziosi canarini verdi che ti svolazzano attorno. Nelle ore più calde ti dà l'impressione di camminare dentro un inferno, ma lo spettacolo è suggestivo. Meglio evitare la calca turistica del tour a pagamento che in pratica, ti fa vedere con più agio, dato che siedi dentro un pullman, la stesso paesaggio che puoi vedere camminando, gratis. I cammelli poi sono solamente una trappola per allocchi. L'Echaderos de Camelos, zona sul confine est del parco, prevede un giretto più o meno di quindici, venti minuti in cammello. 
The camel, credit Mary Blindflowers©

Il cammello infatti non fa tutto il giro del parco, come è scritto in certi blog e siti italiani disinformati, ma fa solo un giretto in tondo sulla stradina di montagna. In pratica vedi i turisti salire sopra il camelide, il tempo di entrare nell'ufficio informazioni, guardare un depliant, uscire, e riecco gli stessi turisti coi cammelli che tornano. Caspita, un giretto veloce. Oltretutto quelle bestie, tenute con le bocche sigillate per evitare che sputino, mi hanno fatto pure un poco pena, tenute così, in piedi, poi sedute o col collo e la testa adagiata sulla sabbia, a sollazzare adiposi europei in cerca di emozioni esotiche e foto in pose plastiche.
Niente cammello dunque. A piedi. È la stessa storia di Mirador del Rio, in pratica nella zona a pagamento vedi lo stesso paesaggio che puoi vedere gratuitamente poco più in là, saline comprese.
La parte vulcanica non è l'unica che dà un'impressione “diabolica”.
La zona astronomica non lontana da Orzola, visibile dalla strada, è piena di rocce megalitiche dall'aspetto impressionante. Ovviamente siti e agenzie non ne parlano, dato che l'accesso è gratuito. Il lavorio del vento ha creato delle piccole grotte naturali scavate nella roccia vulcanica. Ho trovato resti di candele dentro una di queste grotticelle. I numerosi segni di pneumatici e di impronte umane sulla terra gialla e rossa, indicano che la terra è frequentata, almeno fino ad un certo punto, visto che la zona è ampia. Di solito i turisti arrivano e si fermano davanti alle rocce, ma di certo non penso che si spingano di notte con le candele dentro le grotte. Ho pensato subito a qualche rito collegato alla tradizionale figura del diavolo lanzarotiano e all'osservazione delle stelle e del solstizio, riti di cui noi occidentali ignoriamo l'esistenza e che probabilmente sono noti alla popolazione del posto.

Magic side, credit Mary Blindflowers©

Un'altra spiaggia poco conosciuta è la Playa del Risco da cui si vede l'isola Graciosa. Come dice la parola stessa c'è un certo margine di rischio nell'avventurarsi fin laggiù. Il problema di questa spiaggia è che per arrivarci occorre percorrere una strada pietrosa a picco sul mare. La discesa è un poco complicata se si soffrono di vertigini, soprattutto perché non c'è un muricciolo dal lato della scarpata, né un sostegno di nessun tipo. Se non si è troppo allenati, si riesce comunque pian piano e con pazienza a scendere in un'oretta, un'oretta e venti, forse pure meno con un po' di buona volontà. 


Strada a strapiombo per Playa del Risco,
credit Mary Blindflowers©

Una volta arrivati però lo spettacolo è grandioso, grosse dune di sabbia, e poi la spiaggia, l'acqua è limpida, trasparente, la sabbia bianca molto fina. Il bagno completo meglio non farselo, perché ci sono gorghi che al largo trascinano. Comunque ti puoi bagnare senza avventurarti nel nuoto, fin dove tocchi. La salita è più facile della discesa in termini di equilibrio, però dura, faticosa. Non fa caldo, il vento che viene dal mare anche con la temperatura di 37 gradi, non fa sentire l'afa. Sicuramente uno dei posti più belli dell'isola e soprattutto poco conosciuti. Dall'alto si gode di una vista unica. La spiaggia è deserta, riservata ai pochi che hanno il coraggio di avventurarsi lungo il ripido percorso, lontano dall'eco scalmanato del turismo di massa e dai negozi pacchiani di Arrecife e delle grandi chiassose città.

