venerdì 30 settembre 2016

Vermetto, il vedovo©


Di Andreas Finottis©



In un paese di sabbia e nebbia all'improvviso apparì: era un vecchio bassissimo e magrissimo, senza lavoro, senza soldi, senza pensione, senza denti, senza amici, senza parole.
Nessuno lo conosceva, si diceva che gli fosse morta la moglie e lui fosse impazzito.
Dormiva sulle panchine, mangiava gli avanzi che gli davano, sembrava sempre sul punto di piangere ma se gli dicevi "Ciao" si metteva a ridere, qualche secondo di felicità e di bocca sdentata aperta, poi tornava di colpo serio, immerso nei suoi pensieri.
Il sindaco si impietosì e gli diede una camera nei cessi pubblici.
Tra odori di pisciate e cagate si apparecchiava ordinatamente un tavolino in un angolo e mangiava sempre minestra in brodo con dentro dei pezzi di pane, mentre la gente entrava/usciva dai cessi.
Lo chiamavano Vermetto.
Una mattina lo trovarono morto.
Al funerale c'era solo il prete e l'autista del carro funebre.
Due giorni dopo rimisero scope, spazzoloni e secchi nel ripostiglio in cui dormiva.
Tra le sue poche cose c'era un televisore regalatogli da qualcuno; apparirono dal nulla dei suoi parenti e litigarono per il televisore.


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Il Pavese antropologo e l’etnia grecanica©


 
Pierfranco Bruni©







Qui tutto è greco. Aveva ben intravisto Cesare Pavese nel raccontare i luoghi di quella grecità soffusa nella quale usi, costumi e linguaggio hanno quella matrice abbastanza profonda che rimanda ad una storia ed a una eredità, certamente, ellenica. Brancaleone è un paese dell’area grecanica della Calabria, anzi lo è stato. E ai tempi in cui Pavese vi dimorò veramente il luogo costituiva un tempo della memoria che veniva percepito come un tempo mitico. Quel tempo mitico più volte sottolineato dallo scrittore piemontese.

Ci sono testimonianze di Pavese che ci portano a quella etnia non scomparsa ma mascherata o forse nascosta ma che ripropone dimensioni e immagini ricche di significato. Come si sa Pavese rimase a Brancaleone alcuni mesi che vanno dal ’35 al ’36 e qui scrisse poesie impregnate della grecità del luogo e scrisse delle lettere alla sorella Maria che offrono una forte capacità di lettura che danno il senso del territorio e del luogo ma altresì sottolineano un dato percettivo-simbolico che è quello della dimensione onirica e lirica di una terra il cui scavo è certamente riconducibile ai colori e al linguaggio greco. Su Pavese ho tanto lavorato. Troppo ho letto. Importante il Video di Anna Montella:https://www.youtube.com/watch?v=nXshZL7E1vA.

Di questa terra ne parla in un romanzo, il suo primo romanzo dove è possibile avvertire immediatamente l’alone mitico sacrale non solo in termini metaforici ma anche in termini fortemente espressivi. Questo romanzo, Il carcere, è stato composto tra il novembre del ’38 e l’aprile del ’39 ma è stato pubblicato successivamente. Vi si legge lo scenario ricco di atmosfere elegiache il cui punto di riferimento resta il mare. Un mare che lega e che unisce e che si confronta con quei viandanti del destino che sono arrivati sulle terre di Calabria in quella temperie che venne chiamata Magna Grecia.

La Magna Grecia anche in Pavese diventa un luogo di esistere, un luogo dell’esistenza, un luogo che penetra in quella cultura nella quale la storia la si legge con lo spazio del recupero. Le poesie sono spaccati, leggendole ancora adesso, che imprimono segni precisi e indelebili.

In una poesia dal titolo “Luna d’agosto” scritta a Brancaleone la cui data risale al 24 novembre del 1935 si legge: “Al di là delle gialle colline c’è il mare,/al di là delle nubi. Ma giornate tremende/di colline ondeggianti e crepitanti nel cielo/si frammentano prima del mare. Quassù c’è l’ulivo/con la pozza dell’acqua che non basta a specchiarsi,/e le stoppie,le stoppie, che non cessano mai”.

Il mare, la collina, la luna e poi i versi dal titolo “Lo steddazzu” che si traducono in “Stella del mattino”. E’ la poesia che segna la fine della permanenza a Brancaleone. Porta la data del gennaio del 1936. Il 15 marzo Pavese lascerà i greci di Calabria per le Langhe e le colline piemontesi. In questa poesia c’è sempre il mare, quel mare sul quale “le stelle vacillano” e il paese non è solo un immaginario ma è il custode di una cultura popolare ricca di valori che sono decodificabili come elementi etnici in una visione di tratteggio antropologico.

