lunedì 26 settembre 2016

Lamento che s'intreccia©

Di Franco Piri Focardi©

Di Franco Piri Focardi©


Ora è un dolore, lamento che s'intreccia e afferra brani spersi di noi nel tempo, fare, dire per non scavare, sorridere per non affondare, nemmeno le mani nella carne, solo un attimo e potenze schizzate negli spazi di noi, di noi solo frammenti ed un abisso, una selva di giorni e di passioni, sgranate nel percorso perse come parole a costruire trame di fiabe sogni di ideali e lucidi aspetti di desideranti spazi.

Semina irriguardoso immagini di morte, sbandiera a tutti il suo dolore e ti chiama lì dentro a condividere. Altri hanno fatto, colpito a sangue e straziato le carni, con programmi di difesa. Muri di morti a chiudere le strade. Carri esplosi abbandonati. Case col ventre rovesciato. Noi a divorare cibi pregustati interrompe il flusso e d'ogni scena un giro di ritorno, confina serie dal palco erra con i fardelli suoi agli angoli del mondo. È immondo l'essere un fuoco che divampa s'accuccia e tende agguati, non è nulla ma più duro dell'acciaio!

E siede dall'alto di una torre, aspetta un segno, un balenio lontano i fremiti dell'irraggiunto accanto a sé la bestia guata le teste sue abbassate. Si offre immobile ed è reale una ripresa uguale a quello che si vede, sorveglia sé i suoi istinti, brame feroci di un passero di nido, i torbidi bollori di acidi rigurgiti dall'antro vivo e interno. Inghiotte un muco che stordisce, stralcia veli di plastiche in fusione a soffocare il breve incontro d'incoscienza. Rovescia la domanda e vede sé attraversare il sole, una lama cometa che scoppia all'improvviso e dondola sul prato socchiudendo gli occhi.

Memorie senza tempo un colle ombroso, l'acqua che sgorga tra le rocce un rivolo nei muschi dove giocare ruoli come i grandi, piante di quercia tormentate, scuri e dritti cipressi nel silenzio, un vetro si frappone, ha colto un fiore e sorridendo lo infila tra i capelli, guarda se guardo mi allunga la mano e poi svanisce, resta il foglio scritto e i movimenti sull'acqua che rimpozza e lei non vista si abbassa le mutande si accoccola e piscia soddisfatta agitando di onde e spruzzi la calma superficie del laghetto.

Rispecchia un tempo di strade a ragnatela costruite e ridisegna il picchio un orlo di punti dentro incisi. Entra sorretto da una coppia e dice le parole, cadono a pezzi rozzi sugli ori da sempre ambiti e messi in mostra, chi se non gli adoratori danno forza a colui che di un palmo s'innalza, prodighi di servigi ad affermare un potere d'intrighi e di bassezze. Coprirsi il capo di cristalli a dir purezza e perfezione, mentre la carne marcia e tira e squassa, la perdita di sé nel buio di notti rovinose, ai sogni, al sangue che fiume in piena lo travolge, dentro le nari e nella bocca e negli orecchi a premere, negli occhi aggrumato ed al massacro vira di croste e rotola fra i pezzi sparsi sul suo letto. È un urlo soffocato, pietre sudate, e strappa al sogno le sue membra. Da solo la sua mano afferra e tocca le lenzuola bianche di seta e ricamate d'oro.
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