Lanzarote è un'isola tutta da scoprire.





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domenica 27 agosto 2017

I figli della casta©

Di Mary Blindflowers©

Teapot, credit Mary Blindflowers©

https://antichecuriosita.co.uk/2017/08/26/i-figli-della-casta/

La casta nutre i suoi figli nell’idea del potere esclusivo. Già sento le loro voci in falsetto: “Siamo la casta e possiamo fare quel che vogliamo, siamo potenti e tutto ci è permesso, gli altri non contano, sono la prole imperfetta di un dio minore, da schiavizzare, sottomettere, far filare secondo i nostri interessi particolari”. I figli della casta difenderanno sempre la casta, contro ogni buon senso, ogni ragionamento, ogni evidenza, ogni luce e porteranno il buio laddove basterebbe garantire a tutti le stesse possibilità, brancoleranno in quel buio, ci sguazzeranno come gechi senza occhi, e saranno felici di aver spento la luce, perché pensano di essere potenti e intoccabili, arroccati nei loro privilegi anacronistici, ridicoli e inumani.
Su un articolo postato in questo blog che sottolinea come solo i professori universitari possano accedere alla consultazione dei testi antichi nelle biblioteche italiane, si sono scatenate alcune sterili polemiche nei social. Una signora molto per bene ha avuto l’ardire di sostenere che un nessuno qualsiasi che vorrebbe consultare un testo antico in biblioteca, potrebbe avere le “mani unte”, mentre un professore universitario sicuramente è pulito.  Non sapevo che nelle biblioteche facessero il test pulizia mani. Mi è nuova. E non sapevo neppure che appartenere alla categoria docenti universitari, garantisse in automatico la pulizia delle estremità superiori. Si impara ogni giorno qualcosa…                                                                
Un altro figlio della casta ha sostenuto che è giusto mantenere il privilegio di consultazione solo per i docenti, perché gli altri rovinerebbero i libri. Neppure di fronte ad una possibilità di digitalizzazione ha dato il suo assenso, sostenendo che la digitalizzazione, (che molte biblioteche già fanno in tutto il mondo, tant’è che è possibile trovare molti testi antichi ingoogle books), non dovrebbe essere ammessa, perché, a suo insindacabile giudizio, la luce degli strumenti atti alla digitalizzazione, rovinerebbe i libri.  Peccato che esistano nuove tecniche di digitalizzazione che consentono di non danneggiare i documenti e da anni e anni i professori universitari consultano anche su microfilm documenti a cui i comuni mortali non possono accedere, nonostante siano già su microfilm e non sia affatto necessario prendere in mano il testo originale. Quindi secondo le obiezioni di queste menti lucide e capaci, è giusto che i libri siano riservati a pochi. Quando faccio notare che la stessa biblioteca che mi nega l’accesso alla consultazione di un testo antico, ha in catalogo uno dei miei saggi su un documento antico, il luminoso saggio risponde che forse mi sono sbagliata nel linkargli la pagina in cui si dice che la biblioteca ha un mio testo.
Tutto questo somiglia alla favola del lupo e dell’agnello… “Sei mesi fa tu mi hai offeso…” “Ma se non ero ancora nato?” “Non ha importanza, io sono il lupo e faccio come mi piace, ti divoro perché comando io, perciò le mie ragioni irragionevoli sono ragione”.
La cultura dunque dovrebbe essere un santuario per pochi secondo questi pareri illuminati di persone che, con tutta probabilità fanno parte di quella schiera di dei che hanno spento le luci, in modo che soltanto loro possano accedere al sapere. Gli altri possono accontentarsi di leggere i loro libri, sempre che siano in grado di scriverne uno in modo autonomo; gli altri possono accedere a informazioni di seconda o terza mano, senza possibilità alcuna di consultare le fonti originarie. Questo accade perché da sempre il potere vuole che “gli altri”, e per “altri” intendo tutti coloro che non fanno parte della casta, siano ignoranti e abbiano un limitatissimo accesso alle fonti del sapere. Gli ignoranti si manovrano meglio, si possono sottomettere ed ingannare con maggiore facilità, perciò i baroni e la loro nefasta prole si aggrappano ai loro assurdi e poco democratici privilegi, per poter far sfoggio di una saggezza che non hanno e di una luce fatua, ingannevole quanto le parole che escono dalla chiostra dei loro denti putrefatti di senso e logica.
Ribellatevi a tutto questo, rivoltatevi contro i farneticanti teoremi dell’élite, la cultura è di chiunque sappia amarla, indifferentemente dall’appartenenza sociale, politica, religiosa, dalla razza, dalle idee. La cultura è di tutti e chiunque affermi il contrario vuole solo controllarvi, sottomettervi, schiavizzarvi, ridurvi all’impotenza di chi sa che un uomo e una donna colti rappresentano un pericolo per gli inganni meschini e riprovevoli del potere.
Non permettete a nessuno di dirvi che la cultura appartiene solo ai Qualcuno, perché il mare è fatto di gocce piccole, e senza quelle gocce apparentemente insignificanti e prive di un ruolo preciso, non esisterebbe nemmeno l’Oceano e la sua grande anima. Rifiutate l’abominio dei baroni che come uccelli rapaci e corrotti si abbarbicano sulle rocce dei fortini al nulla che si sono costruiti, controllandovi dall’alto. Che crollino con tutti i loro figli. Il giorno in cui questo accadrà potremo dire di vivere in un’Italia democratica, un’utopia a cui i figli di un dio minore non possono e non devono rinunciare.
Anarchia e libertà sempre.


