sabato 23 luglio 2016

Recensione di Monica e Monique di Carla Paolini©




A volte capita che il titolo di un libro porti fuori strada.

In questo caso il logogramma & commerciale, che unisce i due nomi poteva far supporre che si trattasse di una sola persona alterata dalla sindrome di un doppio sè. E subito saremmo indotti ad agganciarci a Freud e ai suoi studi sullo sdoppiamento di personalità. Niente di tutto ciò, l’abbiamo scampata! 

I personaggi sono due, e non potrebbero essere più chiaramente differenziati, addirittura apparentemente antitetici 

Monique: che esercita da tempo il più antico mestiere del mondo, è una signora che ha raggiunto l’agiatezza grazie alla sua redditizia attività, ospita nella sua casa una ragazzina sprovveduta e indigente, dopo averla raccattata per strada, e la costringe a farle da serva.
Già al primo atto, nella spaziosa mansarda dove abitano le due ragazze, i personaggi sono tutti presenti, oltre a loro due , in visita, il padrone di casa: un vecchio prete spretato avido e sporcaccione che insidia qualsiasi donna gli capiti a tiro e la sua convivente che non gli è da meno per volgarità.
Non è una visita di cortesia. Il vecchio satiro progetta di trasformare la mansarda in un bordello coinvolgendo nell’attività anche la ragazzina, e nel caso in cui la soluzione non venisse accettata si profila per le due abitanti, lo sfratto. Una proposta indecente che è accolta dapprima con indignazione poi… con uno stratagemma intelligente, il satiro verrà inguaiato dalla sua stessa fregola. 
Siamo alla fine della vicenda che si conclude con un geniale, imprevedibile colpo di teatro. La ragazzina Monica in una sorta di stream of consciousness, valuta le convenienze che vengono offerte dall’esercizio della prostituzione: autonomia economica e soprattutto la positività sociale che da essa deriva, quanto basta per deciderla a optare per una ridefinizione della propria identità. 
Tutti i fatti ci vengono proposti con dialoghi vivaci scoppiettanti, in un un linguaggio essenziale e comunicativo. E la conclusione pare addirittura capovolgere l’assunto che aveva dato il via alla narrazione: i due personaggi erano ben differenziati Luce & Ombra. Ma forse ora l’autore vuole portarci a considerare l’animo umano come un groviglio inestricabile di momenti alterni e indistinguibili che ci inducono a concludere con Parmenide : “Poiché tutte le cose sono state chiamate luce e notte, ed esse esistono secondo le loro qualità in ogni cosa, tutto è pieno a un tempo di luce e di notte invisibile, uguali tra loro, poiché nulla è tra esse che le distingua.”




Carla Paolini 

Cremona 22 luglio 2016



Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


Nessun commento:

Posta un commento

Inserisci commento