domenica 6 agosto 2017

Anarchia e libertà, sempre©

Di Mary Blindflowers©


La demos-cratia, tecnica mista su tela, by Mary Blindflowers©

L'onestà intellettuale presuppone che prima di parlare di qualsiasi argomento, ci si informi e si legga. Oggi leggere non è davvero più di moda, scrittori, menestrelli, sgangherati rappresentanti di partito, collocati in posti precisi per volontà di dio e orgoglio di non so quale nazione di mediocri canta-ciabatte al vento, parlano. Giusto, tutti hanno diritto di parola, dal primo all'ultimo uomo, donna, bambino, animale, che abita sulla terra e anche su altri pianeti visibili e invisibili, perché no? Non è il diritto di parola che qui si chiama in gioco, bensì la cognizione di causa.

Parlare senza aver letto nulla sull'argomento di cui abbondantemente e con saccente sicumera si discetta, non è proprio un atto di saggezza; discutere di stile avendo letto solo un minuscolo frammento di incipit, non è proprio onestà intellettuale; accusare Nessuno di non saper scrivere, solo perché questo Nessuno ha osato criticare uno dei propri amici di bottega, non è essere obiettivi e giusti. Criticare poi un recensore, dicendo che non sa scrivere e, nel contempo, ammettendo di non conoscerlo nemmeno e quindi di non aver letto nulla di ciò che scrive, attiene al burattinesco, al faceto, al ridicolo, alla commedia delle parti in cui ciascuno recita un ruolo sbagliato, un ruolo che non è neppure in grado di sostenere. E ancora, rispondere con l'induzione al suicidio a un qualsiasi commento di terzi che non collimi con il proprio, non è atto di raffinatezza speculativa e dialogica.

Se un articolo non piace, è giusto dirlo, specificare anche perché quell'articolo viene ritenuto sciatto, manchevole, brutto, imperfetto, etc.
Se si giudica che l'articolo sia falso, lo si combatte col ragionamento.
Se confronto e leggo molto attentamente due libri e dico che sono simili, e simili non vuol dire uguali, io sto esprimendo un mio parere, nato da attenta lettura. Se tu, Qualcuno, dici che non è vero, devi per prima cosa aver letto anche tu i due libri, averli confrontati, valutati, insomma devi quantomeno sapere di cosa stai ciarlando.
Se messo alle strette io ti chiedo a bruciapelo: “ma tu hai letto il libro che mi sembra simile a quello recensito?”
Se tu, che discetti, ti addentri in ragionamenti sulla falsità, sull'incapacità altrui, sulla cattiva scrittura, sugli accenti, sui miti e sui riti del mondo intero e dell'intera, a tuo insindacabile parere, onesta e indefettibile editoria italiana, mi rispondi: “no, non ho letto nulla”, di cosa parli, caro Qualcuno? Di aria fritta? Cosa critichi? Qualcosa che non hai mai letto? Sei onnisciente come dio che sa tutto? Come fai a smontare una tesi senza basi logiche e elementari per costruire un'antitesi?
A questo punto mi domando da Signor Nessuno qualunque, senza un nome, senza una garanzia se non quella dell'onestà e dell'attenta lettura, tu Qualcuno, che non leggi nemmeno ciò di cui parli, che sai tutto senza aver sfogliato il testo di cui discetti allegramente per bacheche, tu davvero, come hai fatto a diventare Qualcuno su questi presupposti? E soprattutto, perché sei Qualcuno? Chi ha voluto questo?
Per come la vedo io chi discetta su ciò che non ha nemmeno letto è e rimane un mediocre. Chi si abbandona a gratuiti attacchi personali, dando del frustrato e addirittura del criminale a chi esprime un suo parere, senza poi di fatto, argomentare, ma solo insultando ed offendendo la libera opinione non allineata, frigge l'aria del padrone di turno.

Caro Qualcuno, indistinta entità, tu puoi pubblicare pure con Dio, ma sempre un mediocre e un servo rimani, ieri, oggi e domani. E quando ti specchierai la mattina e guarderai la tua bella faccia depauperata di senso e luce, vedrai solo un figurinante, uno tra i tanti, né più né meno.
Anarchia e libertà, sempre.


