sabato 9 luglio 2016

Victor Jara, cantare l'orrore©

Di Libri Libretti©




“Com’è difficile cantare / quando devo cantare l’orrore. / L’orrore che sto vivendo / l’orrore di cui sto morendo”.

Victor Jara, (28 settembre 1932 – 16 settembre 1973)


Il tempo può cancellare dolori o magagne, ma non può distruggere un libro. Un libro alimenta la memoria, torni indietro, vedi piazze piene, teste grigie, occhi stralunati, vedi Isaac, Henry, Francisco, Pablo, ti soffermi e attendi gli altri, vanno più piano, sono lenti, ma arrivano. Ti ricordi delle bandiere che sventolavano nonostante non ci fosse vento, i primi baci, le carezze rubate, le collezioni di farfalle e poi costole di altri libri, ne prendi uno e si apre un altro scenario, dietro le quinte un trambusto, il cambio dei vestiti è saltato, togli la luce, una fiammella minuscola brilla lontano, allora intravedi la faccia triste di Matteo, quella corrugata di Ernesto, la paciosa di Nevio. Sei stanco gli occhi ti si socchiudono, la luce è fioca credi di non scorgere più nessuno, invece, a lato, gettato come un sacco della nettezza, vedi una faccia dilaniata, sfigurata, sangue nero e raggrumato, labbra tumefatte e naso schiacciato, ma è Victor. Accendi, accendi le luci, non mi interessa se sei nudo anche Victor lo è, gli hanno tolto i vestiti per torturarlo. Accendi, accendi le luci …
Perché, perché ….? Victor Jara era la voce rimbombante del Cile, era più che un poeta, un musicista, un cantante era il simbolo degli oppressi, la voce degli ultimi, cantore delle sopraffazioni e ingiustizie negli anni della terribile dittatura cilena. Un poeta dei poveri, la parola degli umili, le lacrime dei campesinos. Nel 1973 era già famoso, aveva influenzato decine di cantautori in tutto il mondo, era professore alla scuola universitaria d’arte drammatica di Santiago, ma soprattutto era una spina nel fianco del potere, i conservatori lo detestavano, sapevano che era ben armato, aveva armi e attrezzature antiche, ma taglienti come una scimitarra e lasciavano più il segno del mitra. Lo temevano, avevano paura delle sue parole, parole contagiose, che risvegliavano i contadini, la povera gente e per questo lo avevano aggredito davanti alla facoltà, in mezzo di strada come monito a tutti. Non erano questi i mezzi per fermare una voce libera, la sua parola era sfuggente, segnava i muri, incideva i cuori ed apriva le anime, era vento, polvere finissima si depositava ovunque. Era la non violenza in persona, la lampadina che si accendeva ad ogni sopruso, denunciava la casta e si batteva per una società più equa. Quando Pinochet fece il colpo di stato, era anche quello l’11 settembre, ma si ricorda di meno. Certo era il 1973 forse ce lo siamo già dimenticato.



NO!

Non ci possiamo dimenticare il bombardamento del palazzo dove risiedeva Allende, ma ancora meno ci possiamo dimenticare le migliaia di vittime uccise nel nome del dio denaro. Le forze più potenti, compresa la chiesa, si opposero alle riforme in favore del popolo. Tutto doveva scomparire nel nulla, sotterrato come il gatto fa con gli escrementi e una delle prime persone che prelevarono fu proprio Victor, la voce del Cile che poteva informare il popolo. Victor fu preso durante un rastrellamento delle forze golpiste, portato nel campo sportivo di Santiago e massacrato. Il campo divenne il macello del dittatore dove migliaia di giovani furono prima torturati e poi uccisi. Anche Victor fu torturato e ucciso a colpi di mitraglietta, fu trovato con i polsi spezzati. Prima di morire riuscì ad intonare “Il canto di libertà” di Sergio Ortega.


Accendi, accendi le luci …


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