martedì 29 novembre 2016

Psicologa on line©

Di Mary Blindflowers©

Santa Diana del Consolo, tecnica mista su carta, Mary Blinflowers©


Psicofuffa,
ovvero
psicologa della muffa
Consolonline,
capace di tutto,
di darti sofferenze che non hai,
di prescriverti una dieta
a base di arancia e feta,
di raccontarti la sua vita
per la quale non provi mai
interesse,
e questa specie di fesse
dalle grandi labbra pendule
e mai sazie
sono capaci dopo l'insulto
di farti pure i complimenti
e dirti
grazie.





Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


Psicofuffa e reazioni nei socials©

Di Mary Blindflowers©

L'Angelo nero, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©


Psicologhe fai da te? Sì, grazie...

Ho notato che spesso i post più innocui e disinteressati scatenano reazioni davvero sorprendenti nei frequentatori dei socials.
Non leggo mai riviste femminili, le trovo inutili, carta sprecata che potrebbe essere impiegata diversamente. Detesto il gossip e le storielle sentimentali con poco sale che di solito propongono queste riviste, secondo lo stereotipo della donna mamma, oppure femmina oggetto sessuale per il quale è terribile invecchiare. E mi sono permessa in un post di esprimere questo mio pensiero condivisibile o no, a seconda dei gusti.
Ebbene l'illustre sconosciuta Signora Fuffa (non la chiamo con il suo vero nome perché è quello che vuole), decide di intervenire: Essere fatui e sentimentali non mi sembra un difetto... E nemmeno essere cretini!! Magari da alternare in una dieta equilibrata e Varia! ... Io odio le Femministe che non sanno integrare le loro parti tenere! Esattamente quanto le oche starnazzanti che non sono mai andate Oltre il loro "Quá quá!!"...”...
La discussione si rivela interessante.
Doppio punto esclamativo. La signora covava in silenzio un certo rancore sopito, non si sa bene perché. Nonostante sia stata lei a chiedere il contatto, non è mai intervenuta in nessuno dei miei post, non ha mai commentato una poesia, né un testo letterario, né un dipinto, però senza neppure conoscermi mi ha dato a titolo gratuito della “femminista che non sa integrare le sue parti tenere” non si sa bene con cosa, non lo precisa infatti, dice che essere cretini non è un difetto e consiglia una dieta equilibrata.
Ha fatto diagnosi e terapia insomma, tutto da sola... E ha trasformato un post in una "faccenda privata", occasione per l'attacco. La questione della dieta non l'ho capita... Forse una che mangia bene riesce ad integrare meglio le sue parti tenere?
Mistero...
Poi stuzzicata, insiste, dice di non ricordare perché mi abbia aggiunto nei contatti, per poi immediatamente smentire se stessa dicendo che lo ha fatto perché colpita dai miei dipinti, che si è guardata bene dal commentare, ovviamente... Dopo comincia a parlare di sé a ruota libera precisando dopo aver letto l'Enciclopedia medica: non ho mai perso il contatto con le mie viscere, che a differenza della mia neocorteccia sono calibrate da milioni di anni di esperienza di specie, ho Sentito, quanta sofferenza hai in corpo...
Mi è venuto da ridere, lo confesso e ho osato dirglielo, invitandola se non le garba il mio profilo a cercare lidi più teneri su cui posare le ali.
Allora ha precisato:
Sono psicologa e so perfettamente perché mi inviti ad allontanarmi, perché dici che sono IO che soffro e anche perché ti viene da ridere !
Precisa anche che sta facendo colazione ma che la sera prima non ha mangiato in barba alla dieta equilibrata che va sbandierando in esordio e mi augura con educazione una buona “impipatura”... dando per scontato una mia qualsiasi reazione...
Da notare la maiuscola sull'IO, e il suo tentativo di proporsi come soggetto importante. Anche la S maiuscola di quel Sentito, è un tentativo di dare importanza a ciò che lei sente o avverte o sa, come se fosse di portata universale e tutti pendessero dalle sue grandi labbra...
E quel sono psicologa e so perfettamente... condito da una chiosa in punto esclamativo?
Che pensare?
Ad un disturbo di personalità o a una mania di protagonismo che sa di patetico?
Ma personaggi del genere che intervengono in post innocui solo ed esclusivamente per attirare l'attenzione sono davvero sicuri di creare o meritare delle reazioni o delle curiosità?
Dopo varie accuse di inautenticità, la signora Fuffa, si spinge perfino oltre: dipingiamo insieme ognuno sulla sua tela...
Passa dalla critica feroce e senza basi ad un blando tentativo condivisione, saluta con tanto amore e cuoricini, pensando di avermi colpita.
Al di là di questa psicofuffa che diagnostica la sofferenza altrui tramite computer, bisogna dire che il fenomeno è sociologicamente interessante.
La gente nei socials prova le stesse reazioni che proverebbe in caso di conoscenza reale e cerca il pelo bianco nell'uovo dell'altro per fare teatro. La signora lo scrive anche: avrei dovuto scriverti in privato. Ma penso sempre che condividere é una occasione per il "pubblico" di riflettere. È come fare teatro, nel senso arcaico della parola...
Esatto, ha fatto teatro perché è convinta di avere un pubblico, un seguito, di avere credito, di essere qualcuno.
Un desiderio spasmodico di essere notata, un covare represso che poi esplode nella delirante e fuori tema esposizione di un sé tarpato, esposizione non attinente al tema del post, le riviste femminili. Usa il tono saccente di chi pensa di saperla molto lunga scadendo inevitabilmente nell'etica distorta e aberrante del so tutto perché sono psicologa, come se la psicologia fosse una scienza esatta e non l'avessimo studiata un po' tutti...
Ebbene, lo ammetto, sento molta distanza rispetto a questi nuovi protagonisti dei socials, li sento distanti perché l'unica cosa che so, l'unica certezza che ho, è quella di non sapere niente. So anche che con tipi del genere io ci faccio le commedie, ma non su fb, su carta, dei libri insomma, libri veri da toccare.
Attirare i folli non è da tutti, infatti e modestamente io li attiro, tiro fuori il peggio delle persone. Come dice la Signora Fuffa: “Sei tu che mi susciti tutto questo...”...
Non posso che ringraziare la sua dabbenaggine.
Insomma suscitare reazioni nel bene o nel male, è già qualcosa...