Certo, Pavese in quella terra vi legge il mito e i personaggi ben delineati del suo romanzo lo testimoniano in modo marcato. La donna resta fondamentale la donna – madre (Elena) e la donna – passione – selvaggio (Concia). Sono reminiscenze di una tradizione chiaramente ellenica ma Pavese è a Brancaleone che vi rintraccia questi segni. Segni indelebili. Personaggi che resteranno impresse nel tempo della memoria che si fa letteratura anche attraverso il dettato linguistico – espressivo.

Come resteranno nelle immagini della letteratura quelle “Donne appassionate”: “Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,/quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco/ogni foglia trasale, mentre emergono caute/sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma/fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota”.

La parola come mito è la parola che ha una sua etnicità perché assume una forte caratura chiaramente simbolica ma si serve di una funzione comunicativa. Perché il mito comunica sempre. Il paese, in questo caso Brancaleone, vive nel mithos e si serve di un etnos che caratterizza quella contemporaneità nella quale storia e memoria si intrecciano. Uno degli abbinamenti che Pavese trova a Brancaleone è quello della donna e dell’anfora.



L’anfora è un richiamo significativo per i rimandi che può contenere. Nelle lettere alla sorella Maria, scritte da Brancaleone, ricorre spesso l’immagine della donna che va a prendere l’acqua con l’anfora sulla testa. Un’immagine assolutamente greca. Ma anche il protagonista del romanzo ricorre spesso all’anfora: “Poteva prendere l’anfora e salire sulla strada e riempirla alla fontana fredda e roca” (così si legge ne Il carcere). Un altro codice che la cultura greca pone all’attenzione e Pavese se ne accorge immediatamente è il senso dell’ospitalità.

In una lettera ad Augusto Monti (suo docente al Liceo) si legge: “Qui i paesani mi hanno accolto molto umanamente, spiegandomi che del resto si tratta di una loro tradizione e che fanno così con tutti”. Mentre non disdegna di penetrare quella cultura popolare il cui sentimento ha anche matrici elleniche come in questo caso: “Cara Maria,/passo il tempo imparando bei proverbi popolari. Esempio: Corna di mamma/corna di canna;/corna di soro/corna d’oro;corna di mugliere/corna vere”. Si tratta di una lettera datata 19 novembre 1935. Pavese era giunto a Brancaleone agli inizi di agosto dello stesso anno.

Un altro elemento antropologico è il braciere. La cultura greca e la cultura dei popoli “Caminanti” sono un intreccio di valori sia linguistici che materiali. Prima l’anfora e ora il braciere. Quest’ultimo è uno strumento in rame il cui popolo dei Caminanti è stato il diffusore e nelle terre di Calabria questo popolo si è contaminto con altre identità etniche.

Alla sorella Maria, sempre nella lettera citata, dice: “Costretto dal freddo ho adottato il braciere. Si tratta di un guerresco bacile di rame munito di maniglie, in cui si mette cenere e, al centro, brace; poi si poggiano i piedi su un orlo di legno che corre tutt’intorno, e si passa la sera”. E poi ancora un tuffo profondo in una immensa grecità ben descritta nella lettera del 27 dicembre 1935 sempre indirizzata alla sorella. Quella parlata, quel ritmo del suono nell’inciso della parola, la cadenza costituiscono il portato di una antica tradizione. Pavese veniva indicato proprio con il suono di queste parole. “Este u’ confinatu”.

Siamo, dunque, nel di dentro di una diretta comunicazione linguistica nella quale la desinenza grecanica è ben definita. E Brancaleone non è un residuo di una grecità perduta. Anzi offre una motivazione per comprendere quel pathos che è un richiamo nel mito che si fa memoria. L’etno – letteratura resta fondamentale soprattutto in un autore come Pavese che ha scavato nel mito partendo, dopo gli studi, da una esperienza completamente personale.

Brancaleone è stata la terra del mito e della grecità oltre ad aver scontato mesi di confino. E’ Pavese che ci lascia queste straordinarie immagini: “Belle fino le donne dall’anfora in capo,/olivigna, foggiata sulla forma dei fianchi/mollemente: ciascuno pensava alle donne,/come parlano, ridono, camminano in strada./Ridevano, ciascuno. Pioveva sul mare”. Il titolo di questa poesia recita: “Parole del politico”, scritta a Brancaleone nel settembre del 1935.

L’anfora, la donna, il mare, l’acqua, la cadenza del passo, l’accento delle parole: un tracciato il cui sentire ellenico ha una visione di sogno ma è una realtà ben intagliata in un territorio che è fatto di paesi. Paesi la cui tradizione non è nel mito della grecità ma è nella grecità che si legge con delle caratteristiche che sottolineano destini mitici. Civiltà e popoli. L’etnos è dentro la cultura di una comunità. E Pavese tutto ciò lo aveva ben capito.



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giovedì 29 settembre 2016

Marciapiede centrocittà©

Di Cosimo Dino-Guida©


Marciapiede centrocittà.
Piastrelle spaccate inducono all'inciampo,
Un gruppo di ragazzi a capannello
intorno a un banchetto e cellular-covers,
altri due si scontrano.
Troppa l'attenzione richiesta
da telefonini gracidanti.
Una madre azzitta il figlioletto
propinandogli sorsate di Coca-Cola.
Un grasso nero fa il giullare saltellando,
con la mano tesa, vicino a un bancomat.

