martedì 22 novembre 2016

Nazhim Kalim Dakota Abshu©

Di Pierfranco Bruni©



Di Nazhim Kalim Dakota Abshu si conosce poco. Un poeta di origini tunisine che ha intrecciato un modello culturale proveniente da una scuola musulmana ben radicata nella tradizione dei sufi e dei dervisci danzanti (o rontanti). Il mistico che abbraccia il pensiero dei sufi e la fede cristiana è dentro il poeta. La sua parola sembra un teatro di emozioni e di suggestioni oniriche recitate da un profeta. Sono venuto a conoscenza di questo poeta e sono in possesso di una manciata di poesie che sottolineano una espressività ricca di modelli sia antropologici che puramente poetici, i quali rimandano ad una tradizione che è quella del mistico eretico – ortodosso con una accentuazione della presenza della spiritualità dei sufi.
La mia attenzione è ormai focalizzata su questi temi e, in modo particolare, su questo poeta, che è una espressione forte della “dinamica” spirituale tra modelli occidentali e pensiero di un mediterraneo islamico, sul quale mi accingo, ormai, a scrivere un saggio con una analisi dei testi da me ritrovati. Qui voglio tracciare alcune linee segmentando alcune coordinate. La presenza di Cristo e della Croce, in Abshu, ha una simbolicità singolare: “Croce, Cristo; il mio Cristo/in Croce; la Croce o la Passione;/vado verso l’alto, ma ho una distesa di orizzonti”.
Fede e pensiero sono, dunque, l’intreccio che non vuole chiarire ma porsi costantemente in ascolto: “Ho ascoltato la notte; nel silenzio/il cuore mi ha portato il mare; ho recitato/Cristo, semplicemente. L’inizio/ non coincide con la fine; Cristo,/ti vivo per la Croce/che porto”. Oppure: “Illuminante silenzio; vestiti di bianco/in un cerchio,/danzano la vita e il mistero/per ritrovarsi nell’infinito”. La danza, l’infinito, il mistero e la presenza del misticismo cristiano sono tasselli nella poesia di Abshu. La presenza dei dervisci resta fondamentale.
Chi sono i dervisci? Sono chiaramente i “discepoli” di comunità islamiche che vivono in piena povertà e sono catturati da una spiritualità profonda che rimanda ad una cultura dell’ascesi. Vivono distaccati dalle passioni terrene anche se sono attraversati da un forte sentimento dell’amore. È molto pregnante il loro confronto con i cristiani mendicanti che pongono al centro il sentimento della povertà e l’assoluto spirituale come riferimento.
I dervisci sono i cosiddetti cercatori di porte, ovvero cercano di andare oltre il senso materiale della vita e del tempo stesso. La danza è la focalizzazione della loro ricerca. I dervisci danzando (ruotando velocemente) cercano di raggiungere dio aiutati da un maestro, o meglio, in turno viene ad essere identificato come il saggio o il vecchio.
A questa tradizione appartiene Nazhim Kalim Dakota Abshu anche se il concetto di divino resta molto complesso e lo si legge attraverso alcune contraddizioni, che restano contraddizioni per noi Occidentali, che diventano, però, per il poeta elementi di ascesi vera e propria. I suoi maestri letterari sono indubbiamenti Rumi e le sue poesie mistiche, ‘Omar Khajjam e le sue “Quartine” e soprattutto Kahlil Gibran. Uno dei filtri, non solo poetici e letterari, è chiaramente anche Tagore (il Tagore che scrive le pagine dedicate a “Il Cristo”). Tra questi poeti c’è uno spazio temporale abbastanza rilevante.
Infatti con Rumi siamo tra il 1207 e 1273, in una geografia che abbraccia l’attuale Afghanistan e la Turchia (è uno dei più grandi poeti persiani). Con Khajjam siamo ad un’età precedente, ovvero tra il 1050 e il 1130 in una terra che è quella della Persia nord – orientale. Con Gibran, invece, tocchiamo quasi la sua contemponeatità. Gibran nasce nel Libano settentrionale il 1883 e muore nel 1931. Così con Tagore, nato a Calcutta nel 1861 e morto nel 1941. Tra i poeti europei amati e studiati da Abshu c’è lo spagnolo Gustavo Adolfo Becquer nato a Siviglio il 1836 e morto a Madrid nel 1870. Abshu non si è mai distaccato dalla presenza di questi poeti da lui definiti maestri del pensiero e della parola. Maestri dell’amore. Abshu scrive, infatti, anche delle poesie d’amore, anzi delle potenti poesie d’amore: “In basso la tua verginità;/solo io ti appartengo;/il pensiero, il corpo;/nessuno potrà violarti; alcuna parola, alcun corpo ti violerà./Il mio pensiero, il mio corpo,/ e tu”.
Ma chi è Nazhim Kalim Dakota Abshu. Nato a Tunisi nel 1900 da una famiglia di commercianti che praticava il mestiere di tessitori di tappeti, e poi mercanti di stoffe e di tappeti. Della sua vita si sa molto poco. Vissuto per i primi venti anni a Tunisi. Si è formato, come già sottolineato, alla scuola dei sufi, ma è stato un autodidatta ed è stato un grande lettore di testi cristiani occidentali e indiani. Portava con sé spesso sia i Vangeli Apocrifi che le Lettere di San Paolo. Ha studiato con attenzione la storia degli indiani d’America approfondendo il rapporto tra Occidente ed Oriente. Grazie ad una lettura della cultura del popolo indiano dei Dakota
Ha scritto poesie e testi in prosa. Molta della sua produzione è andata smarrita. All’età di trent’anni va in Francia, poi in Italia e nuovamente a Tunisi. Lascia definitivamente la Tunisia intorno agli anni Quaranta e si stabilisce prima a Istanbul e successivamente a Nizza, dopo aver viaggiato e conosciuto i luoghi del Mediterraneo: “Solamente per amore ho vissuto la chiamata/e non mi sono accorto dei luoghi che mi hanno ospitato”.
Ha approfondito gli studi sulla cultura sciamana, ma la sua vera passione è rimasta sempre la poesia ed è stato sempre convinto che il vero poeta deve essere anche uno sciamano e che la poesia è una grazia e non è mai costruzione: “Forse, nelle mie tasche,/ho ancora la sabbia del deserto;/nelle mie mani, mi è rimasto tutto lo stupore del mare;/nei miei occhi la terra e l’acqua”.

Infatti ha sempre sostenuto che il poeta è un “miracolato”. Ha cercato di intrecciare Maometto, Cristo e Budda ma il suo percorso è stato sempre quello di confrontarsi con il Cristo in Croce senza cedere alla tentazione delle spiegazioni o giustificazioni teologiche: “Se Cristo mi dicesse: ‘ti perdonerò dei tuoi peccati’,/ coprirei il suo viso di foglie di alloro/ e dimenticherei la sua voce”. Ancora: “Non credo che Cristo avesse parole;/Cristo è semplicemente un gesto,/e danza tra i fuochi e la pioggia”. 

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