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Cade la terra e pure un po' le braccia©

Di Mary Blindflowers©

L'uomo che pensa, pastello su carta by Mary Blindflowers©



Cade la terra, è il libro di Carmen Pellegrino pubblicato da Giunti. E chi è la Pellegrino? Semplice, una che la fantasia di qualche pubblicitario sveglio ha definito “abbandonologa”, sì, una persona che si occupa di luoghi morti e abbandonati, una che, come precisato nel romanzo, “nel tempo libero partecipa a funerali di sconosciuti”. Curiosa notazione che sembra però partorita più dal desiderio di farsi ricordare per qualcosa di insolito che dalla realtà. Infatti la biografia segnalata nella quarta di copertina pattina sul generico quando si tratta di definire il curriculum dell'autrice: “ha scritto saggi di storia e racconti”, non sappiamo quanti, non ci dice con quale editore. Si ritiene più importante specificare che ha l'hobby dei funerali, come se si dovesse a tutti i costi costruire un personaggio che non esiste, tanto si sa bene che il curriculum in Italia non serve per pubblicare con la grossa editoria. In linea con l'informazione dei funerali, ecco la foto dell'autrice all'interno del libro, voilà la dark Pellegrino nero-vestita accanto a dei vasetti un poco spelacchiati di gerani e un muro scrostato che dovrebbe dare l'idea del disfacimento. Tutto perfetto. 

Inizio a leggere. 

Il libro inizia con un prologo che annuncia l'arrivo alle nove di alcuni ospiti. L'autrice non lo dice ma, suo malgrado, si intuisce che si tratta di una cena di morti. Si capisce al volo per l'atmosfera macabra che crea. Il problema è che nell'intenzione dell'autrice non si dovrebbe percepire, dato che il “mistero” di quella cena, dovrebbe essere svelato alla fine.

Passiamo avanti.

Il romanzo si compone di due personaggi principali Estella e Marcello e tanti personaggi secondari le cui storie, a volte lacrimevoli, a volte crudeli, appaiono stranamente sgranate rispetto alla trama principale. Fin dalle prime pagine si ha come l'impressione che l'autrice abbia composto dei racconti separati, indipendenti l'uno dall'altro e poi, solo in un secondo momento, abbia deciso di legarli insieme e innestarli sulla trama del borgo abbandonato. Alcuni personaggi non sono caratterizzati molto bene, tuttavia la descrizione dell'anarchico migliora notevolmente il ritmo della narrazione. Anche il personaggio di Mariuccia è descritto bene, peccato che quando la bambina muore per colpa di un medico incompetente, questi, senza pensarci su due volte, confessa al padre e alla madre (che hanno appena visto la figlia morire), di aver sbagliato la fialetta del medicinale e di aver iniettato digitalina nelle vene della bambina, insomma di essere la causa del suo decesso. Una scena alquanto inverosimile, e inverosimile soprattutto la reazione del padre che si limita a lamentarsi un poco, per poi, quando il medico gli dice che la giustizia non è per i cafoni par suo, abbracciare la moglie in silenzio. La donna in tutto questo non dice mai niente, lei che ama sua figlia come le sue viscere, (lo si capisce dal racconto di come la partorisce), non dice nulla. La figlia le muore in braccio, il medico confessa di averla uccisa e lei che fa? Nemmeno un fiato. Nemmeno una reazione istintiva, un lamento, nulla. Poco credibile.

Il tema del borgo abbandonato e dell'oblio, presentato come originale dall'editore, tanto che l'autrice avrebbe dato il via, come ho detto, ad una nuova specialità, “l'abbandonologia”, in realtà è presente in altri romanzi e ho notato curiose similitudini con un'altra opera in particolare: Macerie, di Claudio Piras Moreno.

Entrambi i romanzi parlano di un paese che è stato abbandonato a causa di dissesti idrogeologici, solo che in Macerie il paese si chiama Antro e in Cade la terra, Alento.

Estella, la protagonista di Cade la terra, parla coi morti, coi fantasmi, e guarda caso pure Antoni, il protagonista di Macerie, parla coi fantasmi, che combinazione, direbbero il signore e la signora Smith de la Cantatrice Calva, che caso straordinario.

Ma proseguiamo.

Macerie scrive: Lo sanno bene questi morti che vengono a parlarmi ogni giorno, mi elencano i loro errori e quelli degli altri consci di non potervi più porre rimedio. È questo il rammarico più grande della loro condizione: l’ineluttabilità di quanto si è o non si è compiuto in vita. Quello che più li fa soffrire è il loro passato incontrovertibile. L’uomo paga le colpe dei suoi avi, della sua natura.

