venerdì 17 giugno 2016

La mafia del flash mob©

Di Alessandro Dell'Aira©





La mattina di oggi venerdì 17 giugno alla radio il ministro degli interni Angelino Alfano ha dichiarato senza giri di parole che sono stati quattrocento focolai contemporanei a causare gli incendi disastrosi di giovedì 16 in Sicilia. C’è chi ne conta anche settecento. Più o meno alla stessa ora, su un altro canale radiofonico, un’autorità preposta alle indagini, a un giornalista che chiedeva se c’era un legame tra gli incendi e la mafia, ha risposto che non è corretto parlare di mafia ogni volta che in Sicilia si verificano crimini del genere.

C’è stata un’epoca, nella storia dell’informazione italiana, in cui benpensanti e uomini delle istituzioni usavano la dizione “criminalità organizzata” al posto di “mafia”. Oggi che il termine è stato sdoganato siamo arrivati al punto da negare l’identificazione tra criminalità organizzata e mafia, anche quando il fenomeno assume proporzioni gigantesche, con danni altrettanto giganteschi. 

Si tenga conto che il 16 giugno in Sicilia è “the day after” la sospensione della licenza di bruciare stoppie e sterpaglie residue dopo la pulizia dei campi come misura preventiva contro gli incendi e l’autocombustione. Con quindici taciti giorni di benevola deroga sul 31 maggio, termine imposto dalla legge regionale. Fatalità? No. Avviso mafioso. Come a dire: lo abbiamo fatto apposta e non potete dimostrarlo. Oppure: questi contadini sono sbadati e siccome arrivano sempre all’ultimo momento, la sera del 15 sono andati a letto lasciando i fuochi spenti con le braci accese.

Si tenga conto anche del malcontento generato dal mancato rispetto della parola data dai politici impegnati nelle manovre preelettorali atte a procurare voti con la promessa di assunzione dopo le elezioni, con un silenzio sonnolento – il sonno della Regione genera mostri – da interpretare, a scelta, come silenzio-assenso, silenzio-rigetto e silenzio-non-ci-penso. Quando i nodi vengono al pettine, se la promessa non è mantenuta si scatena l’inferno. Ma come si prepara la vendetta? Con i pizzini di Totò Riina e Tano Badalamenti? No. Questa è paccottiglia da P 38 – ultima release della P 2 – o di Piovra 33. Il riferimento numerale non è casuale. 

La mafia si tiene aggiornata. Per ragioni di copione ha sempre bisogno di pizzini d’ordinanza stilati mentre si preparano le ricotte negli antichi casolari o nelle celle di isolamento altrettanto antiche ma un po’ meno romantiche. Ma non si può restare al palo. La mafia digitale ha scoperto il flash mob? Chi lo sa. Una password e quattrocento-settecento basic users fanno fuoco, nel senso più ancestrale e preistorico del termine. Anni fa è già successo, con modalità più artigianali. La replica si è avuta ieri. Lo scirocco violento ha fatto il resto, ma era atteso: lo sapevano tutti, queste previsioni oggi arrivano anche con due settimane di anticipo. 

Chi è stato? Una banda di eversivi? Una corporazione? Chi ci guadagna? Di riflesso, le banche certamente. La ricostruzione ha bisogno di mutui ed è sempre un affare per usurai e affaristi. Il giorno dopo questo momento tragico, in cui centinaia di famiglie siciliane hanno perso la casa acquistata con soldi sudati o costruita a fatica nell’arco di più generazioni, sembra che la cosa interessi poco alla stampa nazionale. Il pallottaggio tra Italia e Svezia è più importante. E anche i ballottaggi di domenica 19. In qualsiasi regione di questo Stivale in ostaggio, grandi isole incluse, chi parla a se stesso in silenzio, nel suo proprio dialetto natale o acquisito, o ragiona ad alta voce anche solo un po’ su questi duelli titanici tra mafia digitale e mercanti di voti e di delibere, ne ha le palle e le balle piene. 


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