venerdì 11 novembre 2016

Lo specchio salvifico©

Di Luca Leoni©


M’ha salvato la pelle, quello specchio. Uno specchio di mia creazione, concepito e realizzato un sabato notte. Ero stanco, eppure una forza m’ha guidato. Una forza che sapeva di buono, come l’odore di caffè con il quale papà fumigava tutta casa, prima di andare a prendere il treno, alle 5 di mattina. Ho acceso il pc, poi le dita hanno iniziato a correre, a premere sui tasti. Erano farfalle più leggere della tela di ragno, api laboriose e instancabili come benefattrici capaci di sferruzzare per ore, pur di assicurare un corredino a neonati di ragazze madri. Quello specchio è nato per mettermi in salvo, per ritorcere lo sguardo pietrificante della medusa sul suo stesso viso e tramutare tutto il suo corpo in granito, in quello della dea egizia Tuia. Uno specchio forgiato di parole, di simboli: una preghiera, una ripetizione all’infinito di concetti semplici come la terra e il mare, il sole e la luna. Ripetere certe parole per riappropriarsi di sé, della propria quiete interiore. E allora quella presenza ingannevole, quella spossatezza delle membra fino a farle plumbee regredisce, per giungere lentamente a farsi inutile pelle di cicala. La preghiera è ripetizione, sa di balbettio, speranza e rinascita: mi ricorda il profumo di ossobuco del liquido amniotico. Mi ricorda Prospero, la sua magia bianca sull’isola di Sycorax e Caliban. Il mio specchio ha ristabilito lo scandire armonioso del miei battito cardiaco, ha trasformato la risata assordante della strega in un lamento stridente e lontano. Non lo sento più, è irriconoscibile, dissolto dai muggiti remoti della risacca.

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