Altra curiosa combinazione, anche in Cade la terra i morti non vogliono parlare del passato, infatti uno dei fantasmi, Consiglio Parisi, pronuncia questa frase: Non vi sarebbe scandalo... se pur di non riflettervi nello specchio che siamo, non ci obbligate a ricordare i respiri, gli ansiti, le mille fiacchezze della vita passata... Lo fate per assegnarci le colpe, in modo che non ne restino per voi...”.

Emerge in entrambi i casi il tema della colpa e della volontà dei morti di aborrire e cambiare completamente il passato.

Potrebbe essere una coincidenza, ci sono molti romanzi in cui i personaggi parlano coi morti. Qui però in tutti e due i casi, i protagonisti diventano depositari della memoria dei fantasmi, in due romanzi giocati sul tema villaggio abbandonato – oblio.

In entrambi i libri l'elemento che unisce le storie è proprio la memoria attorno a cui tutto si muove.

Estella sarà l’ultima abitante di Alento, Antòni sarà l’ultimo dei sopravvissuti di Antro.

Se Antòni corrisponde a Stella per tanti aspetti, Marcello corrisponde a Pietro, entrambi pare abbiano qualche problema psicologico e Antòni/Stella diventano la chiave per guarire. Il problema di Pietro viene chiarito nel finale, quello di Marcello rimane sul generico.

Coincidenze?

Forse.

Altra coincidenza, entrambi gli autori avevano come agente Vicki Satlow, ma Macerie fu finito il 6 novembre 2011 e pubblicato, prima che lo pubblicasse in proprio l’autore, dalla Vanda e-publishing per mezzo della Satlow stessa nel gennaio 2014, mentre Cade la terra è uscito nel febbraio 2015.

Ma torniamo al tema della memoria.

Quarta di copertina di Cade la terra: Alento è un borgo abbandonato che sembra rincorrere l’oblio, e che non vede l’ora di scomparire. Il paesaggio d’intorno frana ma, soprattutto, franano le anime dei fantasmi corporali che Estella... cerca di tenere in vita con disperato accudimento, realizzando la più difficile delle utopie: far coincidere la follia con la morale... Seppellirli per sempre significherebbe rimanere muti.

Macerie: Fin dai primi momenti del sogno, ammesso che di sogno si fosse trattato, aveva intuito che quell’uomo era la chiave d’accesso al suo passato, ad Antro e alla sua gente, e al loro svanire nell’oblio... Con il mio raccontare mi sono opposto all’oblio, al sedimento della polvere, alla morte. Con il mio corpo ho sfidato le leggi del probabile e ho portato una speranza. L’ho fatto aiutato dai morti di Antro, sopravvivendo, e poi facendo rivivere le loro storie, senza arrendermi... Diastasi di molteplice natura, perché avvenuta anche tra gli abitanti di Antro e le proprie radici, in modo più lento però; con lo spopolamento, la violazione della natura, la perdita d’identità e di memoria: i loro ricordi lavati erano franati nell’oblio.

Qual è la morale di queste due favole sull'oblio secondo voi?

È sempre la stessa da che il mondo gira. L'oblio non è uguale per tutti, ci sono autori destinati all'ombra, indipendentemente da ciò che scrivono, ed altri destinati alla luce della ribalta, della Rai e dei Premi letterari che contano.

Il motivo?

Non è difficile da capire, pensateci.