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Infernalparadisi da (Il vostro leone che rugge)©

Di Mary Blindflowers©
Misteri di vetro, foto Mary Blindflowers©

Infernalparadisi…
Romba la tomba che inonda
che sfonda che bomba
che scoppia rotonda e quadrata,
lasciata sul margine,
indeflagrata sostanza,
scoppio di terra
alla guerra, alla guerra!
Spazi vuoti a configurare silenzio d’attese…
Resta la bomba che stomba
fungina sfonda le mani, le facce, i sorrisi
le spese della vicina,
resta il tutto che è vuoto e ormai pieno
in questo mondo infernalparadisi
regnante,
davvero così poco elegante
dove tutto è nero veleno.


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domenica 6 agosto 2017

Anarchia e libertà, sempre©

Di Mary Blindflowers©


La demos-cratia, tecnica mista su tela, by Mary Blindflowers©

L'onestà intellettuale presuppone che prima di parlare di qualsiasi argomento, ci si informi e si legga. Oggi leggere non è davvero più di moda, scrittori, menestrelli, sgangherati rappresentanti di partito, collocati in posti precisi per volontà di dio e orgoglio di non so quale nazione di mediocri canta-ciabatte al vento, parlano. Giusto, tutti hanno diritto di parola, dal primo all'ultimo uomo, donna, bambino, animale, che abita sulla terra e anche su altri pianeti visibili e invisibili, perché no? Non è il diritto di parola che qui si chiama in gioco, bensì la cognizione di causa.

Parlare senza aver letto nulla sull'argomento di cui abbondantemente e con saccente sicumera si discetta, non è proprio un atto di saggezza; discutere di stile avendo letto solo un minuscolo frammento di incipit, non è proprio onestà intellettuale; accusare Nessuno di non saper scrivere, solo perché questo Nessuno ha osato criticare uno dei propri amici di bottega, non è essere obiettivi e giusti. Criticare poi un recensore, dicendo che non sa scrivere e, nel contempo, ammettendo di non conoscerlo nemmeno e quindi di non aver letto nulla di ciò che scrive, attiene al burattinesco, al faceto, al ridicolo, alla commedia delle parti in cui ciascuno recita un ruolo sbagliato, un ruolo che non è neppure in grado di sostenere. E ancora, rispondere con l'induzione al suicidio a un qualsiasi commento di terzi che non collimi con il proprio, non è atto di raffinatezza speculativa e dialogica.

