sabato 2 luglio 2016

La merla bianca©

Di Luca Leoni©



Sporgendosi, dalla sua finestra rivolta ad occidente riesce a vedere il mare, titolo di coda del vicolo scavato sotto il suo terzo piano. Ogni mattina fa capolino in quella feritoia tra serranda e davanzale, soldato dietro la porta carraia di una polveriera. La dirimpettaia, al primo piano, deve alzare la testa, per vederla; e ridere, con una mimica da ragazzina ed il viso impastato più d’insonnia che di riposo. Lei no. Non sa ridere, e tiene in silenzio il cane, che dorme con lei da vent’anni fa, quando restò vedova.

La merla bianca è la memoria vivente del vicolo e delle viuzze adiacenti. Guarda le due saracinesche chiuse dei posti auto e riesce a vederla ancora, la falegnameria polverosa di segatura e speziata di resina d’abete e cedro, con l’olezzo pungente di colle e luccicante di lame, affilate dal ripetuto lavoro.

Il falegname giace nell’enorme tomba addossata al muro di settentrione del camposanto, quasi all’angolo con quello orientale. Lui sì che sapeva ridere, prima che la moglie uscisse di senno. Lo ricordo sudato e stremato, irrigidito sulle sua stampella, sospingere la consorte impazzita fino a casa, dove lei poteva tornare bambina e lui stendersi a riposare le sue ossa.

La merla bianca scende una volta a settimana, dalla sua torre. La spaventano i cinquantanove gradini, ripidi e uno diverso dall’altro. Li deve ricordare uno ad uno e reggersi saldamente alla ringhiera, altrimenti potrebbe mettere un piede in fallo e rompersi l’osso del collo.

Doveva essere una bella ragazza, in gioventù, anche se burbera.


Le sue gambe d’airone sono grissini di gesso, che sostengono una Nike di Samotracia dalle ali segate.

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