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martedì 1 agosto 2017

La Nutella? Triste metafora del nulla©

Di Mary Blindflowers©

Sipario per pesci, pastello a cera su carta, by Mary Blindflowers©


La Nutella, un prodotto italiano che ha contribuito notevolmente alla crescita di una nota azienda, la Ferrero. Chi è che non ha mai mangiato o quantomeno assaggiato la Nutella? Tutti credo. Il basso costo ha decretato la diffusione del prodotto e non solo a livello nazionale, ormai la Nutella la conoscono tutti, in tutto il mondo.
Ma di cosa è fatta in realtà e quanto cacao contiene? Si compone per il 76 per cento di olio di palma, il resto è latte scremato in polvere, nocciole e cacao in piccola percentuale. Una tavoletta di buon cioccolato dark può contenere fino al 99% per cento di cacao, la Nutella il 7 per cento. Fate le dovute proporzioni.
In pratica quando si mangia la Nutella si mangia un cibo molto grasso, povero di cacao e ricchissimo di zucchero bianco raffinato, un prodotto che non offre nulla in termini di qualità e salute, anzi aumenta il tasso di zucchero nel sangue e fa ingrassare.
Basta prendere un barattolo del prodotto e metterlo al sole per un poco per valutare la quantità di grassi che contiene e che non fanno di certo bene alla salute. Eppure per tanto tempo la Nutella è stata spacciata per cibo “sano”, utile addirittura per la crescita dei bambini, un periodo onnipresenti nelle pubblicità della Ferrero con un bella fetta di pane e sopra la crema definita “al cacao e alle nocciole”.
Si dice che oggi con la circolazione delle notizie e delle informazioni ci sia più consapevolezza alimentare e non. Ma è davvero così?
Ci sono ancora persone che sostengono che la Nutella sia intoccabile, un ottimo cibo, e continuano non solo a cibarsene, ma la danno pure ai bambini, convinti che faccia addirittura bene! Non mi addentrerò in discussioni sulla probabile cancerosità dell’olio di palma, che comunque, cancerosità o no, è uno dei peggiori oli del mondo; non si soffermerò neppure sul fatto che vaste aree del pianeta vengono sacrificate per la coltivazione della pianta da cui si produce quest’olio, in barba a chi dice che la Ferrero è ecosostenibile, né sul fatto che questa azienda voglia inglobare anche la famosa Nestlé, altra multinazionale del cacao che sfrutta il lavoro minorile nei Paesi poveri. Mi limiterò a dire che la Nutella non solo non è un cibo sano, perché contiene straordinarie quantità di grassi e zuccheri che farebbero male anche ad un rinoceronte, ma crea una forte dipendenza, esattamente come i cibi del Mc Donald’s. Avete mai notato che quando mangiate la Nutella vi viene voglia di mangiarne ancora e poi ancora e poi ancora? Si crea una sorta di schiavitù alimentare. Perché? L’alta percentuale di zucchero contenuta nel prodotto, crea un innalzamento della serotonina che dà un senso di calma e di appagamento, di momentanea felicità. Così non è raro vedere persone afflitte e dispiaciute per qualche accadimento personale, attaccarsi al barattolo di Nutella per trarne giovamento. Le multinazionali giocano su due fattori principali per smerciare prodotti aberranti: dipendenza psicologica e scarsa qualità, così il costo può rimanere basso e soddisfare praticamente tutti, espandendo il prodotto-spazzatura in tutto il mondo e realizzando grossi profitti.
È la morte della cultura alimentare, la standardizzazione della dipendenza, la sottoqualità spacciata per oro, tramite pubblicità ingannevoli ed ossessive. E questa sarebbe la nutrizione dell’uomo del futuro? Depensante, dipendente, schiavo delle multinazionali, sempre più depresso, sempre più grasso e inebetito dal sistema, un pesce nel maremagnum delbusiness che usa la massa come marionetta. La Nutella è la triste metafora del nulla. Dimostra come il popolo sia manipolabile, scarsamente capace di autodeterminazione, di riflessione.
Vi siete mai chiesti perché le etichette dei prodotti alimentari diventino sempre più piccole? Per esempio in U.K. sono piccolissime, faccio fatica a leggerle, spesso ci vuole la lente di ingrandimento per capirci qualcosa. E sono piccole apposta. Perché tanto la gente non le legge quasi più, non ha tempo, va di fretta, mangia quel che capita, quello che suggerisce la pubblicità, indipendentemente dalla composizione, perché il tempo è denaro. I pesci seguono la corrente, si vive come automi dentro una busta di plastica trasparente che ha dei buchi per poter, ogni tanto, respirare ma senza pensare troppo.







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Vuoto©

©François Nédel Atèrre, 13.07.17

L'uccello, foto Mary Blindflowers©


Ora non so, credo che vada scritto
qualcosa di diverso, ma è la stessa
goccia che cade, ogni cinque secondi
dalla cannella al fondo dell’acquaio.
Atteso a lungo, l’incontro del fiume
col mare non ha schiuso il suo segreto,
e la foresta è stata attenta, a sera
a dire poco di abitanti e querce.
Mi piace adesso, di queste grondaie
bitorzolute che l’acqua raccolta
non è la mia, come la ghiaia ai fiori
delle sparute aiuole. Nei vialetti
che mettono al cortile della casa
se alcuno passa, non mi riconosce
né si da pena di farmi un saluto.
Ma mi ha accettato, il genio che dimora
nel luogo, il mascherone sorridente
dei fregi in cima alle finestre, al tetto
di questa casa antica. Nei mattoni
che il vecchio intonaco lascia scoperti
come gengive, rughe intorno al labbro,
c’è già un sorriso che mi basta; io resto.