Se un articolo non piace, è giusto dirlo, specificare anche perché quell'articolo viene ritenuto sciatto, manchevole, brutto, imperfetto, etc.
Se si giudica che l'articolo sia falso, lo si combatte col ragionamento.
Se confronto e leggo molto attentamente due libri e dico che sono simili, e simili non vuol dire uguali, io sto esprimendo un mio parere, nato da attenta lettura. Se tu, Qualcuno, dici che non è vero, devi per prima cosa aver letto anche tu i due libri, averli confrontati, valutati, insomma devi quantomeno sapere di cosa stai ciarlando.
Se messo alle strette io ti chiedo a bruciapelo: “ma tu hai letto il libro che mi sembra simile a quello recensito?”
Se tu, che discetti, ti addentri in ragionamenti sulla falsità, sull'incapacità altrui, sulla cattiva scrittura, sugli accenti, sui miti e sui riti del mondo intero e dell'intera, a tuo insindacabile parere, onesta e indefettibile editoria italiana, mi rispondi: “no, non ho letto nulla”, di cosa parli, caro Qualcuno? Di aria fritta? Cosa critichi? Qualcosa che non hai mai letto? Sei onnisciente come dio che sa tutto? Come fai a smontare una tesi senza basi logiche e elementari per costruire un'antitesi?
A questo punto mi domando da Signor Nessuno qualunque, senza un nome, senza una garanzia se non quella dell'onestà e dell'attenta lettura, tu Qualcuno, che non leggi nemmeno ciò di cui parli, che sai tutto senza aver sfogliato il testo di cui discetti allegramente per bacheche, tu davvero, come hai fatto a diventare Qualcuno su questi presupposti? E soprattutto, perché sei Qualcuno? Chi ha voluto questo?
Per come la vedo io chi discetta su ciò che non ha nemmeno letto è e rimane un mediocre. Chi si abbandona a gratuiti attacchi personali, dando del frustrato e addirittura del criminale a chi esprime un suo parere, senza poi di fatto, argomentare, ma solo insultando ed offendendo la libera opinione non allineata, frigge l'aria del padrone di turno.

Caro Qualcuno, indistinta entità, tu puoi pubblicare pure con Dio, ma sempre un mediocre e un servo rimani, ieri, oggi e domani. E quando ti specchierai la mattina e guarderai la tua bella faccia depauperata di senso e luce, vedrai solo un figurinante, uno tra i tanti, né più né meno.
Anarchia e libertà, sempre.


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Cade la terra e pure un po' le braccia©

Di Mary Blindflowers©

L'uomo che pensa, pastello su carta by Mary Blindflowers©



Cade la terra, è il libro di Carmen Pellegrino pubblicato da Giunti. E chi è la Pellegrino? Semplice, una che la fantasia di qualche pubblicitario sveglio ha definito “abbandonologa”, sì, una persona che si occupa di luoghi morti e abbandonati, una che, come precisato nel romanzo, “nel tempo libero partecipa a funerali di sconosciuti”. Curiosa notazione che sembra però partorita più dal desiderio di farsi ricordare per qualcosa di insolito che dalla realtà. Infatti la biografia segnalata nella quarta di copertina pattina sul generico quando si tratta di definire il curriculum dell'autrice: “ha scritto saggi di storia e racconti”, non sappiamo quanti, non ci dice con quale editore. Si ritiene più importante specificare che ha l'hobby dei funerali, come se si dovesse a tutti i costi costruire un personaggio che non esiste, tanto si sa bene che il curriculum in Italia non serve per pubblicare con la grossa editoria. In linea con l'informazione dei funerali, ecco la foto dell'autrice all'interno del libro, voilà la dark Pellegrino nero-vestita accanto a dei vasetti un poco spelacchiati di gerani e un muro scrostato che dovrebbe dare l'idea del disfacimento. Tutto perfetto. 

Inizio a leggere. 

