domenica 11 settembre 2016

Intervista postuma a Giorgio Caproni, il poeta che si sentiva genovese©

Di Libri Libretti e Giorgio Caproni©



GIORGIO CAPRONI (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990) 

Ogni tanto riaffiora un poeta, tolgo i libri dai ripiani ed inizio a leggere, annotare, chiosare pagine e prendere appunti. Questa è stata la volta di Giorgio Caproni, un poeta che amo molto e che riesce sempre ad emozionarmi. Scrivere qualcosa su di lui non è facile, sarebbe ripetitivo e poco interessante e anche scegliere alcune sue poesie non è cosa semplice, sono tutte belle. Ne ho scelte alcune che mi sembrano tra le più significative e a cui Caproni era molto legato. Per quanto riguarda la presentazione non saprei cosa scrivere, l’ho cercato, mi ha risposto, quindi ho fatto una breve intervista postuma.



Caproni, lei che ha avuto come punto di riferimento due città di porto: Livorno dov’è nato e Genova dov’è vissuto, chi ha amato di più?

Senza dubbio Genova, anche se Livorno è stata la città dell’infanzia, delle prime emozioni, il luogo dove ho vissuto con mia madre Anna (giovane donna che scandalizzava i livornesi girando in bicicletta). Livorno, dove 
sono nato è una “città malata di spazi”, ovvero troppo grande oggi conservo vivido il ricordo della vasta Piazza Carlo Alberto, dei larghi canali, o “fossi”, e dei bronzei e monumentali “quattro mori” che mi inquietavano non poco. Un uomo, comunque, non dovrebbe amare per forza la città di nascita, ma quella dove ha trascorso l’infanzia, dov’è cresciuto, il luogo in cui è andato a scuola, dove si è innamorato, dove ha ricevuto una formazione. Genova l’ho dentro, Genova sono io. Anche se sono nato a Livorno, mi sento genovese a tutti gli effetti. Genova non riesci a togliertela dalla mente e anche adesso che abito a Roma non riesco a levarmela dalla mente: la sogno la notte e la respiro di giorno. Genova e la retrostante Val Trebbia sono per me i “luoghi dell’anima”.



Genova le è così dentro che in una sua poesia scrive che vorrebbe andare in paradiso con l’ascensore di Castelletto, come mai?

Adoro Genova dall’alto, mi sembra un paradiso. Genova è una città quasi tutta verticale, con le sue salite, le sue scalinate, le sue rampe, i suoi ascensori pubblici, le sue funicolari, le sue strade disposte una sull’altra. La verticalità la rende lirica, poetica. Da lassù la città appare intrisa di luce marina, solida nella fermezza delle pietre che la sorreggono, vitale e operosa nei ritmi febbrili che l’innervano. Non si può fare a meno di Genova, per dirla alla francese: Je suis malade de Génes.

Trovo il suo attaccamento a Genova commovente, però ci sarà qualcosa che non le piace?

Sinceramente non trovo difetti, sono così attaccato a Genova, oppure Genova si è appiccicata a me, da non saper distinguere il bello dal brutto. Trovo che le parti belle e quelle brutte siano così sapientemente amalgamate da formare un unicum, un insieme di confusione marinaresca che sprigiona con forza il suo irripetibile incanto. 


Che cosa le piace di più di Genova? Si ricorda momenti importi della sua vita passata in questa città?

Per me Genova va apprezzata nella sua quotidianità ogni momento è una visione magica tra passato e presente. Si apprezza il dedalo di carrugi, le vecchie trattorie, il brusio delle voci, il ritmo oscillante del mare. Anche i momenti belli sono quelli semplici: ballare a Fontanigorda con le ragazze, mangiare una frutta ai piedi della statua di Enea oppure sfogliare un libro di scuola mentre si sale con la funicolare.


A proposito di scuola, lei ha insegnato diversi anni. Le piaceva insegnare? Che rapporto aveva con gli alunni?

Ho iniziato ad insegnare nel 1935 in una scuola di Rovegno, l’inizio è stato piuttosto difficile perché sostituivo un maestro molto amato giunto all’età pensionabile. Dopo il primo impatto i ragazzi mi hanno accolto bene e d hanno apprezzato il mio modo non convenzionale d’insegnamento.



Perché parla di modo non convenzionale d’insegnamento?

