martedì 18 ottobre 2016

La baronia universitaria, cronica patologia©

Di Paolo Mazzocchini©






Il dominio della baronìa nel sistema universitario italiano è da decenni un dato permanente e immutabile. Il suo emergere nei media, invece, è periodico. Ed ogni volta è come se il cronista o il magistrato di turno scoprisse con sorpresa, mentre rimesta la solita acqua calda (e sporca), chissà quale scandalo finora sconosciuto. Questo infastidisce e sconforta parecchio, perché dimostra anzitutto che le denunce precedenti (non parliamo degli interventi legislativi) non sono servite a nulla; e poi perché rischia di distorcere la diagnosi del male presentandolo come un fenomeno ricorrente ma sporadico. Si tratta invece di una patologia cronica, sistemica e praticamente (sic stantibus rebus) incurabile. Ne ha preso atto di recente (cadendo, come si usa dire, dal pero) nientemeno che Raffele Cantone, il plenipotenziario attuale dell’anticorruzione, e la sua denuncia è rimbalzata in un articolo di Aldo Rizzo nel Corriere


Che, d’altro canto, clientelismo baronale e ‘fuga dei cervelli’ siano fenomeni da sempre strettamente collegati da un rapporto di causa ed effetto è un’evidenza che non può sfuggire a chi minimamente conosca il sistema universitario italiano: se tutti (dico tutti) gli incarichi di ricerca e di docenza della piramide universitaria – dal dottorato con borsa fino alla docenza ordinaria – sono assegnati secondo un ferreo e infallibile criterio nepotistico-clientelare, allora è inevitabile che talenti privi dell’appoggio baronale debbano o ripiegare su altro impiego o tentare la fortuna all’estero. Aut aut: tertium non datur. Sentire poi tanti lupi della baronia lamentarsi con belati da agnellini che questa ‘fuga’ sarebbe unicamente frutto dei pochi fondi che arrivano alle università, ebbene questa è solo una astuta e ignobile mistificazione. Astuta, perché fondata su una indiscutibile realtà di fatto; ignobile, perché questa reale scarsità di finanziamento della nostra università non c’entra nulla, o quasi, con la fuga dei cervelli. I pochi finanziamenti in effetti non fanno altro che accrescere la solidità del sistema clientelare: minore è la torta da spartire, maggiore è la feroce determinazione con cui la si distribuisce esclusivamente fra figli, amanti, amici degli amici ecc. Ma se questi fondi (leggi: maggior numero di posti e cattedre) crescessero, crescerebbe solo il numero dei privilegiati cooptati per raccomandazione.
Per confermare la verità di questa deduzione basti, tra moltissime altre, la coraggiosa testimonianza (anch’essa raccolta dal Corriere) di una studiosa italiana che ha avuto, prima di arrendersi e scappare all’estero, l’ostinazione di provare vari concorsi nell’università italiana:


Prima di alimentare e vitaminizzare il corpo dell’università italiana bisogna dunque estirpare il cancro che lo infesta. Altrimenti si rischia, nutrendo senza curarlo l’organismo malato, di favorire ulteriormente la metastasi.
Che fare? Non saprei proprio. Ogni proposta, nella fattispecie, rischia di cadere nel nulla. L’unica soluzione teoricamente valida forse sarebbe, al momento, quella di commissariare i concorsi universitari affidandoli tutti a commissioni straniere. Ma temo che sia praticamente (oltre che politicamente) inattuabile.
Qualche governo ha provato a fare qualcosa? Non direi proprio. Le poche iniziative di legge nel merito sono risultate tutte inefficaci, anche perché sospette di essere state predisposte in malafede, con l’intenzione cioè di lasciarsi facilmente aggirare, come poi puntualmente è avvenuto.
Non c’è da meravigliarsene: il potere accademico è da sempre fortemente intrecciato con quello politico con mille fili, ed ostacola infallibilmente ogni reale riforma del reclutamento.
Eppure una terapia efficace, per quanto difficile, sarebbe quanto mai urgente e necessaria: la corruzione universitaria non è infatti, come sembra apparire dai media, un effetto collaterale o marginale o episodico della corruzione generale del nostro paese. Ne è altresì il cuore e l’emblema, se si considera che la modernità e la ricchezza di una comunità nazionale si misura oggi sull’eccellenza del proprio sistema di ricerca. E sull’attrazione dei cervelli altrui, non sulla dispersione dei propri.

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