giovedì 3 novembre 2016

Poeta del cazzo? Premio Camaiore docet©

Di Mary Blindflowers©



Recentemente ho letto che il vincitore della XXVIII edizione del Premio Letterario Camaiore 2016 è Nicola Vacca con l’opera Luce Nera edita da Marco Saya. 

Vacca viene definito "poeta e critico letterario".

Mi incuriosisco anche perché in passato sono stata cancellata dai contatti fb di Saya proprio per il fatto che non abbia apprezzato particolarmente le poesie di questo autore.

Rivedo dunque e rileggo questa poesia postata a ottobre: 


Mi sono rotto il cazzo

(poesia quasi d'amore)


Mi sono rotto il cazzo del chiacchiericcio

mi sono rotto il cazzo di chi predica bene e razzola male

mi sono rotto il cazzo dei buonisti

mi sono rotto il cazzo di chi si nasconde dietro le bugie

mi sono rotto il cazzo di chi mi rompe il cazzo

mi sono rotto il cazzo

delle maschere

e del loro carnevale di bassezze

mi sono rotto il cazzo di chi pensa

che la libertà sia solo cosa loro

mi sono rotto il cazzo

di chi non mette a nudo il cuore

mi sono rotto il cazzo

degli impostori dei sentimenti

mi sono rotto il cazzo dei cuoricini

che hanno preso il posto dei neuroni

mi sono rotto il cazzo soprattutto

di chi non ha il coraggio di spogliarsi.

Mi sono rotto il cazzo

di rompermi il cazzo.

Mi basta il grande amore della mia donna

e l'affetto delle poche persone che non mi rompono il cazzo.

Nicola Vacca



Rimango un attimo perplessa. 

Vi dico perché. 

La parola “cazzo” è trita, la usano praticamente tutti, la reiterazione della stessa, con la controcarica pleonastica “mi sono rotto il cazzo di rompermi il cazzo”, che avrebbe lo scopo di colpire il lettore, appare come introduttiva a luoghi comuni banali, messi insieme come nell'elenco del telefono e ripetitivi come il ronzio di una mosca che va a cozzare contro i vetri del suo stesso loop. La ricerca sul linguaggio manca del tutto. Inoltre l'idea della rottura degli attributi come espressione di disagio e condanna sociale, non è nuova, è stata già collaudata dall'attore Gigi Proietti nel suo famoso pezzo “Num me rompe er ca... me so rotto er ca”, supportato da ben altro genio creativo gestuale rispetto a quello di Vacca. Non dimentichiamo poi il pezzo della pessima band Stato sociale che appunto recita “mi sono rotto il cazzo...”. Insomma, tema trito, affrontato da molti, con esiti più o meno felici o ridicoli.

Levando il "francesismo" dalla poesia di Vacca rimane il nulla, ossia un elenco abbastanza noioso, una lamentela populista e scontata. 
Il poeta, che dice che la nostra “democrazia è malata perché non abbiamo una stampa libera” e si autodefinisce “non allineato”, ha lavorato per diversi giornali non proprio “liberi” da condizionamenti politici, tipo l'Avanti, l'Opinione, Il Tempo e il Secolo d'Italia.
Passiamo alla raccolta che ha vinto il Premio Camaiore, Luce Nera, una prosa semplice e sguarnita spacciata per poesia in cui Vacca non perde affatto l'antico vizio del reiterare: caos, amore, luce, carne, sono termini che appaiono continuamente, come se il vocabolario del poeta non potesse andare oltre. 
Inoltre Saya, il suo editore, è un curioso personaggio che fin dal primo anno della sua attività riesce, non si sa come, a far figurare i suoi libri in OPAC, nonostante la legge preveda tempi ben più lunghi per fare questo. Questo editore così lungimirante che non solo non paga gli autori che non fanno parte del suo piccolo gruppo di spiriti eletti, amici suoi, ma si vanta in continuazione di combattere contro la poesia melensa, quella del cuore/amore, per intenderci, indulge alla tentazione di dare alle stampe con molto entusiasmo "gli amori senza domani" di Vacca in cui si recitano “Fioriture di desiderio/ per cercare una via di scampo”, dato che “nessuno coglie più rose d'amore in questa grande abbuffata di male”... E questa “via di scampo” di Vacca torna ovviamente anche in altre liriche perfino di altri libri pubblicati con altri editori, sì perché dice il poeta ne La mattanza dell'incanto “da qualche parte deve pur esserci/una via di scampo al mistero”... Il trucchetto si ripete spesso. Vacca usa sempre le stesse espressioni in contesti diversi e in libri diversi come se avesse difficoltà serie a trovarne di nuove, riciclando e rimestando in continuazione una specie di zuppetta precotta, pretendendo di graffiare la superficie con la malattia di un bacio e soluzioni da scolaretto di prima elementare. Soluzione al cielo che crolla è infatti l'abbraccio: “Sotto il cielo che crolla/abbracciamoci senza respiro... danzando con la musica nel cuore”, per “alzare le difese davanti a questo mondo indifendibile”. La difesa di fronte ad un mondo corrotto sarebbe data da danze e abbracci. Una poesia un po' ingenua nelle soluzioni, dunque. Anche il linguaggio presentato “come accessibile a tutti” è proprio poco curato, elementare, tanto che ho fatto la prova e tutte le sue poesie possono essere tranquillamente messe in prosa senza che il cervello possa essere attraversato dal minimo dubbio che si tratti di poesia. 
Il male, l'amore, la cenere, il nero, le macerie, tornano e ritornano in continuazione in tutte le sue liriche che in realtà sono prosa che va a capo priva di qualunque sperimentalismo e originalità.
I riferimenti a Cioran che certa critica ha voluto trovare in alcune sue “liriche”, come ad esempio “il grammo di terrore quotidiano”, in cui dice “Il male è nelle cose, nello stesso posto dove il bene porta la luce”, non solo appaiono forzati, ma anche leggermente ridicoli in una frase così banalmente prosaica e scontata. 
A questo punto ci si chiede?
Poeta vero o poeta del cazzo?
Non sta a me giudicare, io mi fermo qui, ho detto già troppo... Insomma, fate voi...




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