mercoledì 9 novembre 2016

Olio di palma? Dubbi©

Di Chiara Bezzo©





In Italia nell’ultimo periodo il bombardamento mediatico sull’abuso dell’olio di palma è continuo. Le televisioni pubblicizzano i loro prodotti commestibili puntando sul fatto che siano privi di olio di palma; se inizialmente questo prodotto poteva apparire innocuo ora l’italiano medio, senza porsi molte domande ha la certezza che l’olio di palma nuoccia alla salute. Sarebbe il caso di domandarsi per quale motivo sia in atto la tempesta mediatica contro questo alimento di cui si parla da anni ma che soltanto ora sembra essere il portatore di tutte le malattie più subdole. I progressi scientifici ne hanno dimostrato la reale tossicità, oppure vi è in atto una guerra tra multinazionali, per ottenere il dominio sul mercato? Non dimentichiamo che le multinazionali che boicottano l’olio di palma producono altri tipi di olio (soia e colza) che dalle caratteristiche non sembrano molto più sani. Facciamo un passo indietro cercando di capire cosa si intenda per oli vegetali e quali si trovino sul mercato. Il timore è quello di boicottare oli che di per sé non sono nocivi, senza rendersi conto che il pericolo consiste nelle strane combinazioni create dall’industria alimentare. Gli oli vegetali si differenziano per la composizione in acidi grassi. Gran parte di essi contengono grassi mono e polinsaturi e una minima parte di grassi saturi. Gli oli tropicali comprendono in larga percentuale grassi saturi. Va tenuto presente che la composizione di grassi non dipende solo dal tipo di seme ma anche dal terreno su cui è coltivato, la posizione geografica e climatica. Inoltre i semi stessi possano essere anche modificati geneticamente. Per capire la differenza tra i vari tipi di oli vegetali cerchiamo di definirli descrivendone le caratteristiche. 

Olio di semi di arachide.

Si ricava dai semi della pianta Arachis hypogaea della famiglia delle leguminose. È per struttura simile all’olio di oliva (molti acidi monoinsaturi e pochi polinsaturi.) È usato soprattutto per friggere. 

Olio di semi di girasole.

È estratto dai semi di Helianthus annuus della famiglia delle Composite. L'olio di semi di girasole contiene l'acido linoleico e una notevole quantità di vitamina E. 


Olio di semi di lino. È estratto dai semi della pianta Linum usitatissimum. L’olio di lino contiene l’acido linolenico che è il capostipite dei grassi omega 3. 


Olio di semi di mais. 

È estratto dai germi dei semi di Zea mais, una graminacea coltivata anche in Italia. È ricco di acido linoleico e vitamina E. 


Olio di semi di soia. Si ricava dai semi delle numerose varietà di soia, una leguminosa originaria dell'Asia. È un olio completo poiché contiene l’acido linoleico (50% circa) e linolenico (8% circa). 


Olio di semi di colza. 

Si ricava dai semi di Brassica napus oleifera e di Brassica campestris, della famiglia delle crucifere. L'olio contiene un’alta quantità di acido erucico, una sostanza che si accumula nei grassi del cuore, causando alterazioni. È utilizzato negli oli e grassi delle industrie alimentari. 

Olio di semi di sesamo. 

È estratto dai semi di Sesamum indicum, è caratterizzato da un’uguale percentuale di acido oleico e linoleico. È usato nella cucina orientale. 


Oli tropicali. 

Sono gli oli derivati dalla palma da cocco, sono ricchi di grassi saturi, caratteristica peculiare dei grassi di origine animale. Sono utilizzati dall’industria alimentare. Sono economici e mantengono a lungo i prodotti. Sono molto utilizzati dai ristoranti nelle fritture. 


Olio di palma. 

È estratto dal frutto della palma, Elaeis giuneensis. È formato da grassi saturi a catena lunga, in particolare palmiti contenutoi nel burro. È l’olio vegetale più dannoso per cuore e arterie. 


Olio di palmisti. 