Non posso dire di ricambiare questo sentimento. La Signora Fuffa infatti diventerà una delle tante protagoniste di una mia commedia. Mi è sempre piaciuto osservare gli insetti specie quando sono loro a venirmi a cercare, è un segno del destino che va fissato sulla carta.

Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


La morte si sconta vivendo?©

Di Pierfranco Bruni©

Zac, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©

Può essere vero che la morte si sconta vivendo? Ungaretti ha lasciato segni indelebili tra le parole e i silenzi. Con la sua voce rauca ha recitato il rischio di un tempo indefinibile, ma vivo nelle esistenze che soffrono l’enigma e si intrecciano nell’assurdo. La morte è forse una maschera? Picasso e Pirandello sono i magici profeti che di una profezia che diventa alchimia. Nulla di teologico.
La teologia è anche la ferita inflitta alla morte. Non può esistere consolazione. Per chi muore e per chi vede morire i legami di sangue. È una provocazione occidentale che non conosce il senso della Illuminazione e della Contemplazione. I popoli e le civiltà convivono con il senso della morte e del tragico senza però la retorica del cattolicesimo bugiardo, fingitore e inequivocabilmente ambiguo. Spesso ci domandiamo quale strada avremmo percorso se non fossimo entrati tra i percorsi di strada che stiamo percorrendo. Inutile domanda. Eppure ci guardiamo allo specchio e a volte la domanda giunge spontanea.
Cosa avremmo voluto fare se non avessimo fatto ciò che abbiamo esercitato o esercitiamo? Ci sono giorni di penombra. Perché questi interrogativi giungono ormai nell'età della post gioventù? Perché il tempo ci fa paura. Si teme più il tempo che la morte. Semplice. Perché ci fa paura essere vecchi. Essere vecchi è avvertire la consolazione di chi ti guarda con le distanze della giovinezza.
La morte oltre a scontarsi vivendo è dentro la vita. La vita nella morte la morte nella vita del mio caro Carlo Michelstadter che anche in la persuasione e la rettorica fa della vita il travaglio di un passaggio dalla poesia alla filosofia. Fino a quando la bellezza trionfa la morte è in soffitta e il tempo è una passeggera farfalla. Una farfalla passeggera ma anche sorridente perché accoglie gozzianamente il cuore dello strazio con la consueta “leggerezza” del non senso.
Nel momento in cui si passa al trionfo della morte crolla tutto il nostro impeto e le azioni diventano timide. Dal romanticismo si passa ad essere decadenti. Insomma non siamo incorruttibili. Il tempo ci corrode e ci trasforma in saggi incoerenti pensando che ci salveremo. Ma ci corrompe anche. Io sono un essere che corrompe. Corruttore. Il tempo è mio alleato. Mio complice. Non sono dentro il ritrovato ma costantemente dentro il perduto. Possiamo pur credere al tempo ritrovato nonostante si resta eredi di un tempo perduto? Spesso mi guardo allo specchio e mi pongo questo interrogativo, ma sempre giunge Oscar Wilde. Siamo intrappolati dalle illusioni. Dovremmo smetterla con questa recita.
Siamo nati per morire. È banale? Lo so. Ci ricordiamo di ciò quando siamo già morti. Quando siamo già morti diventa tutto inutile? Tutto diventa inutile! Mentre si ascolta mentre si vive lo strappo di Antonia Pozzi. Lo strappo che nasce dalla solitudine che accompagna la malinconia.
La malinconia. La malattia degli spiriti forti. Crolla nella tragedia che sottilmente lega il bene e il bene oltre al di là del bene e del male stesso. Siamo vissuti di una antropologia della morte e ci soffermiamo ad ascoltare il mare per cedere agli inganni, per essere romantici, sentimentali, ma è tutto virtuale. Tranne la morte. Appena si muore si sparisce. Scompare. Neppure la memoria ci restituisce l’immaginario e l’immagine virtuale. Sempre verrà la morte e avrà gli occhi di chi ci sta accanto e dell’assenza di chi avrebbe dovuto starci accanto. Il mio Pavese in modo quotidiano mi scrive che la morte verrà e avrà sempre gli occhi di chi ama. Triste verità che soltanto la metafisica zambriana potrà farci comprendere oltre qualsiasi sorriso o ironico gesto. Non mi accontento che chi non c’è più resta ad osservarmi.
Non mi basta. È la retorica nuovamente cattolica. Ma io cerco l' Illuminazione lungo gli spazi dei deserti o lungo le vie dell’indissolubile. Sempre troverò un senso e a questo senso dovrò pur dare un orizzonti.
Lo sciamano al quale spesso affido le mie tristezze mi scrive da una delle sue tredici lune per dirmi che tempo verrà. Mai rinunciare. Bisogna essere creativi sino all’ultimo istante di vita. Non si supera la morte. La si sfida volando come un’aquila e camminando come una tartaruga.

Cosa avremmo voluto fare se non avessimo fatto ciò che abbiamo fatto? Dei miei lettori impazienti colgo lo sguardo e dico loro: coltivate la pazienza perché solo con la pazienza il tempo potrebbe stancarsi. Sempre verrà la morte e sarà invisibile, ma arriverà!

Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


Lettera a Noemi©

Di Chiara Bezzo©



Cara Noemi,

Sei entrata a passi svelti nel lembo più azzurro del cielo. Qua lotterai per dissipare le nuvole ma sappi che alcune di esse si trasformeranno in tempeste. Hai abbandonato l'infanzia e ora sarà tutto più complicato nel tuo mondo di donna. 
Dovrai amare te stessa sopra ogni cosa. Il tuo cuore si spezzerà e toccherà a te ricomporlo. Sii tu la padrona del tuo cuore, non metterlo nelle mani di chi sai già che non ne comprenderà il valore. Le persone non cambiano e chi non ti ama, o non lo fa come vorresti, ti creerà dolore. 
Stai lontana da ometti vanesi, abbigliati d'azzurro, perché i principi azzurri esigono donne passive che alimentino il loro egocentrismo. Tu non sei così. Scostati da uomini che dedicano a te le stesse attenzioni che riservano alle altre; chi ti tradisce sradica la radice della fiducia.