A poca distanza,
segregato da cancellate invalicabili,
un bosco di querce antiche
piange lacrime di fetida rugiada
sulle vestigia di un'antica civiltà,
dimenticata.




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Solo i cretini... (Da Controesercizii d'idillio)©

Di Mary Blindflowers©

Seiithalieno, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©


Gli anacronismi delle ontologie

passeggiano felici,

a quanto dici,

nel sempreverde prato

delle ipocrisie,

coagula la sera

nuove attese

nel cedimento sottile

delle imprese,

e quando il buio trascolora

il senso

penso

come si perda tutta l'illusione

nel canto arcano

di una morte senz'aurora.

Solo i cretini

sanno di vivere in eterno

e spacciano arte

da turiboli indecenti,

un tanto all'ora.

Itte missa est.



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mercoledì 28 settembre 2016

Cinquantadue stelle d'uranio©

Di Mary Blindflowers©



Il paese dei balocchi, tecnica mista su cartoncino rigido,
Mary Blindflowers©

Era un posto sicuro,
una terra
di incenso e di mirra,
mare, sole e ombra fugace,
ed ora cos'è, sì, dimmi cos'è mai
che giace e e e e e e
nel mondo di Quirra?
Cinquantadue stelle d'uranio,
due bombe al titanio.
Calendimaggio
non val bene il tuo viaggio,
morire quasi d'estate
impoverito teorema
di chi trema
per un lavoro sicuro.
Rientriamo adesso,
comincia a farsi
leggermente più scuro.





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Raccolti megalitici©

Di Feffo Porru©
30x60 acrilico, impregnante antitarlo ,smalti ,acidi, calce nx120, effetto bagnato per pietra.
Titolo:
Sulle gallerie d'arte ci scatarro su
Opera di Feffo Porru©


Enunci che la mia riluttanza al cessato
smorza all’improvviso un nembo di scintillio
spuntato dal porto lascivo delle mie brame?
Tu, dici che la dilatazione dello spirito è un aborto all’infelicità
che il cordone metafisico del tempo
è ascensore che precipita dalle nostre inibizioni
colorate da qualche spacciatore.
Mi ripeti che gli smaltimenti dei cimiteri
sono salutari per i raccolti megalitici di un'esistenza piena
che gli smottamenti delle convinzioni sono necessari
quando si è fermi a fissare un lago ghiacciato.

Io t’ascoltavo ostaggio della tua voce arteriosa
schiacciando come una sigaretta sul selciato il tuo " mi ami? ".

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Gli Orienti in Corrado Alvaro©

Di Pierfranco Bruni©



Gli Orienti in Corrado Alvaro (San Luca 1895 – Roma 1956). Anche nella Calabria vibrano i toni di un Oriente che è vento dal Mediterraneo, che ha saputo accogliere gli Adriatici del Mondo. La Turchia e la Grecia sono l’intreccio degli Orienti con i Mediterranei tra Occidente e, appunto, gli Orienti. Il Mediterraneo come un luogo dell’esistenza. Nella grecità mai perduta che diventa identità. Ci sono tracce indelebili che segnano la vita e il tempo in un viaggio, dentro la metafora del labirinto, che è sempre più indefinibile. Corrado Alvaro è lo scrittore del "labirinto", è lo scrittore del "mondo sommerso" e delle "memorie", è lo scrittore del viaggio. 

La Turchia visitata nel 1931, e sulla quale ha scritto pagine emblematiche (da “Viaggio in Turchia”, 1932, Treves, alle sue pagine di “Diario” o alle sue “Novelle” o agli Appunti vari), è l’Abitato in cui gli Orienti si incontrano. L’Anatolia e il mondo Ottomano. Il Cielo dei Sufi e la danza in un cerchio completamente magico. Qui Alvaro usa lo sguardo e il sentire e trasforma le immagini in immaginario, in fantasia, in maschera, in specchio. Forte della lezione pirandelliana (intervistato già su “L’Italia Letteraria”con stampa il 14 aprile del 1929) il doppio senso dello sguardo diventa il percepire ciò che è invisibile. 
Alvaro resta un punto centrale intorno al quale ruotano dimensioni della letteratura universale. Uno dei grandi scrittori che ha posto all'attenzione del nostro Novecento passato e costantemente presente il valore della tradizione: Nazione – Patria - Radici, attraverso modelli letterari e processi culturali.
La Turchia è un viaggiare tra le isole del pensiero e della fantasia all’interno di un contesto geografico vero. Un Corrado Alvaro delle opere considerate "minori" nelle quali però l'idea dell'appartenenza è stata centrale. 