È estratto dai semi della palma, Elaeis giuneensis, contiene grassi saturi a catena corta e quindi meno dannosi. 


Olio di cocco. È estratto dalla polpa delle noci di cocco, è ricchissimo in acidi grassi a catena media e non è dannoso. 

Il consumatore ovviamente si pone la domanda: perché nell’industria alimentare si usano oli che fanno male alla salute? Purtroppo la risposta è scontata. Il basso costo ha un valore maggiore rispetto ai danni di lieve entità che questi componenti negativi possono apportare all’individuo. In sostanza, considerato che piccole dosi avvelenano lentamente l’organismo, l’industria alimentare li ritiene innocui (l’uomo dovrebbe introdurre un 10% di grassi saturi al giorno sul totale delle calorie). In fondo le patatine, il cioccolato e molti altri cibi contengono questi elementi senza essere nocivi. Da studi scientifici si evince che l’olio di palma non è direttamente tumorale; consumandone troppo è causa di obesità ed è riscontrato che il peso eccessivo innesca alcune tipologie tumorali.
Il pensiero del consumatore a tal punto potrebbe indirizzarsi sui prodotti derivanti da agricoltura biologica. In Italia l’incremento dei consumatori dell’agricoltura biologica negli ultimi anni si stima sia del 7%. Il ritorno al biologico dovrebbe mettere al sicuro il consumatore in quanto i prodotti dovrebbero essere freschi, privi di sostanze chimiche e coltivati nel rispetto dell’ambiente. Questo presupposto si scontra però con il principio che l’olio di palma è deleterio.
Ma perché se l’olio di palma è considerato nocivo è ancora possibile trovare in commercio olio di palma biologico? Se risulta dannoso alla salute resta insalubre anche prodotto da derrate coltivate biologicamente. I produttori di olio di palma di coltivazioni biologiche ritengono che non debba esistere un minimo comune denominatore tra oli in quanto, quelli biologici provengono da agricoltura sostenibile certificata, quindi le piantagioni di palme in questo caso nascono nel pieno rispetto del suolo, dell’aria e dell’acqua. Secondo me però al consumatore il dubbio resta. Prodotti ecosostenibili hanno un prezzo superiore rispetto a quelli della grande distribuzione, quindi il rapporto qualità/prezzo garantisce la qualità di un prodotto alimentare? Questo concetto non mi pare convincente perché creerebbe delle distinzioni sociali enormi tra i consumatori sostenendo la qualità solo ai ceti più abbienti.

In questo caos collettivo la legge ha cercato di fare un po’ di chiarezza. Nel 2011 il Parlamento e il Consiglio Europeo hanno espresso l’obbligo di riportare sulle etichette la composizione dei prodotti. Il regolamento è entrato il vigore nel 2014 e nel 2016 si sono adeguate o sono in procinto di farlo.

Fondamentale quindi è leggere l’etichetta dei prodotti che acquistiamo. In presenza di oli o grassi vegetali ne sarà specificata l’origine (tipo olio di palma) di cui se ne sconsiglia il consumo anche nei casi in cui vi sia scritto non idrogenato. Da evitare sono anche i grassi idrogenati che contengono acidi grassi nocivi.

Non solo da consumatore non ho risposte nitide a riguardo di cosa è o meno benefico e altri quesiti si affacciano:

I prodotti alimentari di cui è provata la nocività anche ad ampio raggio perché non vengono eliminati dal mercato?

È giusto che tocchi al consumatore leggere le etichette di ogni prodotto per non andare incontro a danni?

Quanti interrogativi restano senza risposta!

Siamo in Italia. Il nostro bel paese trabocca di contraddizioni. Non sarà certo l’olio di palma a cambiare gli ingranaggi che da sempre ci contraddistinguono. 

Quindi come ci tuteliamo?

Speriamo nella buona fede dei produttori, delle autorità addette ai controlli e cosa importantissima è ricordare di portarsi gli occhiali quando si va a fare la spesa!




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