Rimuovi dal tuo percorso ometti che ti vomitano addosso le loro angosce, avvolgendoti con mantelli d'acciaio. L'amore non è possesso e non ha peso. Sei una donna completa. Ogni giorno sceglierai chi avere accanto e nessuno dovrà deciderlo per te. Non cadere nell'abbaglio di potere trasformare un uomo. Non è giusto provarci. Rincorreresti un'illusione mancando di rispetto a entrambi e ne usciresti perdente.

Non coccolare, viziare, vezzeggiare un uomo. Lui non è un bambino, non trattarlo come tale. Disperderai il tuo amore e brucerai le energie che devi riservare a te stessa. Non regalare a nessuno attenzioni che non contraccambia. Dare senza avere è sterile e ti farà perdere di vista la cosa più importante: il tuo bene.
Non farti sedurre da un bel viso, da un corpo muscoloso o dal fascino arido di un ragno che tesse ragnatele per catturarti e mangiarti il cuore lentamente. Diffida delle promesse; non lasciarti attrarre dalle frasi costruite. Tatuati nella mente che l'arroganza non è mai amore ma prevaricazione. Abbi timore di chi vuole soggiogarti e chiarisci che nessuno può comprarti perché non sei un oggetto, nemmeno un diamante prezioso. Accostati all'amore con la mente. Lei non commette errori. Il cuore è cattivo consigliere e spesso conduce in sentieri tortuosi. Lascia che sia la testa a indirizzarti. Soltanto quando troverai un uomo vero apri il tuo cuore. Non sarà un colpo di fulmine perché l'amore ha i suoi tempi, forse non sarà passione perché l'amore dà calore ma non brucia. Lo riconoscerai facilmente perché saprà abbracciarti con gli occhi e non soltanto con le braccia. Per lui sarai sempre bellissima perché ai suoi occhi apparirai stupenda in ogni situazione. Riderà con te e ti cullerà nei momenti dolorosi. Saprà camminare al tuo fianco e mai davanti. Saprà amare di te le parole e i silenzi, e nei momenti bui cercherà una luce. Non sarà perfetto, cadrà e si rialzerà ma mai ti lascerà la mano. Questo è l'uomo che io voglio per te e non ha importanza quanti anni abbia, se sia ricco o bello. Ciò che conta è che tu sia il centro del suo mondo.
Se l'amore dovesse finire ricorda che la parola sempre è astratta e nulla dura per l'eternità. 
Ama te stessa. Amati senza timore d'essere egoista. Accettati e quando sbagli perdonati. Ricorda che sei unica, meravigliosa e perfetta nella tua umanità; se qualcuno dovesse farti soffrire hai te stessa e il tuo valore di donna. Ti prego non scordarlo mai...Soltanto ricordando questo saprai rialzarti più forte e fiera di prima.



Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


lunedì 28 novembre 2016

Musica abortita©

Di Mary Blindflowers©

The time, carboncino su carta, Mary Blindflowers©


Restiamo suono da eseguire,
musica abortita e spartita da morire
nelle trame di un tempo trascinato
dalle ere,
carichiamo sfere d'influenza
come orologi rotti,
sporchi trattati di ludica indecenza,
scacchi,
motti,
mosse,
pedoni,
alfieri e re,
ma se
se ci fosse altro,
un ansito sottile,
un fiato soprannaturale,
un fluido magnetico ancestrale
che collega pochi oltre la terra?
E se lì non ci fosse nemmeno
un'ombra di quella che chiamiamo guerra?
I miei sogni
sono tangibili epopee,
increate melopee
di cose vive
oltre le stive del reale.

Sognare può far male.

Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


sabato 26 novembre 2016

Le paperette mute e gli imbecilli©

Di Pierfranco Bruni©

Mio padre mi viene a trovare ogni notte. 
Bussa alla porta del mio pensiero e mi racconta. Dice che non si tratta di una favola o di una storia, ma semplicemente di un raccontare.
Io devotamente lo ascolto. Come sempre ho fatto. Mi siedo sul letto e ascolto. Arriva puntuale alla 04,05 del mattino.
Bussa ed io apro.
Questa mattina mi ha detto frasi sulle quali dovrò meditare a lungo. Mio padre parlava poco.
Mia madre racconta sempre e chiedeva. Mio padre no.
Questa volta mi ha dato un vocabolario che stento a decifrare.
Così.
C'era una volta un imbecille, poi un misero e poi  uno squallido. L'imbecille chiese al misero di osservare il mare. E il misero delegò lo squallido. Il mare però era partito, lontano, lontano, lontano ma aveva portato con sé un cannocchiale.
Ogni tanto da uno scoglio puntava lo sguardo.
Un bel giorno si chiese: ma chi è l'imbecille? Quello che fa il misero credendosi squallido o lo squallido pensando di essere il misero? A questa domanda non rispose. Perché? Per un semplice motivo.
E allora, voi, cari lettori e lettrici e frequentatori di facebook indovinate il motivo.
Il mare lo sa e anche io lo so. Basta un po' di ironia, di bellezza e di bravura.
Noi siamo ironici, siamo belli e siamo bravi. Perché il noi? Indovinate un po’.
Su questo non ci sono dubbi. L'imbecille vestito da misero e mascheratosi da squallido non ha queste qualità. Ma non è colpa nostra e tanto meno mia e ancor di più del mare.
C'è un fatto però. Che il mare, sempre le metafore, i folli sanno giocare con le metafore (non lo sapevate?), ha studiato per anni... ha tanto lavorato per scrivere, pubblicare e parlar bene. Sempre bene. Ha un difetto. 
Sapete quale? Quello di dire sempre ciò che pensa con il coraggio delle sfide e delle idee e firmandosi con nome e cognome.
Dimenticavo... Il paradosso di chi è folle...
L'imbecillità è l'alba che circonda gli ANONIMI.
La loro miseria non è scritta dalle parole ma dalla loro nullità e dalla paura.
Gli ANONIMI non conoscono il coraggio, tanto meno le scelte, ancora più il rischio.
Possono sentirsi delle iene ma sono soltanto delle assenze.
Il vuoto è meno o più di una assenza?
Noi siamo stati, siamo e resteremo quelli che Tomasi di Lampedusa ha definito i GATTOPARDI. Noi, il mare: metafore.
Ovvero nella nobiltà c'è la capacità delle sfide.
Ma è da chiarire.
Il mare, per ritornare al mare, non sa cosa farsene degli avversari. D'altronde se avversari o nemici devono esserci, ed è bene che ci siano, c'è da dire che nessuno può considerarsi avversario del mare.
Perché?
Una bella domanda con una risposta facile facile.
Il mare gli avversari li sceglie. E quindi il mare - metafora decide chi può competere o meno con le sue onde e finora non ci sono avversari ma solo squallidi, miseri, imbecilli anonimi.
Allora. C'era una volta...
Il mare deve scrivere le pagine sulle quali la sabbia impone il vento... Gli altri facciano i loro compiti di imbecilli e altro…
Il resto non è neppure pioggia di coccodrillo.
Sapete cosa mi hanno dato per pranzo nell'ultimo convegno sulle minoranze?
Un bel piatto con una coscia di paperette mute...
Il resto è tutto da immaginare, ma immaginare non significa dire cose non vere…
Come posso decifrare tutto ciò? Mia madre fa silenzio, ma anche lei, questa volta, troverebbe difficoltà a tradurre.
Mi ha lanciato dei segnali precisi. Le paperette mute e gli imbecilli…
Dovrò interrogare un indovino? No. Basterà chiederlo a mio padre che si è interessato di alchimia.
Appena sentirò il suo vento gli dirò: questa volta pa’ non ho capito…
E lui mi risponderà, sono convinto di ciò, dicendomi:
Figlio mio,
sei cresciuto perché io possa spiegarti.
Significa che ancora non ti sei guardato abbastanza dentro di te…
Sarebbe ora di farlo…
Allora, a questo punto, mi tocca consultare altri testi.




Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


giovedì 24 novembre 2016

Cialtronia e Diligenza, recensire un libro©

Di Maria Concetta Giorgi©




Recensire un libro, vuol dire esaminarlo, è un atto quindi della mente, che pesa, confronta, considera. 

Recensire un libro vuol dire leggerlo.

Non si possono recensire libri, se chi si impegna in questa avventura non li ha letti.