Lascio, sicuro che saprai far meglio.


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lunedì 24 luglio 2017

Tenerezza o deretanica brezza?©

Di Lucio Pistis & Sandro Asebès

Il volo, foto Mary Blindflowers©


Il giardino è tutto secco, le rose guardano all’ingiù, fiaccate dalla gran calura estiva. Le nostre mogli oggi vanno a rinfrescarsi un poco le gambe in spiaggia, strizzandosi senza respirare dentro i costumi dell’anno prima. Dopo un lungo lamento sulle lavatrici che al giorno d’oggi fanno ritirare tutti i panni, rendendoli più piccoli, le nostre giunoniche principesse si allontanano con la testa sotto il sole. Noi aspettiamo che girino l’angolo e ci versiamo una bella birra ghiacciata.
Abbiamo davanti una lirica di Emilio Greco, il famoso scultore.
Nei tuoi occhi la tenerezza”
Un battello lento sul lago
Un abbandonarsi senza tempo
di fermata in fermata
da Riva di Solto a Lovere:
nei tuoi occhi la tenerezza
straripava fino al pianto.
Ci guardiamo in faccia. Questa sarebbe una poesia? Tenerezza che fa rima con deretanica brezza?
Tracima nelle viscere del lettore un irrefrenabile impulso evacuatorio, registrando l’inanità della trasmissione di empiti emotivi, nella sciatta descrizione di una corsa di naviglio sul lago d’Iseo (ambiente di per sé poco calorico). Certo stride l’idea dell’abbandono durante una traversata idrica caratterizzata dal rumore di fondo delle turbine del vettore: evidentemente siamo avvezzi ad altri tipi di atmosfere foriere di rilassatezza. Se l’emozione va condivisa e rapportata ad analoghi vissuti, l’impressione dello svuotamento di tensione ed energia in un trasporto motorizzato sull’acqua ci risulta allotrio. Emilio Greco la fa sua, ma, ci sia consentito, non la trasmette a chi legge. Ci immaginiamo già i due protagonisti placidi e rilassati e magari interrotti dalla voce dell’esattore del certificato di viaggio! C’è una paratia tra poeta (sic!) e lettore né la tecnica del breve vissuto agevola empatia. Questa pseudo-lirica (che non ha alcuna nota toccante) lascia chi la legge esterrefatto per la sua impotenza comunicativa e l’insipienza tecnica.

Emilio forse avrebbe dovuto limitarsi a scolpire, arte che gli riusciva piuttosto bene. Di pubblicare poesie, una peggio dell’altra, avrebbe sicuramente potuto tranquillamente farne a meno, anche perché al momento, nonostante la nostra età, che è considerevole, non soffriamo di stipsi.

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Le nuove vecchie ricette di MicroMega©

Di Mary Blindflowers©

La cena delle beffe, oil on canvas by Mary Blindflowers©


Prendete una pornodiva dalle giunoniche forme, mixatela con un intellettuale che avrà il compito di aiutare a costruire un personaggio, miscelate bene il tutto all’interno di una rivista di nome MicroMega e il gioco è fatto, la ricetta della patata con variante viene servita su un luccicante piatto d’argento con servizio di posate finto-oro sfolgorante, che solleticano opportunamente la pruderie della gente comune.
Siccome l’Italia non è un Paese di persone ma di personaggi che non esistono nella realtà, cosa fare per incrementare le vendite e attirare lettori che normalmente non comprerebbero la rivista? Creare un personaggio nuovo di zecca, la novità delle novità, la pornodiva che, con insolita proprietà di linguaggio, risponde ad un filosofo, una pornodiva intelligente. Ma che bello! Eh sì, è proprio vero. La patata comunque la si cuocia attira sempre i polletti nostrani e ruspantelli da fare arrosto e ci vuol poco a scrivere due righe su un giornale e su twitter e dire che sono fuoriuscite dal cervellino originale di una Nappidiva, prestata per qualche attimo all’opinionismo. Scucita dunque la donnina dal suo ruolo, tutto cambia, la gente si interessa, comincia a sognare e a schierarsi, commentare, interessarsi alla faccenda di una snocciolatrice di piselli che improvvisamente rivela doti sillogistiche-dialogiche, insomma, l’opinione pubblica si intriga. E chi ci guadagna? Naturalmente la rivista e il filosofo e la divetta che scandaglia e finge senza fretta. Così anche chi non aveva mai letto MicroMega, siccome la Nappi ha argomenti senza bisogno di argomentare, ora che fa? Legge e sognafellatio che sanno d’Orazio e filosofia usa e getta.
Ma cosa stiamo veramente leggendo? Chi scrive e chi legge sul serio? Chi vive in Italia e chi ha realmente diritto di parola? Una manica di meretrici e di intellettuali che poi alla fine, sono la stessa identica cosa. L’importante è costruire un personaggio e vendere, il resto conta poco. La cultura, quella vera, può attendere, intanto si fa notizia con un bel gioco, una nuova-antica ricetta, vecchia come il mestiere che fa la Nappi e gli intellettuali di regime, così le pecore sognano e commentano. Voilà signore e signori, il teatrino novità dello stivale da buttare è servito sulla tavola dei semplici da meccanismi piuttosto complicati e sbeffeggianti il senso di ogni cosa. Il risultato finale, per un osservatore che va oltre, è solo una grande cosmica tristezza per come l’Italia-pascolo è diventata o forse è, purtroppo, sempre stata.