Il libro inizia con un prologo che annuncia l'arrivo alle nove di alcuni ospiti. L'autrice non lo dice ma, suo malgrado, si intuisce che si tratta di una cena di morti. Si capisce al volo per l'atmosfera macabra che crea. Il problema è che nell'intenzione dell'autrice non si dovrebbe percepire, dato che il “mistero” di quella cena, dovrebbe essere svelato alla fine.

Passiamo avanti.

Il romanzo si compone di due personaggi principali Estella e Marcello e tanti personaggi secondari le cui storie, a volte lacrimevoli, a volte crudeli, appaiono stranamente sgranate rispetto alla trama principale. Fin dalle prime pagine si ha come l'impressione che l'autrice abbia composto dei racconti separati, indipendenti l'uno dall'altro e poi, solo in un secondo momento, abbia deciso di legarli insieme e innestarli sulla trama del borgo abbandonato. Alcuni personaggi non sono caratterizzati molto bene, tuttavia la descrizione dell'anarchico migliora notevolmente il ritmo della narrazione. Anche il personaggio di Mariuccia è descritto bene, peccato che quando la bambina muore per colpa di un medico incompetente, questi, senza pensarci su due volte, confessa al padre e alla madre (che hanno appena visto la figlia morire), di aver sbagliato la fialetta del medicinale e di aver iniettato digitalina nelle vene della bambina, insomma di essere la causa del suo decesso. Una scena alquanto inverosimile, e inverosimile soprattutto la reazione del padre che si limita a lamentarsi un poco, per poi, quando il medico gli dice che la giustizia non è per i cafoni par suo, abbracciare la moglie in silenzio. La donna in tutto questo non dice mai niente, lei che ama sua figlia come le sue viscere, (lo si capisce dal racconto di come la partorisce), non dice nulla. La figlia le muore in braccio, il medico confessa di averla uccisa e lei che fa? Nemmeno un fiato. Nemmeno una reazione istintiva, un lamento, nulla. Poco credibile.

Il tema del borgo abbandonato e dell'oblio, presentato come originale dall'editore, tanto che l'autrice avrebbe dato il via, come ho detto, ad una nuova specialità, “l'abbandonologia”, in realtà è presente in altri romanzi e ho notato curiose similitudini con un'altra opera in particolare: Macerie, di Claudio Piras Moreno.

Entrambi i romanzi parlano di un paese che è stato abbandonato a causa di dissesti idrogeologici, solo che in Macerie il paese si chiama Antro e in Cade la terra, Alento.

Estella, la protagonista di Cade la terra, parla coi morti, coi fantasmi, e guarda caso pure Antoni, il protagonista di Macerie, parla coi fantasmi, che combinazione, direbbero il signore e la signora Smith de la Cantatrice Calva, che caso straordinario.

Ma proseguiamo.

Macerie scrive: Lo sanno bene questi morti che vengono a parlarmi ogni giorno, mi elencano i loro errori e quelli degli altri consci di non potervi più porre rimedio. È questo il rammarico più grande della loro condizione: l’ineluttabilità di quanto si è o non si è compiuto in vita. Quello che più li fa soffrire è il loro passato incontrovertibile. L’uomo paga le colpe dei suoi avi, della sua natura.

Altra curiosa combinazione, anche in Cade la terra i morti non vogliono parlare del passato, infatti uno dei fantasmi, Consiglio Parisi, pronuncia questa frase: Non vi sarebbe scandalo... se pur di non riflettervi nello specchio che siamo, non ci obbligate a ricordare i respiri, gli ansiti, le mille fiacchezze della vita passata... Lo fate per assegnarci le colpe, in modo che non ne restino per voi...”.

Emerge in entrambi i casi il tema della colpa e della volontà dei morti di aborrire e cambiare completamente il passato.

Potrebbe essere una coincidenza, ci sono molti romanzi in cui i personaggi parlano coi morti. Qui però in tutti e due i casi, i protagonisti diventano depositari della memoria dei fantasmi, in due romanzi giocati sul tema villaggio abbandonato – oblio.

In entrambi i libri l'elemento che unisce le storie è proprio la memoria attorno a cui tutto si muove.

Estella sarà l’ultima abitante di Alento, Antòni sarà l’ultimo dei sopravvissuti di Antro.