Niente può svilire un libro, lo si svilisce se non si sa nulla del contenuto.
Se l’autore non è consapevole e si fida, subisce un grave affronto e il lettore è ingannato. Se l’autore è compiacente, il dramma si amplifica. L’autore paga, e la recensione è pronta, inscatolata come i pomodori dentro a un latta. Il lettore ignaro compra a scatola chiusa, in tutti e due i casi egli è preso in giro.
Un lettore che si fida della recensione, acquista il libro, magari è pieno di refusi ed errori, oppure è un libro che non ha contenuto, ma la recensione è ottima. 
L’autore è in una botte di ferro, il recensore è in una botte di denaro, il lettore svuota la sua botte.
C’era una volta…
C’era una volta un pifferaio che non era magico, suonava il piffero senza un vero motivo.
La sua vita non brillava, la musica non sapeva scriverla, le note non erano all’inizio dello spartito, né al centro, né alla fine. Era un pifferaio molto venale, suonava solo per convenzione, si accordava quando poteva , e se lo pagavano, la musica, anche quella stonata, appariva leggera, la si poteva sentire come chiacchiericcio per tutto il paese. 
A “Cialtronia”, Ziofabrir (così si chiamava), era famoso, alcuni abitanti, i cialtroni, erano musicisti un po’ scordati, si rivolgevano a lui per ottenere musiche che potessero piacere senza formule musicali collaudate. Tutta il resto di Cialtronia, non si faceva domande, non pensava più di tanto, ascoltava melodie imprecise perché diverse da quelle non ne avevano mai sentite.
Arrivò in paese un vero suonatore, uno che al passaggio lasciava dietro sé note, fragranze, e corrette impostazioni musicali, non chiedeva soldi, né accettava che gli venissero proposti, e soprattutto leggeva tutto quello che gli veniva sottoposto. Suonava per far conoscere la musica, suonava dopo aver studiato, suonava per rendere giustizia ai brani.
Gli abitanti di Cialtronia cominciarono a seguirlo, tranne i pochi cialtroni, rimasti a pensare a come potevano accordarsi…
Il suonatore era un vero galantuomo, incorruttibile, di dirittura morale ineccepibile, leggeva gli spartiti, dava loro giusta collocazione, senza mai chiedere nulla in cambio. Ben presto i paesani di Cialtronia, cominciarono ad affinare il gusto e ad orecchiare musiche di valore, di vero valore. Non c’era più apparenza, ma sostanza.
Ziofabrir fu cacciato, mandato a suonare il piffero da un’altra parte, assieme agli amici suoi cialtroni. Neppure i topi gli andarono dietro… Il paese volle addirittura cambiare nome, e “Cialtronia”, si chiamò “Diligenza”.
I diligenti, abitanti musicisti, o abitanti ascoltatori, da quel momento vissero tutti operosamente e onestamente, felici e contenti.



Fine

Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


Il gregge e i like, ordinarie storie di pecore web©

Di Mary Blindflowers©



Leggete questa roba:



Ovunque
ci
sara'
vento
per
portare
la
tua
carezza,
quella
e'
casa
mia.

Gabriele Castelli

376 like

Scomponiamo questa "poesia": Ovunque ci sarà vento per portare la tua carezza quella è casa mia. 
Interessante...
E questa "ciofeca" secondo 376 persone sarebbe una poesia da like. Pura prosa a cui è stato applicato un poco di verticalismo per farla sembrare qualcosa che evidentemente non è. Siamo ben lontani dalla poesia.

Questo versificatore di mediocre qualità è pure seguito da 132 persone.

Facciamo un altro esempio:

“Certe cose non si possono spiegare, davvero. O ce la fai da solo e te le godi fino in fondo, oppure aria al cazzo. A chiarirle ci si annoda su se stessi. Ci si inciampa nei perché e, ovvio, nei complicati pretesti del come”.

Perturbazione

Marco Luppi


Questa “Perturbazione” ha preso 136 like + 1 condivisione.

Cosa vogliano dire i 4 periodi suindicati è un mistero che evidentemente coloro che hanno messo l'apprezzamento sono riusciti a svelare, io no.
Del resto a questo signore che ha scritto dieci poesie in tutto, basta citare un qualsiasi autore noto per prendere 400 like, con una citazione che potrebbero riportare tutti tramite copia e incolla.