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sabato 8 luglio 2017

Un uomo spalava letame©

Di Andreas Finottis©

Il mondo che guarda, oil on canvas by Mary Blindflowers©


L’atto più di sinistra che abbia mai fatto è stato in un giorno d’agosto. 
C’era un caldo torrido, di quelli che sudi anche stando all’ombra, era quasi mezzogiorno e il caldo era al massimo dell’insopportabile. Sono andato in un deposito di auto da rottamare per cercare dei pezzi di ricambio, ma faticavo a camminare con quel clima afoso tra le auto sparse nel recinto interno, mi sono messo all’ombra sotto una tettoia. Però si sentiva una puzza tremenda, dall’altra parte della rete di recinzione c’era una stalla e il letamaio stava a pochi metri dalla tettoia dove ero riparato, e ho notato dentro la vasca di cemento col letame un uomo che lo spalava, un operaio agricolo.
Mi ha fatto una pena immensa vederlo costretto a fare quel lavoro, a quell’ora e con quel caldo, era un cinquantenne di bell’aspetto, magari se la vita gli fosse girata meglio poteva fare l’attore e adesso sarebbe in qualche hotel con l’aria condizionata a firmare autografi ai fans e rilasciare interviste, in cui si lamenta di quanto è duro il lavoro dell’attore. 
Invece la vita lo ha buttato in quell’inferno, in una vasca di cemento piena di merda da spalare in un clima infuocato. 
Altre persone passavano di lì e lo guardavano male, come fosse pure lui un pezzo di sterco bovino, come fanno di solito i mentecatti mentali quando vedono qualcuno stare peggio di loro, si sentono qualcuno, si sentono importanti, si sentono persone di una casta superiore perciò, allora lo trattano col massimo disprezzo, per sentirsi migliori.
Mi sono avviato verso l’uscita passandogli davanti, ho notato che lui stava guardando per salutare qualcuno, ma nessuno lo salutava. 
Allora gli dissi il “Buongiorno” più forte, rispettoso, limpido, sentito e sincero che abbia mai detto in vita mia.
Lui rispose, sorrise contento e riprese a spalare con più energia.
Alcuni si erano girati e mi guardavano strano, un salutatore degli spalamerde è un tipo sospetto per ogni mentecatto mentale che si rispetti.
Li guardai come si guarda l’ultima delle nullità e me ne andai.
Andai in cerca di uno che conoscevo e sapevo che lui conosceva il proprietario di quell’azienda agricola, così gli feci dire che se vedevo un’altra volta maltrattare così gli operai mandati a spalare letame a quell’orario sotto il sole lo denunciavo.
Da allora sono passati anni e devo dire che non ho visto più nessuno messo a spalare a quell’ora.
Credo sia questa la vera sinistra, l’essere solidali e il pensare a come risolvere i problemi di chi è nella merda, anche se non ti riguardano direttamente.