Se Antòni corrisponde a Stella per tanti aspetti, Marcello corrisponde a Pietro, entrambi pare abbiano qualche problema psicologico e Antòni/Stella diventano la chiave per guarire. Il problema di Pietro viene chiarito nel finale, quello di Marcello rimane sul generico.

Coincidenze?

Forse.

Altra coincidenza, entrambi gli autori avevano come agente Vicki Satlow, ma Macerie fu finito il 6 novembre 2011 e pubblicato, prima che lo pubblicasse in proprio l’autore, dalla Vanda e-publishing per mezzo della Satlow stessa nel gennaio 2014, mentre Cade la terra è uscito nel febbraio 2015.

Ma torniamo al tema della memoria.

Quarta di copertina di Cade la terra: Alento è un borgo abbandonato che sembra rincorrere l’oblio, e che non vede l’ora di scomparire. Il paesaggio d’intorno frana ma, soprattutto, franano le anime dei fantasmi corporali che Estella... cerca di tenere in vita con disperato accudimento, realizzando la più difficile delle utopie: far coincidere la follia con la morale... Seppellirli per sempre significherebbe rimanere muti.

Macerie: Fin dai primi momenti del sogno, ammesso che di sogno si fosse trattato, aveva intuito che quell’uomo era la chiave d’accesso al suo passato, ad Antro e alla sua gente, e al loro svanire nell’oblio... Con il mio raccontare mi sono opposto all’oblio, al sedimento della polvere, alla morte. Con il mio corpo ho sfidato le leggi del probabile e ho portato una speranza. L’ho fatto aiutato dai morti di Antro, sopravvivendo, e poi facendo rivivere le loro storie, senza arrendermi... Diastasi di molteplice natura, perché avvenuta anche tra gli abitanti di Antro e le proprie radici, in modo più lento però; con lo spopolamento, la violazione della natura, la perdita d’identità e di memoria: i loro ricordi lavati erano franati nell’oblio.

Qual è la morale di queste due favole sull'oblio secondo voi?

È sempre la stessa da che il mondo gira. L'oblio non è uguale per tutti, ci sono autori destinati all'ombra, indipendentemente da ciò che scrivono, ed altri destinati alla luce della ribalta, della Rai e dei Premi letterari che contano.

Il motivo?

Non è difficile da capire, pensateci.