A questo punto ci si chiede quali siano i meccanismi che spingono mandrie di pecore all'apprezzamento dei contenuti postati in rete e se il metro di misura non sia esclusivamente la simpatia per la persona che niente ha a che vedere con l'arte. Simpatia oppure desiderio di apprezzare persone inserite in certe scuderie, in certi gruppetti di intellettuali dietro cui magari c'è qualcun altro a cui tanti pecoroni che mettono complimenti, tengono a far sapere che apprezzano?

Che valore dare a questi like?

Rispondete voi.






Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


Cantando cantando©


Di Cosimo Dino-Guida©

Foto Mary Blindflowers©


Fog and tears
Cantavo lacrime e pioggia
While the guitar gently weeps
Imitavo stridii di chitarre e note
Blowing in the wind
Tra pensieri fluttuanti
Growing up
Nella solitudine della incomprensione
After the noon
Dopo i giorni del sole
Upside down
Sognando
In the sky of diamonds
All’ombra delle stelle
Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


mercoledì 23 novembre 2016

Controluna©

Di Mary Blindflowers©

Controluna,
tecnica mista su cartoncino rigido,
Mary Blindflowers©


Natiche come simbolo
di cuore rovesciato,
lo iato del tuo seno immacolato
vibrato danza in un nota sola,
strega che canti controluna
con l'unica palpebra che geme
nell'ottica indivisa della cruna
da cui passi senza far rumore,
lontana dal clamore
di quell'egocentrica mattanza
che l'uomo volgare
chiuso in una fredda stanza
propaganda come amore.



Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


martedì 22 novembre 2016

Nazhim Kalim Dakota Abshu©

Di Pierfranco Bruni©



Di Nazhim Kalim Dakota Abshu si conosce poco. Un poeta di origini tunisine che ha intrecciato un modello culturale proveniente da una scuola musulmana ben radicata nella tradizione dei sufi e dei dervisci danzanti (o rontanti). Il mistico che abbraccia il pensiero dei sufi e la fede cristiana è dentro il poeta. La sua parola sembra un teatro di emozioni e di suggestioni oniriche recitate da un profeta. Sono venuto a conoscenza di questo poeta e sono in possesso di una manciata di poesie che sottolineano una espressività ricca di modelli sia antropologici che puramente poetici, i quali rimandano ad una tradizione che è quella del mistico eretico – ortodosso con una accentuazione della presenza della spiritualità dei sufi.
La mia attenzione è ormai focalizzata su questi temi e, in modo particolare, su questo poeta, che è una espressione forte della “dinamica” spirituale tra modelli occidentali e pensiero di un mediterraneo islamico, sul quale mi accingo, ormai, a scrivere un saggio con una analisi dei testi da me ritrovati. Qui voglio tracciare alcune linee segmentando alcune coordinate. La presenza di Cristo e della Croce, in Abshu, ha una simbolicità singolare: “Croce, Cristo; il mio Cristo/in Croce; la Croce o la Passione;/vado verso l’alto, ma ho una distesa di orizzonti”.
Fede e pensiero sono, dunque, l’intreccio che non vuole chiarire ma porsi costantemente in ascolto: “Ho ascoltato la notte; nel silenzio/il cuore mi ha portato il mare; ho recitato/Cristo, semplicemente. L’inizio/ non coincide con la fine; Cristo,/ti vivo per la Croce/che porto”. Oppure: “Illuminante silenzio; vestiti di bianco/in un cerchio,/danzano la vita e il mistero/per ritrovarsi nell’infinito”. La danza, l’infinito, il mistero e la presenza del misticismo cristiano sono tasselli nella poesia di Abshu. La presenza dei dervisci resta fondamentale.
Chi sono i dervisci? Sono chiaramente i “discepoli” di comunità islamiche che vivono in piena povertà e sono catturati da una spiritualità profonda che rimanda ad una cultura dell’ascesi. Vivono distaccati dalle passioni terrene anche se sono attraversati da un forte sentimento dell’amore. È molto pregnante il loro confronto con i cristiani mendicanti che pongono al centro il sentimento della povertà e l’assoluto spirituale come riferimento.
I dervisci sono i cosiddetti cercatori di porte, ovvero cercano di andare oltre il senso materiale della vita e del tempo stesso. La danza è la focalizzazione della loro ricerca. I dervisci danzando (ruotando velocemente) cercano di raggiungere dio aiutati da un maestro, o meglio, in turno viene ad essere identificato come il saggio o il vecchio.
A questa tradizione appartiene Nazhim Kalim Dakota Abshu anche se il concetto di divino resta molto complesso e lo si legge attraverso alcune contraddizioni, che restano contraddizioni per noi Occidentali, che diventano, però, per il poeta elementi di ascesi vera e propria. I suoi maestri letterari sono indubbiamenti Rumi e le sue poesie mistiche, ‘Omar Khajjam e le sue “Quartine” e soprattutto Kahlil Gibran. Uno dei filtri, non solo poetici e letterari, è chiaramente anche Tagore (il Tagore che scrive le pagine dedicate a “Il Cristo”). Tra questi poeti c’è uno spazio temporale abbastanza rilevante.