Questo suo scritto sulla Turchia non è assolutamente da considerarsi minore. Si commettono spesso degli sbagli. È certamente uno degli scritti più poeticamente potenti di Alvaro. Ma è anche uno degli scritti forti sulla Turchia. Dopo questo di Alvaro, scritto da un autore italiano, c’è soltanto quello di Edmondo De Amicis (1846 – 1908) dal titolo “Costantinopoli” risalente al 1875. 
Ankara e Costantinopoli, l’Anatolia e la civiltà Ottomana di Alvaro, la Costantinopoli – Istanbul di De Amicis sono, a rileggerli oggi, un intreccio che permettono di comprendere una realtà islamica con molta attenzione e consapevolezza sia storica che antropologica. 
L'appartenenza ad una terra ma soprattutto intesa come difesa di una italianità profonda i cui codici sono innati in quelle radici fatte di norme e di significato di pensiero. Un altro testo fondamentale per capire di più il paesaggio dell'appartenenza è chiaramente “Itinerario italiano”. Un testo che risale al 1933. I radicamenti restano centrali nella sua letteratura.
Per comprendere gli Orienti Alvaro parte, comunque, attraverso delle comparazioni tra la civiltà italiana e quella Mediterranea. Tra gli Orienti e gli Occidenti. La civiltà italiana dice Alvaro è la cultura della provincia che porta dentro di sé storia e modelli etici. Una testimonianza che si fa letteratura partendo da una ricerca di interpretazioni storiche basate sui valori della italianità. L'Italia ha un suo spirito e lo manifesta come testimonianza di un destino. Una cesellatura che sarebbe piaciuta ad Alvaro. 
Alvaro scriveva: "C'è uno spirito italiano proprio nella pianura: facile ad accendersi, curioso di tutte le novità, e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia. Quando si abbandonano alla fantasia toccano il gigantesco e il capriccioso".
Riferendosi alla Turchia cesella: “Mi viene in mente che quel lungo errare non fosse che correre dietro illusioni di patria, poiché il Mediterraneo, fino alla costa d’Asia, è noto come un paese; anche i nomi di luoghi, che furono dati in Italia e in Grecia uguali, dovettero corrispondere a somiglianze di paesaggio; e chi si trova qui italiano e meridionale ritrova aspetti che li dormivano nella memoria e nella fantasia”.
Da tutto ciò Alvaro traeva considerazioni per un legame stretto tra sentimento, tradizione e testimonianza. Infatti la letteratura è una "categoria" che entra nel cerchio del sentimento sia per i valori espressivi sia per i processi esistenziali che racchiude. E per letteratura qui si vuole indicare un vasto sentiero dello scibile della cultura. Ma anche in questo caso ci sono parametri sui quali occorrerebbe riflettere con tanta pazienza e coraggio. 
Ci sono stati libri di letteratura che sono diventati testimonianza nella vita delle generazioni e hanno definito un percorso non solo letterario, ma umano. Gli uomini della Turchia si portano dentro il dolore del Sud. Alvaro è anche lo scrittore della grecità.
Identità, testimonianza, dolore. La grande tragedia di Medea di Alvaro, infatti, è un testo emblematico. Già, anche per Alvaro, sapere tanto è dolore. Perché sapere è conoscere e conoscere non è assentarsi dalla vita. 
Scrive Alvaro: “Medea mi è parsa un’antenata di tante donne che hanno subìto una persecuzione razziale, e di tante che, respinte dalla loro patria, vagano senza passaporto da nazione a nazione, popolano i campi di concentramento e i campi di profughi.
“Secondo me, scrive ancora Alvaro, ella uccide i figli per non esporli alla tragedia del vagabondaggio, della persecuzione, della fame: estingue il seme di una maldicenza sociale e di razza, li uccide in qualche modo per salvarli, in uno slancio disperato di amore materno”. 
Medea perde la nostalgia. Soltanto alla fine la riconquista ma viene ad essere percepita come metafora dell'abbandono. Su questa linea è tracciata la interpretazione di “Lunga notte di Medea” di Corrado Alvaro, che risale al 1949. Una Medea che è, comunque, consapevole che “la discendenza è tutto” e che la discendenza è il destino. Fa dire a Medea: “... non c'è più nessuno con me, se non il destino”. 
E’ una interpretazione riferita non solo a Medea ma alla dimensione del mito. E il mito non è la rappresentazione di qualcosa bensì il racconto della nostalgia. 
Il personaggio di Medea, nell’opera alvariana, nella sua fisionomia e nella sua caratteristica Mediterranea. La poesia si fa mito e il mito esplora il desiderio di nostalgia ma anche di conoscenza. 

Sulla Turchia: “Quattro e cinquemila anni di rapporti, di mescolamenti, di guerre, hanno formato nel Mediterraneo un panorama di regioni più che di nazioni, e l’uomo è chiaro, e si riconoscono i pensieri e le reazioni d’ognuno come in un vecchio libro”.

