venerdì 9 settembre 2016

I 500 anni dell’ “Orlando” di Ariosto in Teodoro Fiordiluna©

Di Pierfranco Bruni©



Ariosto e Cervantes aprono una prospettiva poetica nuova in un Rinascimento – Barocco che ha come riferimento la letteratura nell’enigma della follia e trova, questo enigma – paradosso, il suo alto senso della sintesi in Luigi Pirandello. La follia come poesia, ma soprattutto come rivelazione di un paesaggio simbolico in cui metafora e allegoria diventano ironia e umorismo. In realtà tra il Rinascimento e il Barocco si sviluppa un “fare” poesia che è contornato da un modello in cui la leggenda, il raccontare tra “le donne, i cavallier, l’arme, gli amori…” prende un deciso sopravvento. La poesia si fa recita. Entrambi sono teatralità. 
Una tradizione che trova negli incisi medioevali una dimensione onirica e di gesta che è abbastanza rilevante, e che attraversa, inevitabilmente, la stagione dell’Umanesimo per farsi voce, proprio nei processi poetici affabulistici (affabulatori) rinascimentali e seicenteschi. 
Le presenze dei rimandi mediterranei sono tasselli simbolici forti e si intagliano in un incontro tra cultura d’Oriente e modelli occidentali di scavo latino. Meglio sarebbe dire un incontro che è scontro di culture e di civiltà tra il mondo cristiano e gli infedeli, qui per infedeli si legge musulmani. 
Si pensi a Ludovico Ariosto e alla trama e interpretazione del suo “Orlando furioso”, la cui prima edizione risale al 1516, proprio cinquecento anni fa, composta da quaranta canti (verranno pubblicati postumi altri “Cinque canti”). 



Oltre ad Ariosto, sulla linea che sto tracciando, insistono chiaramente sia l'“Orlando innamorato” che la “Gerusalemme liberata”, il cui centro scenico è sempre la corte degli Estensi. 
Ma il dato letterario e culturale più ampio è la visione delle sfaccettature di due mondi quali sono quello Cristiano e quello Musulmano, ben definiti come Occidente ed Oriente. Definizione che nel corso dei secoli non può più ritenersi così rigida. Comunque, costituiscono, questi tre poemi, una vera e propria scuola di pensiero, oltre che una scuola poetica e letteraria. 
Una scuola che troverà nel Cervantes un punto di riferimento che è una appartenenza onirica certamente, ma è anche una eredità, in cui poesia e follia sono collegamento estremo che giungerà ad una forma di teatralizzazione, la cui sintesi verrà incarnata da Luigi Pirandello. 
Infatti è Pirandello, il Pirandello mediterraneo e siciliano di Girgenti, che porterà sulla scena le due culture, grazie agli archetipi della recita e dei pupi che diventeranno personaggi tra linguaggio e carattere. 
A questo vissuto, che parte proprio dal Rinascimento e si definisce nel Barocco per inglobarsi nella contemporaneità pirandelliana, appartiene un poeta, completamente sconosciuto, che risponde al nome di Teodoro Fiordiluna, di cui si sa nulla. Un poeta nato nel napoletano, ma vissuto probabilmente non a Napoli, appartenente al XVII secolo, come ho riscontrato da alcune ricerche. 


Ci sono alcuni versi che fanno esplicito specchio alla poesia di Ludovico Ariosto e sembrano, i versi, condensare il tutto del raccontar leggenda dell’Orlando. Si legge in una sua poesia dal titolo: “Amoreggiar e armeggiar” un viaggiare che ci conduce immediatamente all’Orlando. 

Così: 


“Ad amoreggiar non fu lungo il tempo 
se le parole tue abbiano in me lasciato lo scorticar del dolore 
sul viaggiar delle miserie umane che a nobilitate sorte non fu. 

Angelica non dea ma novella amante di Medoro 
che mai fuggì 
e speranza volle a disdegnar Orlando 
che furioso d'amor folle 
giunse a respirar lune e ciel. 

Temporal di mare e cristiani 
e saraceni 
di sangue dipinsero acque 
mai chete 
nella leggenda 
che non fu d'Oriente 
magia non assopita. 

Orlando combatter di pugna 
in terra sacra non poté 
per vincitor che non fu d'amor perso 
e luce Angelica portò 
sino a fuggir 
con l'amante suo 
sul sogno che si avverò. 

Amoreggiar e armeggiar 
ma di cuore e di bocca 
Angelica e Medoro 
si unirono”.


(Cervantes e Ariosto)


In effetti questi versi ripropongono il canto già conosciuto. Ciò che incuriosisce è la perfezione del verso, lo stile e anche l’eleganza che assume una peculiare importanza e fa comprendere come Teodoro Fiordiluna conoscesse molto bene non solo Ariosto, ma tutta la temperie contestualizzata nella poetica “cavalleresca”. 

È chiaro che si tratta di una realtà poetica straordinaria e significativa sia sul piano semantico che su quello strettamente estetico – metaforico. 

Un percorso da riconsiderare su tre prospettive: 

1. Letterario. 

2. Storico. 

3. Religioso. 

Infatti, Ariosto pone la sua opera intorno a questo triangolo che è rappresentato da una lingua che esce dalla “zona” medievaleggiante, da una traducibilità che va dalla letteratura ai fatti politici, da un inequivocabile rapporto tra teologia e filosofia. 
Gli amori sono intrecci che abitano un tale ambiente. Teodoro Fiordiluna va subito al nodo della questione. Amoreggiare e armeggiare. Due concetti che sono l’anima sia di Ariosto sia di Matteo Maria Boiardo sia di Tasso. 
In Fiordiluna proprio l’incipit dell’Orlando è il segno implacabile di una familiarità con quel verseggiare. Infatti egli canta ciò che Ariosto scrisse: “l’audaci imprese io canto…”. Ma la sintesi è proprio nel Pirandello del “mal giocondo”. 
Questa meteorite del male che diventa un gioco sottile che intrappola l’anima e il percorso onirico del senso metaforico della letteratura. I Mulini di Cervantes sono il nesso del non senso che vive la luna di Ariosto, e la luna è quella luna pirandelliana che trasforma la melanconia di Leopardi in un tragico vivere l’ironia dell’esistere.



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