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mercoledì 5 luglio 2017

Il Vasco-sistema©

Di Mary Blindflowers©

Pinocchio e il sé, pastello su carta, by Mary Blindflowers©


Il rocker di Zocca torna a far parlare di sé con un concerto pubblicizzato dalla Rai e in cui il cantante ha voluto la presenza di Bonolis, noto strapagato showman.
Vasco Rossi a molti piace ad altri, me compresa, no, ma i gusti sono gusti, musicalmente parlando. Superfluo discuterne troppo, dire che la sua voce non è esattamente quella di un usignolo, sarebbe inutile perché ci sarebbe sempre qualcuno pronto a ribattere che non è la voce che conta, ma l’emozione che trasmette. Sorvoliamo sul fatto che i movimenti goffi del Vasco nazionale, le sue scarse capacità vocali devastate da una “vita spericolata” e l’evidente banalità dei testi commerciali che lo hanno reso famoso, non mi piacciono per nulla. Dico sorvoliamo perché stiamo sempre nell’ambito dei gusti personali che sono opinabili e soggetti ad errore e possono anche interessare poco, dato che non sono un critico musicale.
Però da signora Nessuno, qualche considerazione vorrei farla, giusto una riflessione…
Quello che mi infastidisce di questo personaggio è l’innocuità spacciata per provocazione. I suoi testi sono assolutamente privi di qualsiasi vero e genuino tentativo di contestazione del sistema che però lui nelle interviste dice spudoratamente di contestare.
Il grave non è che non contesti o provochi alcunché, ma che, nonostante dai suoi testi sia completamente assente qualsiasi polemica sociale, continui a definirsi “la voce di chi non ha voce”, come ha rilasciato in un’intervista nel giugno del 2017, testuale: “oggi mi piace provocare soprattutto le coscienze, per tenerle sveglie, se si addormentano si accetta tutto e si subisce tutto”.
A questo punto mi chiedo se nei testi non c’è traccia di induzione al risveglio, come ridesterebbe le coscienze un cantante che più volte è andato al Festival di Sanremo, trionfo assoluto dell’appiattimento convenzional- borghese?
Ah ecco, lui contesta facendosi pubblicizzare dalla Rai dove occorre la tessera di un partito anche solo per respirare. Oppure invitando un tipo di nome Bonolis al suo concerto, il conduttore televisivo più pagato in assoluto in Italia,  uno che percepisce stipendi da capogiro per fare programmi non di certo alternativi e culturali, i classici polpettoni ipnosi per polli da batteria… Ah, ho capito, la contestazione Vasco la fa con i suoi amici Stadio, quelli che cantavano quel testo aberrante e misogino che recita così: “non c’è una donna che ti perdona se tu la rendi più importante di te, una donna non ha il rispetto di te se si cura di sé… Di notte si trucca e tutta la città impazzisce”. Davvero alternativo…
Quello che è incredibile è che ci sia pure gente che crede al ruolo di provocatore di Vasco Rossi  e rimane estasiata a sentirlo mentre, con aria un poco intontita da droghe e alcool, si atteggia a risvegliatore del sonno altrui.

Così accade che chi è dentro il sistema, legato a doppio filo al potere, finge di contestare e molti ripetono a pappagallo, contestazione, contestazione, risveglio, risveglio, come tanti robot telecomandati, e la ruota del sistema continua a camminare, a macinare vite e cervelli in un mondo sempre più artificiale e finto.