L’attualità espressa nel testo di Corrado Alvaro ha un suo senso soprattutto in un quadro di riletture del mito e del rapporto tra Occidente ed Oriente nel Mediterraneo in un confronto anche con il mondo islamico. È filtrato con la capacità non solo del letterato, ma anche del poeta che crea rivoluzionando, che rivoluziona il linguaggio creando immagini.
Medea non è la contrapposizione tra Occidente ed Oriente. Ma è il Mediterraneo che riesce ad accogliere la profonda grecità.
A tal proposito Maria Grazia Ciani riferendosi ad Alvaro scrive: “… nel dramma di Alvaro si dice, alla fine, che ‘gli innocenti periscono’ e che ‘solo gli Dei sanno chi per primo ha fatto il male’. La favola moderna, come quella antica, pone il medesimo, inquietante quesito: se, nel dispiegarsi delle vicende umane, gli innocenti sono destinati a soccombere, allora, tra il Caucaso dell’oscurità e della barbarie e l’Ellade della razionalità e della luce, da che parte si trova la giustizia? Dove, la sapienza? Dove, la civiltà?”. 
Nel mito di Medea c'è indubbiamente anche quella tragedia dello straniero che raccoglie gli elementi di una cultura in cui il senso dello sradicamento è lacerazione di identità. Lingua e identità. Storia e appartenenza. Così l’Alvaro che racconta la Turchia:
“Una vecchia legge religiosa divenuta natura fa del turco un uomo che raramente si appropria di qualche cosa per furto; ma per furberia, calcolo, sottigliezza, prontezza, sì…È soltanto di ieri nella sua lingua un neologismo che significa patria, per cui non ha mai avuto nome, mentre disponeva di almeno cento nomi per significare cane e cavallo…”.
Identità, appartenenza e consapevolezza. L'abbandono della terra natìa ci porta ad una perdita di identità che può essere riconquistabile soltanto attraverso il sentimento della nostalgia. La sconfitta di Medea è anche nella sconfitta della nostalgia. Mi pare che Alvaro in questi termini sia in sintonia con le affermazioni sul mito date da Pavese. 
Il destino e la nostalgia sono le rievocazioni del Tempo e della Memoria. Un tempo della Memoria che parte appunto dalla Medea di Euripide e viaggia dentro diverse concezioni o chiavi di lettura. Quella offerta da Alvaro vive con accanto la contemplazione del mito e quindi di un mito fattosi già racconto. Perché questo mito è la risultante dell'affermazione dell'appartenenza. 
In fondo Alvaro legge nella Medea non solo la vita e la morte ma soprattutto la riaffermazione di un codice di stile che è appunto nel valore del ritorno. Il mito della partenza e del ritorno sono elementi esistenziali presenti nell'opera di Alvaro e in Medea diventano riproposta di una identità non solo simbolica. In Alvaro la Medea è memoria. La Medea di Alvaro nell'ultima battuta così si concede. “E dovremo vivere ancora. Toccherà ancora vivere. Solo gli Dei sanno chi per primo ha fatto male”.
Alvaro riaffida tutto agli Dei. Un Occidente che rasenta gli Orienti. I termini pavesíani sono ben distinti in questo viaggio che Alvaro ha voluto compiere nella definizione del mito. In realtà il mito è il “rimpossessamento” della identità della appartenenza. Medea recita nella lunga notte e in tutto il tempo del racconto tragedia regna l'attesa. Il sentimento dell'attesa ci pone davanti al dramma. La lunga notte si accorcia per diventare però l'infinito segno di una tragedia. Una tragedia che senza il mito non conosce durata. Corrado Alvaro ridefinisce questo luogo del mito ma riconsidera il rapporto tra Medea e Giasone come il penetrare i sentieri del dolore. Nosside dirà: “Perché è giusto, alla fine, che sapere tanto comporti un dolore”.
Medea si racconta così nella sua tragedia. Una tragedia che non appartiene ad un'epoca o ad una età. E’ una tragedia che diventa metafora e attraverso la metafora il simbolo è chiarificatone di verità. Ma il simbolo è anche nell'intreccio di quel ciclo vichiano che trova il suo punto di riferimento nella tragedia greca. L’indefinibilità del labirinto ci porta a vivere nel viaggio di quella grecità che recita un Mediterraneo che continua a vivere dentro le parole e dentro la vita. L’Oriente è il segno di una Ankara inquietante, di un paese delle Mille e una notte, di un Oriente in cammino.
È quel “Vecchio Mediterraneo; ha anticipato nelle sue favole tutte le angosce della vita moderna e le più catastrofiche fantasie sulle vicende dei popoli”. 
Il mondo omerico vive di contrapposizioni. Ma anche Ulisse ed Enea sono contrapposizioni. Alvaro in Turchia: “Essi sono mobili e fluidi, curiosi di sapere di dove siate, che fate, chi avete a casa: modi di conoscersi antichi quanto le loro favole, e le stesse domande che si leggono fatte a Ulisse…”.
Il Mediterraneo immenso è l’immenso Alvaro che racconta anche quando descrive una cronaca. Raccontare è viversi. In quei luoghi ma anche nei luoghi di una Calabria che ha assorbito la grecità occidentale e il tutto il Mediterraneo degli incroci degli Orienti. 
Elias Canetti nel suo splendido “Le voci di Marrakech” scrisse: “Gli altri, la gente che ha sempre vissuto là e che non capivo, erano per me come me stesso”. 
Per Alvaro quella Turchia nel respiro dell’Anatolia che ha il suono e la danza dei Sufi, il vento della Cappadocia, gli occhi delle donne e “l’emozione che provai” (ha scritto De Amicis entrando in Costantinopoli) è una terra indimenticabile. Non c’è oblio. Ma è anche una terra indefinibile: “Mescolati d’ogni nazione, e alla fine compagni, senza volerlo si misurano le patrie” perché “difetti e virtù formano quasi una parentela che in tutto il millenario rimescolio della loro storia è rimasta egualmente viva in tutti…”. 