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martedì 1 agosto 2017

La Nutella? Triste metafora del nulla©

Di Mary Blindflowers©

Sipario per pesci, pastello a cera su carta, by Mary Blindflowers©


La Nutella, un prodotto italiano che ha contribuito notevolmente alla crescita di una nota azienda, la Ferrero. Chi è che non ha mai mangiato o quantomeno assaggiato la Nutella? Tutti credo. Il basso costo ha decretato la diffusione del prodotto e non solo a livello nazionale, ormai la Nutella la conoscono tutti, in tutto il mondo.
Ma di cosa è fatta in realtà e quanto cacao contiene? Si compone per il 76 per cento di olio di palma, il resto è latte scremato in polvere, nocciole e cacao in piccola percentuale. Una tavoletta di buon cioccolato dark può contenere fino al 99% per cento di cacao, la Nutella il 7 per cento. Fate le dovute proporzioni.
In pratica quando si mangia la Nutella si mangia un cibo molto grasso, povero di cacao e ricchissimo di zucchero bianco raffinato, un prodotto che non offre nulla in termini di qualità e salute, anzi aumenta il tasso di zucchero nel sangue e fa ingrassare.
Basta prendere un barattolo del prodotto e metterlo al sole per un poco per valutare la quantità di grassi che contiene e che non fanno di certo bene alla salute. Eppure per tanto tempo la Nutella è stata spacciata per cibo “sano”, utile addirittura per la crescita dei bambini, un periodo onnipresenti nelle pubblicità della Ferrero con un bella fetta di pane e sopra la crema definita “al cacao e alle nocciole”.
Si dice che oggi con la circolazione delle notizie e delle informazioni ci sia più consapevolezza alimentare e non. Ma è davvero così?
Ci sono ancora persone che sostengono che la Nutella sia intoccabile, un ottimo cibo, e continuano non solo a cibarsene, ma la danno pure ai bambini, convinti che faccia addirittura bene! Non mi addentrerò in discussioni sulla probabile cancerosità dell’olio di palma, che comunque, cancerosità o no, è uno dei peggiori oli del mondo; non si soffermerò neppure sul fatto che vaste aree del pianeta vengono sacrificate per la coltivazione della pianta da cui si produce quest’olio, in barba a chi dice che la Ferrero è ecosostenibile, né sul fatto che questa azienda voglia inglobare anche la famosa Nestlé, altra multinazionale del cacao che sfrutta il lavoro minorile nei Paesi poveri. Mi limiterò a dire che la Nutella non solo non è un cibo sano, perché contiene straordinarie quantità di grassi e zuccheri che farebbero male anche ad un rinoceronte, ma crea una forte dipendenza, esattamente come i cibi del Mc Donald’s. Avete mai notato che quando mangiate la Nutella vi viene voglia di mangiarne ancora e poi ancora e poi ancora? Si crea una sorta di schiavitù alimentare. Perché? L’alta percentuale di zucchero contenuta nel prodotto, crea un innalzamento della serotonina che dà un senso di calma e di appagamento, di momentanea felicità. Così non è raro vedere persone afflitte e dispiaciute per qualche accadimento personale, attaccarsi al barattolo di Nutella per trarne giovamento. Le multinazionali giocano su due fattori principali per smerciare prodotti aberranti: dipendenza psicologica e scarsa qualità, così il costo può rimanere basso e soddisfare praticamente tutti, espandendo il prodotto-spazzatura in tutto il mondo e realizzando grossi profitti.
È la morte della cultura alimentare, la standardizzazione della dipendenza, la sottoqualità spacciata per oro, tramite pubblicità ingannevoli ed ossessive. E questa sarebbe la nutrizione dell’uomo del futuro? Depensante, dipendente, schiavo delle multinazionali, sempre più depresso, sempre più grasso e inebetito dal sistema, un pesce nel maremagnum delbusiness che usa la massa come marionetta. La Nutella è la triste metafora del nulla. Dimostra come il popolo sia manipolabile, scarsamente capace di autodeterminazione, di riflessione.
Vi siete mai chiesti perché le etichette dei prodotti alimentari diventino sempre più piccole? Per esempio in U.K. sono piccolissime, faccio fatica a leggerle, spesso ci vuole la lente di ingrandimento per capirci qualcosa. E sono piccole apposta. Perché tanto la gente non le legge quasi più, non ha tempo, va di fretta, mangia quel che capita, quello che suggerisce la pubblicità, indipendentemente dalla composizione, perché il tempo è denaro. I pesci seguono la corrente, si vive come automi dentro una busta di plastica trasparente che ha dei buchi per poter, ogni tanto, respirare ma senza pensare troppo.







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Vuoto©

©François Nédel Atèrre, 13.07.17

L'uccello, foto Mary Blindflowers©


Ora non so, credo che vada scritto
qualcosa di diverso, ma è la stessa
goccia che cade, ogni cinque secondi
dalla cannella al fondo dell’acquaio.
Atteso a lungo, l’incontro del fiume
col mare non ha schiuso il suo segreto,
e la foresta è stata attenta, a sera
a dire poco di abitanti e querce.
Mi piace adesso, di queste grondaie
bitorzolute che l’acqua raccolta
non è la mia, come la ghiaia ai fiori
delle sparute aiuole. Nei vialetti
che mettono al cortile della casa
se alcuno passa, non mi riconosce
né si da pena di farmi un saluto.
Ma mi ha accettato, il genio che dimora
nel luogo, il mascherone sorridente
dei fregi in cima alle finestre, al tetto
di questa casa antica. Nei mattoni
che il vecchio intonaco lascia scoperti
come gengive, rughe intorno al labbro,
c’è già un sorriso che mi basta; io resto.

Lascio, sicuro che saprai far meglio.


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