Infatti con Rumi siamo tra il 1207 e 1273, in una geografia che abbraccia l’attuale Afghanistan e la Turchia (è uno dei più grandi poeti persiani). Con Khajjam siamo ad un’età precedente, ovvero tra il 1050 e il 1130 in una terra che è quella della Persia nord – orientale. Con Gibran, invece, tocchiamo quasi la sua contemponeatità. Gibran nasce nel Libano settentrionale il 1883 e muore nel 1931. Così con Tagore, nato a Calcutta nel 1861 e morto nel 1941. Tra i poeti europei amati e studiati da Abshu c’è lo spagnolo Gustavo Adolfo Becquer nato a Siviglio il 1836 e morto a Madrid nel 1870. Abshu non si è mai distaccato dalla presenza di questi poeti da lui definiti maestri del pensiero e della parola. Maestri dell’amore. Abshu scrive, infatti, anche delle poesie d’amore, anzi delle potenti poesie d’amore: “In basso la tua verginità;/solo io ti appartengo;/il pensiero, il corpo;/nessuno potrà violarti; alcuna parola, alcun corpo ti violerà./Il mio pensiero, il mio corpo,/ e tu”.
Ma chi è Nazhim Kalim Dakota Abshu. Nato a Tunisi nel 1900 da una famiglia di commercianti che praticava il mestiere di tessitori di tappeti, e poi mercanti di stoffe e di tappeti. Della sua vita si sa molto poco. Vissuto per i primi venti anni a Tunisi. Si è formato, come già sottolineato, alla scuola dei sufi, ma è stato un autodidatta ed è stato un grande lettore di testi cristiani occidentali e indiani. Portava con sé spesso sia i Vangeli Apocrifi che le Lettere di San Paolo. Ha studiato con attenzione la storia degli indiani d’America approfondendo il rapporto tra Occidente ed Oriente. Grazie ad una lettura della cultura del popolo indiano dei Dakota
Ha scritto poesie e testi in prosa. Molta della sua produzione è andata smarrita. All’età di trent’anni va in Francia, poi in Italia e nuovamente a Tunisi. Lascia definitivamente la Tunisia intorno agli anni Quaranta e si stabilisce prima a Istanbul e successivamente a Nizza, dopo aver viaggiato e conosciuto i luoghi del Mediterraneo: “Solamente per amore ho vissuto la chiamata/e non mi sono accorto dei luoghi che mi hanno ospitato”.
Ha approfondito gli studi sulla cultura sciamana, ma la sua vera passione è rimasta sempre la poesia ed è stato sempre convinto che il vero poeta deve essere anche uno sciamano e che la poesia è una grazia e non è mai costruzione: “Forse, nelle mie tasche,/ho ancora la sabbia del deserto;/nelle mie mani, mi è rimasto tutto lo stupore del mare;/nei miei occhi la terra e l’acqua”.

Infatti ha sempre sostenuto che il poeta è un “miracolato”. Ha cercato di intrecciare Maometto, Cristo e Budda ma il suo percorso è stato sempre quello di confrontarsi con il Cristo in Croce senza cedere alla tentazione delle spiegazioni o giustificazioni teologiche: “Se Cristo mi dicesse: ‘ti perdonerò dei tuoi peccati’,/ coprirei il suo viso di foglie di alloro/ e dimenticherei la sua voce”. Ancora: “Non credo che Cristo avesse parole;/Cristo è semplicemente un gesto,/e danza tra i fuochi e la pioggia”. 

Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page