Così Corrado Alvaro camminando per le vie della Turchia. 

Dal mondo Ottomano – musulmano ai processi di una eredità araba. È proprio vero che “Il sud vi si è pietrificato come in un profondo strato geologico, il nord vi si libera dai geli. Qui si concretano per l’ultima volta i sogni e i gusti della civiltà mediterranea”.

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martedì 27 settembre 2016

L'estasi dell'oro©

Di Fabrizio Raccis©


Seguo le fragili linee
questa architettura annerita
dal sole,
nella gola profonda del mondo
dove giacciono le ombre piegate
dal tempo.
Ogni passo risuona a lungo
dentro il senso della disperazione,
le fumate spettrali
che la notte risalgono dalle tombe
disegnano strane danze ancestrali.
Ed io corro nel mezzo
come Eli, in preda all’estasi dell’oro
alla ricerca illusoria di un piccolo frammento
di felicità.

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lunedì 26 settembre 2016

Normale che non sono normale©



Di Mary Blindflowers©

Free, olio su carta, Mary Blindflowers©



Normale che non sono normale

se no che starei a fare seduto

ad un tavolo, da solo,

scrivere cose che vengono

da chissà dove

cercando di fare cose nuove...

Ah!

Che perdita di tempo la poesia,

che idiozia suprema,

e qui si gela,

la stufa non funziona,

altro che la poesia emoziona,

sgorga dal cuore,

la poesia...

la poesia...,

la più grande malattia

che ci sia...

ma la poesia è solo un'opinione,

povero coglione,

ti illudi d'essere poeta,

ehi!

Scopati un ministro,

dai a chi conta

il tuo braccio sinistro,

inchinati

e sarai poeta,

vincerai premi,

il Calvino,

il Camaiore...

poeta per tutti,

a tutte le ore del giorno e della notte!

Facciamo un esempio,

se io fossi te e mi fossi già inchinato

sarei poeta certificato!

E questi versi idioti

sarebbero poesia per fini spiriti beoti.

È che avendo mal di schiena,

quella non si piega

e di essere poeta

alla fine non mi frega una beata sega.

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Corde e vibrazioni (inedita)©

Di Cosimo Dino Guida©

La stella nera di Mu, Mary Blindflowers©


Se non fossi ciò che oggi sono
avrei voluto essere violinista
e musica.
Se non fossi, all'apparenza, vecchio
non dovrei scarnificare il viso dalla immagine
di vecchiezza
e pernotterei sotto la tua finestra
con un violino e una candela accesa.

Gorghi e spume tempestose si accapigliano
accompagnate da una melodia,
lamentosa,
suonata dalla mano del tempo.

Chetatevi marosi! Fermati sole!
Tacete!
Ho ancora bisogno di figure
che sappiano ancheggiare nei miei sogni
tra corde tese e vibrazioni.

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Lamento che s'intreccia©

Di Franco Piri Focardi©

Di Franco Piri Focardi©


Ora è un dolore, lamento che s'intreccia e afferra brani spersi di noi nel tempo, fare, dire per non scavare, sorridere per non affondare, nemmeno le mani nella carne, solo un attimo e potenze schizzate negli spazi di noi, di noi solo frammenti ed un abisso, una selva di giorni e di passioni, sgranate nel percorso perse come parole a costruire trame di fiabe sogni di ideali e lucidi aspetti di desideranti spazi.

Semina irriguardoso immagini di morte, sbandiera a tutti il suo dolore e ti chiama lì dentro a condividere. Altri hanno fatto, colpito a sangue e straziato le carni, con programmi di difesa. Muri di morti a chiudere le strade. Carri esplosi abbandonati. Case col ventre rovesciato. Noi a divorare cibi pregustati interrompe il flusso e d'ogni scena un giro di ritorno, confina serie dal palco erra con i fardelli suoi agli angoli del mondo. È immondo l'essere un fuoco che divampa s'accuccia e tende agguati, non è nulla ma più duro dell'acciaio!

