lunedì 12 dicembre 2016

Requiem per un fregnacciaro©


Di Luca Leoni©




Non la vedo la città del Grand Tour, proprio quella che quel fregnacciaro dal frinire in falsetto rifila da anni ai merli come fosse un tesoro inestimabile. Vedo strade asfaltate con buche rovinose, selciati dissestati in cui inciampare, muri dimenticati. E persone senza memoria e approssimative, senza forza di coesione civica. Ma non ne vedo neanche le rovine, di quella città del Grand Tour. Dello Yorick shakespeariano non è rimasta neanche una falangetta. Hanno trangugiato tutto, quei palazzinari spalleggiati da politicanti miserabili, per poi gridare “Alla bomba, alla bomba!”: ma sono stati peggiori dei bombardieri che ci avrebbero salvati. Hanno messo a ferro e cemento ciò che esisteva e ciò che era ancora prato e orto e giardino. Sono stati i nuovi Unni di Attila, ma senza Mincio lungo le cui rive essere frenati da alcun Leone I. Stendhal aveva capito tutto, già due secoli fa: “Chiedi loro chi siano, ti rispondono cosa furono ai tempi degli antichi romani”. Siamo struzzi con il capo rintanato nella sabbia, abbiamo il corpo in cancrena ma invitiamo i nostri ospiti ad ammirare il paesaggio. E abbiamo la faccia tosta di addossare la ‘colpa’ del fetore alle antiche paludi bonificate, iniziando una pippa senza fine sugli antichi. Voglio un azzeramento igienico, un ripartire dalla tabula rasa, perché ho imparato che chi ti fa voltare indietro, prima o poi ti ha apparecchiato una fossa nella quale farti sprofondare. Il naufragio del Titanic, come la Storia integrale, non ci ha insegnato nulla. Si deve vivere così come si naviga: a vista. E concordo con Conrad, che in ‘Cuore di tenebra’, monumento funebre allo spietato e barbarico capitalismo occidentale, ha fatto esclamare a uno dei suoi alter ego letterari “Si vive così come si sogna: soli”


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