martedì 8 novembre 2016

La parola che muore©

Di Maria Concetta Giorgi©






Scrivere è cosa seria, scrivere è divertente, scrivere è irriverente.
Scrivere è trovare le parole, quelle della “lingua che non può morire”…
Uno dei poeti di Santarcangelo di Romagna, Nino Pedretti, mi riferisco al “Circolo del giudizio”, ai poeti dialettali santarcangiolesi, scriverà una delle più belle poesie sull’importanza della lingua…

Se la lèngua la mòr

Se la lèngua la mòr

se la s’invléna,

se la pérd i parént

cum una vèdva,

se la piénz da par sé

spléida te còr di vécc

tal chèṣi zighi,

alòura e’ paèis l’è andè

u n’à piò stòria.

Se la lingua muore. Se la lingua muore │ se si contamina, │se perde i suoi legami │come una vedova, │se piange in disparte │sepolta nel cuore dei vecchi │nelle case buie, │allora il paese è finito, │non ha più storia.

Non c’è storia se la lingua muore, il paese è finito.

I paesi non devono “finire”, i paesi servono a che la poesia continui a vivere nelle sue varietà ed articolazioni. Entro quindi, piano piano, (molto timidamente), ad affermare che la poesia si scrive, come diceva Pedretti, con tutto il corpo, con ciò che non è solo sentimento, e il corpo si muove, si contorce, respira, sente, prova.
A volte certe parole ripugnano, perché non sono collocate nel modo giusto, o forse perché lì non ci dovevano proprio stare. 
La poesia si circonda di tante parole, girano in tondo, l’aria le solleva, e poi cadono come le foglie in autunno, quando si accartocciano e diventano secche, il rischio è passarci sopra pestandole, non cogliendone il loro migliore significato, si spezzano, si sbriciolano e non si ricompongono più.
Le parole sono volgari quando chi le usa non ha la destrezza, la cultura, l’intelligenza, affinché esse non mostrino la volgarità fine a se stessa.
La lingua va trattata bene, e qualcosa sicuramente dirà.


Oggi tra nuvole e sole, la pioggia ha deciso di uscire, ha fatto un giretto sopra la casa, sul mare, quel po’ di mare che vedo dalla finestra… Musica sul tetto e acqua scrosciante giù per le grondaie. Dalla finestra aperta, assaporo l’odore della terra e sento le goccioline picchiettare sulle foglie. Appoggio la mano sul calorifero, e l’intima sensazione che provo per il freddo che entra, e la mano calda, mi provoca un piacere pari alla lettura di una poesia, o all’atmosfera che c’è prima di un bacio, o ancora quando senti che la vita va avanti e che devi respirare tutto subito…
Le parole scorrono come piccole gocce, limpide, trasparenti, alcune fanno più chiasso, altre sono timide, quasi nascoste, altre sbuffano, si azzuffano, si tuffano…
Giù, giù, giù, poi tintinnano e scintillano, poi si fermano a guardare. Ecco, questo è il momento in cui prenderle, possederle, trattenerle.
Sono parole bagnate, a volte occorre asciugare il foglio. Un foglio stropicciato ha sempre un segreto da nascondere, quando lo apri e l’inchiostro è un po’ scolorito, senti che perfezione e difetto alla fine si incontrano, che comunque leggi di qualcuno che prima di te ci ha provato a scrivere.
Provato a capire che la lingua, il paese e la parola, non sono fatti per morire, bisogna ricordare, studiare, memorizzare, poi ricostruire.




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1 commento:

  1. Ciò che scrivo potrebbe essere considerata ad una forma di ottimismo ma credo che,fino a quando si riescono a leggere scritti come questi che utilizzano le PAROLE con tanto amore e passione, ci sarà spazio per ancora tanta bellezza.

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