E siede dall'alto di una torre, aspetta un segno, un balenio lontano i fremiti dell'irraggiunto accanto a sé la bestia guata le teste sue abbassate. Si offre immobile ed è reale una ripresa uguale a quello che si vede, sorveglia sé i suoi istinti, brame feroci di un passero di nido, i torbidi bollori di acidi rigurgiti dall'antro vivo e interno. Inghiotte un muco che stordisce, stralcia veli di plastiche in fusione a soffocare il breve incontro d'incoscienza. Rovescia la domanda e vede sé attraversare il sole, una lama cometa che scoppia all'improvviso e dondola sul prato socchiudendo gli occhi.

Memorie senza tempo un colle ombroso, l'acqua che sgorga tra le rocce un rivolo nei muschi dove giocare ruoli come i grandi, piante di quercia tormentate, scuri e dritti cipressi nel silenzio, un vetro si frappone, ha colto un fiore e sorridendo lo infila tra i capelli, guarda se guardo mi allunga la mano e poi svanisce, resta il foglio scritto e i movimenti sull'acqua che rimpozza e lei non vista si abbassa le mutande si accoccola e piscia soddisfatta agitando di onde e spruzzi la calma superficie del laghetto.

Rispecchia un tempo di strade a ragnatela costruite e ridisegna il picchio un orlo di punti dentro incisi. Entra sorretto da una coppia e dice le parole, cadono a pezzi rozzi sugli ori da sempre ambiti e messi in mostra, chi se non gli adoratori danno forza a colui che di un palmo s'innalza, prodighi di servigi ad affermare un potere d'intrighi e di bassezze. Coprirsi il capo di cristalli a dir purezza e perfezione, mentre la carne marcia e tira e squassa, la perdita di sé nel buio di notti rovinose, ai sogni, al sangue che fiume in piena lo travolge, dentro le nari e nella bocca e negli orecchi a premere, negli occhi aggrumato ed al massacro vira di croste e rotola fra i pezzi sparsi sul suo letto. È un urlo soffocato, pietre sudate, e strappa al sogno le sue membra. Da solo la sua mano afferra e tocca le lenzuola bianche di seta e ricamate d'oro.
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domenica 25 settembre 2016

L'estinzione dell'atomo pensante, Nettarget edizioni©


Cosimo Dino Guida- Mary Blindflowers©

Foto Mary Blindflowers©




La morte fa paura, il pensiero che il nostro corpo fisico possa un giorno essere roso dal verme o consumato dal fuoco, chiuso dentro un vestito di legno, nell’umido della terra, la decomposizione stessa, l’odore nauseabondo che ne deriverebbe, appare insostenibile, inaccettabile, un pensiero spina da chiudere in un angolo nascosto del cervello, un angolo buio come un ripostiglio dove non si entra mai. Quel corpo nutrito, vezzeggiato, curato e lisciato in vita, dopo l’estrema dipartita è sfatto, e non c’è bellezza, non c’è forza, né labbra, né muscoli, né occhi di carne e sangue che possano sfuggire a questa legge. Dura lex sed semper lex. Ad uno sguardo superficiale tale legge naturale è gravida di crudeltà, invece una riflessione più profonda sull’essere e lo spazio porta ad opposte conclusioni. La morte è generosa.
Materialmente sì, essa ha infatti come naturale ed ineluttabile conseguenza la liberazione di uno spazio fisico. Il morto crea un vuoto materiale. Tale vuoto verrà occupato da un altro che poi a sua volta morirà creando lo spazio necessario alla vita, mors tua vita mea. Il vuoto vissuto come concetto spaventoso è in realtà l’ingresso alla vita, che è la sorella “cattiva” della morte, egoista, sgomitante, guerriera, superficiale.
L'estinzione degli atomi pensanti, dialogo filosofico sulla morte, affronta un tema spinoso con consapevolezza, opponendo sul tema due punti di vista diametralmente opposti per arrivare ad una conclusione non definitiva. Compito della commedia è infatti quello di instillare un dubbio, non di offrire soluzioni.


Foto e tavola di copertina di Mary Blindflowers©

Dal testo:

Fiammiferaia 

Ho iniziato tempo fa un trattato sul movimento generoso della morte in cui ho sviluppato una mia filosofia del “dopo” che è tutt'altro che negativa. 

Editore 

Un trattato? Filosofia della morte? Questa è bella! Fammi sentire... La mia filosofia della morte è solamente gioia. 

Fiammiferaia 

Se la morte non esistesse il mondo sarebbe fin troppo affollato e i pedanti, i qualunquisti, i politici corrotti, i fanatici, gli assassini, gli invidiosi, i biliosi, i golosi, i plagiari e traditori di ogni specie e chi più ne ha più ne metta, non morirebbero mai!
Nemmeno a me che sono già nessuno toccherebbe mai la gioia di morire.
Davvero, mi creda, non sarebbe una prospettiva allettante...