Avevo sempre come punto di riferimento la libertà di espressione di mia madre e quindi ho sempre portato me stesso a scuola mai il programma rigido e schematico. Cercavo di educarli alla musica, proponendo brani di romanze, cori di Verdi e suonando il violino. Il lavoro del maestro è stimolante se non sei statico, studi di continuo e di continuo impari cose nuove, sicuramente studierò anche dopo che sarò morto. Per me i ragazzi sono tutti uguali sia quelli bravi che quelli meno bravi, non faccio distinzioni, basta che nutrano un impegno continuo e nutrano il desiderio di migliorare. Una volta finito un compito inviavo l’alunno che aveva finito prima ad acquistare dei biscotti che poi venivano equamente divisi tra il primo e l’ultimo degli scolari, la fatica era stata per tutti uguale.


Molto interessante questo metodo d’insegnamento, rivoluzionario per il momento. Ha altri aneddoti da raccontare del periodo scolastico?

Solitamente non imponevo niente, non davo capitoli da studiare, aspettavo che i ragazzi me lo chiedessero. Spesso mi facevo trovare in aula triste e preoccupato, chiedevo aiuto a loro affinché il direttore scolastico non scoprisse che ero impreparato e mi licenziasse. I ragazzi si preoccupavano e cercavano di aiutarmi ripetendo la lezione e leggendo brani ad alta voce spiegandone il significato. Un giorno mi feci trovare davanti alla scrivania con un metro in mano intento a misurarne i lati e spiegai loro che il direttore voleva conoscere la superficie per cambiare il piano d’appoggio, ma sfortunatamente non ricordavo come si faceva e non avrei saputo dargli una risposta. Improvvisamente dall’aula si alzò una voce “base per altezza”, ed io di rimando: perché? Quel perché, gettato lì come un macigno, creò confusione, trambusto, disordine, ma subito dopo si aprì una bellissima discussione. Il bambino non sopporta disquisizioni dotte, qualsiasi concetto gli va spiegato con parole semplice, bisogna farlo ragionare con i mezzi che ha a disposizione, sarà lui ad acquisirne sempre di nuovi.



Ha insegnato nel periodo fascista, un periodo in cui la figura di chi si trovava al comando di qualcosa doveva mantenere un comportamento autoritario, lei lo era?

Non sono mai stato autoritario, semmai un fratello maggiore, una persona sempre disposta ad ascoltare i problemi di tutti, non ho mai guardato l’orologio e mi sono fermato sempre, dopo il suono della campanella, a spiegare a chi non aveva capito fino a che questo non succedeva. Non ho mai preteso il saluto fascista e né che alla mia entrata scattassero sugli attenti. Spesso condividevo con loro pomeriggi interi per andare a pescare e seguirli più da vicino.


Ha scritto molte poesie, ha delle preferenze oppure come i figli sono tutte amate?


Sì, le poesie assomigliano un po’ come i figli, ma non per questo motivo. Le poesie, come i figli, una volta scritte, non ti appartengono più. Non ho delle predilezione particolari, ma se fossi costretto a scegliere, sarei orientato sulla raccolta “I versi livornesi”. 



Strano per uno che fino adesso ha magnificato Genova e lasciato un po’ in disparte Livorno? 

Esiste una ragione particolare, nella raccolta parlo di mia madre e questo fa sì che siano le poesie che più amo, il suo ricordo è forte ed il suo insegnamento provvidenziale.


Di lei si conosce poco, la sua vita privata rimane nascosta, perché ha sempre rifiutato la partecipazione ai salotti letterari?

I miei ragazzi hanno assorbito molto tempo della mia vita ed una volta a casa non avevo voglia di giocare al burattinaio oppure essere burattino, preferivo leggere, scrivere o tradurre dal francese.


Un giorno, a Cesari Cavalleri che le poneva la domanda che cos’è la gloria, lei rispose di non saper rispondere perché non era Santo. Ancora oggi non sa rispondere a questa domanda? Il poeta è una persona che aspira alla gloria e comunque è posto su un gradino più alti di altri?

Sì, rimango della stessa idea espressa nel 1983, nel frattempo non sono diventato santo e non ci sono in programma avvisi di beatificazione. Per quanto mi riguarda il poeta non è diverso dagli altri, non è superiore, è una persona alla ricerca di se stesso, l’essere poeta è una condizione fisiologica, come avere le gambe storte.

La vedo stanco, forse è meglio concludere con un’ultima domanda, la mia curiosità sarebbe infinita, ma non voglio affaticarla oltre. Se dovesse esprimere un desiderio, quale sarebbe?


Non è stanchezza è pudore, non sono abituato a mettere in piazza le mie cose sono riservato. Non ho desideri particolari anche perché ciò che desidero cerco con caparbietà di ottenerlo con le mie forze, semmai avrei un desiderio per quando morirò. Ricordatevi di mettermi molti libri e soprattutto quelli di Sbarbaro insieme alle lettere della Vivante che lo stesso Sbarbaro mi donò, devo continuare a studiare.

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