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martedì 27 giugno 2017

Sintesi di una pseudo-rivoluzione progettata©

Di Mary Blindflowers©
Profilo costruito, pastello su carta by Mary Blindflowers©


E resiste il bluff mediatico che consuma le coscienze, resiste ed inganna oggi come ieri, si presenta bene, in vesti dorate, ammantate di fresco e finto anticonformismo, sorriso sulla bocca oppure pseudo-rabbie che fingono di scaturire da una volontà di modificare le cose, ma in realtà fanno parte di un sistema immobile da sempre. Così accade che nascano le favole. Personaggi ambigui popolano il piccolo schermo italiano, gente palesemente raccomandata, baciapile, persone militanti per anni dentro associazioni cattoliche e partiti politici, che poi ad un certo punto della loro carriera, vuoi per incentivare la vendita dei loro capolavori di alta letteratura mondiale, vuoi per far parlare sempre e solo di sé, diventano alternativi e perorano con toni accesi una causa sociale, mettendo in piazza ciò che tutti già sanno e dicono, oppure criticando un libro che tutti già conoscono come pessimo. Così dicendo che l’acqua calda è calda, che l’uccello forse vola e che la mamma è sempre la mamma, la ruota del privilegio travestito da anticonformismo gira e gira come pale d’altare semovente sulle programmazioni di una televisione fortemente politicizzata. E tuttologi col cranio sotto il braccio poi riportano la notizia sui social inneggiando alla rivoluzione di quello scrittore, di quel nuovo straordinario pensatore (di cui non hanno letto nulla), che dagli scranni RAI, difenderebbe ciò che va difeso, tutelato, direbbe la verità nuda e cruda, senza paura del sistema di cui fa parte. Che la verità proclamata a gran voce poi la sappiano già tutti e sia stata detta e ridetta anche da altri, poco importa, se il pesce sotto la doratura fragrante e profumata è marcio, all’italiano medio non importa, perché fare due più due? A che scopo? Perché cambiare le cose? Si sta così bene, seduti sul divano, con la testa sotto il deretano a guardare la tv della rivoluzione. Lo sanno tutti per esempio che in RAI non entra chiunque e con regolare meritocratico concorso, però nonostante questo l’utente accomodato e ipnotizzato continua a credere ai bluff mediatici. Così eminenti teste d’uovo ci illuminano dal piccolo schermo su quello che dobbiamo e non dobbiamo fare, su chi sarebbe giusto votare, sul dio in cui dovremmo credere, insomma è tutta un’illuminazione a giorno pieno. La scrittrice e il giornalista che stanno in Rai in virtù di un partito o magari dell’associazione cattolica così ben ramificata, diventano all’improvviso dei veri e propri eroi della rivoluzione di Pirro, dei Don Chisciotte carburanti a mancia, pagati per far parlare di sé, pagati per fingere di essere alternativi, per parlare contro un sistema che li foraggia, con argomenti innocui spacciati per corrosivi.
Che bella cosa la reazione che finge di essere rivoluzione, che bella cosa l’Italia in cui tutto ciò che mostra luce fatua e ti scuce la coscienza è oro pieno, salvo poi fare uno più uno che nel nostro mondo degli acefali balocchi a sintesi di pseudo-rivoluzione progettata, farebbe sempre inesorabilmente e tristemente uno.

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Giorgio Caproni, la poesia resiste©

Di Mary Blindflowers©

Foto Mary Blindflowers©


Versicoli quasi ecologici” (da Res Amissa)
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.
(Giorgio Caproni)
Si propone ai maturandi italiani una poesia di Caproni ed è subito polemica. Saggi esperti di poesia si sollevano sui loro scranni di burro e sentenziano: “Non è poesia”.
Cos’è che scandalizza dei versi di Caproni, che alcuni giornalisti ignoranti hanno definito “versicoli”, sbeffeggiando il titolo, cos’è che turba e lascia attoniti? Perbenisti e tradizionalisti non hanno gradito. Sì, dico a voi bigotti politicizzati, se non sapete cogliere la fragranza di quei versi, peggio per voi, vuol dire che non sapete cosa sia la poesia.
Il verso di Caproni nutrito solo di apparente semplicità, scorre limpido come acqua di sorgente, lontano dai tronfi superomismi dannunziani, dalle noiose descrizioni della prosa manzoniana, spesso reiterata fino allo sfinimento ipnotico dello studente annoiato.
La poesia nasce dalle cose semplici non dai massimi sistemi, nasce dall’osservazione della realtà, dalla consapevolezza di far parte di un mondo che forse così com’è non va. Confondere il banale col semplice è proprio degli sciocchi, dei superficiali, di coloro che amano fare polemica sul nulla per distrarre le masse dai problemi reali. Caproni è semplice (e non sempre oltretutto), ma mai banale, mai filastrocchico, mai usuale e proprio in questo consiste la sua grandezza, nello sperimentare semplificando e comunicando anche al di là del verso in se stesso. Definire povero il linguaggio di questo profondo poeta del Novecento, significa ignorare completamente i meccanismi della poesia e forse anche non averlo mai letto. Caproni è un grande, per capacità di sperimentazione, facilità della rima, connessioni mentali, immagini nitide e chiare capaci di attrarre il lettore raffinato, quello che non ama le tronfiaggini e l’eccesso di politica.
Si è detto anche che i “versicoli quasi ecologici” comunichino un senso di morte, di desolata impotenza, inadatto ai maturandi. Ma perché la morte non fa forse parte della vita? E poi la comunicazione finale non è forse un’aspra e radicale protesta contro il mondo, così com’è, un’autentica provocazione in versi?
Non ci vedo passività né rassegnazione. Anche in questi pochi versi si intuisce la grandezza del poeta, il resto è solo polemica alimentata da chi non ha nulla a cui pensare e il cui unico scopo è distrarre per lasciare tutto, ma proprio tutto com’è.
Forse Caproni non era troppo affine ai salotti che contano, per questo non ha avuto il successo che meritava. La poesia però non è politica, la poesia è poesia ed è destinata a non morire nemmeno di fronte all’indifferenza degli stolti. Caproni resiste.


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