Foto Mary Blindflowers©




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venerdì 23 settembre 2016

Quel che resta dell'arte tra critica e like©

Di Mary Blindflowers©

L'amante ritrosa,  90 x 90 olio su tela, Mary Blindflowers©



L'immagine è un potente mezzo di comunicazione, talmente potente da indurre ad acquistare un oggetto, dirigere le preferenze sessuali, stabilire mode, contromode, esaltazioni e depressioni.
Usare l'immagine significa cercare di stabilire un rapporto con chi ci segue o ci ascolta, indurlo a riflettere, in teoria... molto in teoria... In realtà l'immagine spesso viene utilizzata e manipolata per creare una schiera di non riflessivi. 
Avete presente i topolini da laboratorio? 
Ecco, stimolo-risposta, cibo-stimolo-positivo, sostanza-non-commestibile-stimolo-negativo, rosso-cibo, rosso-positivo, giallo-non cibo, giallo-negativo. 
Provate a spostare il cibo accanto al colore giallo percepito prima come negativo. Il topo si sentirà disorientato, il tempo di reazione e di realizzazione degli individui misurerà la loro intelligenza. Molti topi continueranno a più riprese a dirigersi sul rosso perché così gli è stato insegnato da sempre, rosso-cibo e non si capacitano di come le situazioni possano cambiare.
Tutti gli individui che si adeguano al cambiamento in natura sono definiti "animali intelligenti" o "adattabili", gli altri, insomma, gli altri continuano ad essere schiavi del super-ego originario. Hanno l'imprinting come le papere.
La flessibilità del cervello, l'idea che niente possa rimanere immutabile ed immutato accompagna da secoli l'intelligenza umana e animale. Non a caso le religioni si basano sul dio fisso e le ossessioni sul famoso chiodo, che sempre fisso è.

Scalziamo gli dei dai loro scranni, e leviamo i chiodi dai muri delle nostre teste!

Facile a dirsi, più difficile l'attuazione pratica.

Prendete ad esempio un social qualsiasi, postate un vostro dipinto e metteteci dei caratteri simili a quelli di un dipinto noto, rielaborandoli creativamente, potete farlo anche con una poesia, è lo stesso. I like ci saranno, ma quei like non piovono in virtù della vostra elaborazione creativa, no, non vi illudete, ingenui! I like piovono perché gli spettatori come i topi che riconoscono il colore rosso, riconoscono il tratto simile a qualcosa che già è stato catalogato come buono, positivo ed artistico.
Postate invece un vostro dipinto senza alcun tratto simile a un'opera già nota e collaudata, i like diminuiranno sensibilmente perché sono pochi i topi che capiscono che anche il giallo può portare cibo, gli altri rimarranno come storditi, intontiti, disorientati. Così nasce il bisogno suggestivo della critica. 
Il critico è di solito un tipo importante di origine borghese, o comunque ricco di nascita, che non sa nemmeno prendere il pennello in mano o scrivere e proprio per questo discetta con molta proprietà di linguaggio sull'arte e le capacità altrui. Siccome è uno che scrive sui giornali, il suo parere soggettivo e opinabile, come tutte le cose di questo mondo, conta, e i galleristi pendono dalle sue labbra. Se il critico decide, per una serie di circostanze che spesso hanno poco a che fare con l'arte, che un groviglio di fili attaccati ad una tela è artistico, quel groviglio di fili che prima disorientava i nostri bravi topolini, ora diventa un elemento certificato, familiare, accertato. Il critico dice che quello non è un groviglio di fili ma un simbolo di metafisica perfezione sublunare e i topi si sentiranno immediatamente rassicurati, felici, confortati, perché ogni cosa deve avere il marchio del cosiddetto "esperto" per essere percepita come positiva e soprattutto "familiare", "riconoscibile". Che poi l'esperto tal dei tali, abbia anche altri interessi per dire che quel groviglio di fili sia pura e sublime arte, ai topi non interessa per niente, è troppo complicato da indagare, oltretutto non è loro compito smontare i meccanismi.

Le cose nuove non interessano senza stigmate e riconoscimenti, perché il cervello dei più vive di déjà-vu da ipnosi collettiva, abituarlo alla novità senza essere nessuno, senza avere un certificato di qualcuno, è una pretesa che rasenta, oggi come oggi, l'assurdo, ossia il maggior denso significativo che esista e che chiunque possa e debba augurarsi, laddove "chiunque", purtroppo, in questo caso, è riferito ad uno sparuto numero di coraggiosi.
Ma torniamo all'arte "sicura".
Una volta ottenuto il certificato di "arte certa" e chiaramente identificabile dalla massa dei topolini, se postate un dipinto con un groviglio di fili simile a quello lodato dal critico nel quadro del famoso artista X, pioveranno i like, ma quei like, ricordatevelo, non sono per voi, sono per la certificazione del groviglio, voi non c'entrate niente, del vostro quadro, i topi hanno riconosciuto solo il groviglio, il resto non conta, stanno mettendo i like all'unico elemento del dipinto che gli ricorda il pittore certificato dal critico, voi non contate niente e se farete qualcosa di nuovo, nessuno vi considererà più di tanto, perché voi non avete la certificazione di un critico, non siete artisti, siete imbrattatele e tali rimarrete nei secoli dei secoli, a meno che non conosciate un critico...
50% timbri, 50% business, quel che resta è arte purissima.





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