martedì 14 giugno 2016

Il Durante eterno di Davide Sapienza©


Di Fabrizio Raccis©



“Noi proseguiamo / ignorando le deviazioni / che sono solo strada / di qualcuno / che non siamo noi / la strada che ci pare / senza direzione / quello, siamo noi”. 


Poesia semplice, a tratti riassuntiva, che segue un filo quasi naïf,
 la passione per la terra e la natura. Molti degli scorci descritti in queste poesie riguardano l’ambiente naturale, la ricerca di una pace interiore. Ma i temi s’intrecciano, natura, vita, morte. Il ciclo della terra e dei suoi elementi.

Per la collana Zoom Poesia di Feltrinelli, oggi prenderemo in considerazione l’opera di Davide Sapienza, Il durante eterno delle cose, decimo titolo per lo scrittore e giornalista italiano.

Mi sorprende vedere come sempre più scrittori e giornalisti si avvicinino alla poesia, chi in maniera timida e rispettosa, chi forse in modo ordinario, rischiando di cadere nell’ovvio e nella banalità di frasi o concetti fin troppo abusati. Ma questo è il bello della scrittura, il mettersi in gioco e l’esporsi inevitabilmente agli occhi attenti dei lettori, dei critici, di coloro che raccolgono il frutto dell’intelletto del poeta, o dello scrittore e vanno a fondo tra le righe, parola per parola, sviscerando dallo stomaco dell’opera ogni concetto per farlo proprio.

Non giudico lo scrittore Davide Sapienza, non il poeta, giudico soltanto la sua poesia con l’occhio di un lettore rigido.

Ne Il durante eterno delle cose molti dei componimenti vanno dai due ai tre, fino ai dodici e più versi. Non c’è uno stile chiaro nella tecnica della versificazione, quelli più brevi hanno l’arroganza di fare il verso alla sintesi poetica, ma ahimè, per qualcuno abituato alla sintesi ungarettiana, il risultato è abbastanza imbarazzante: “La luce arriva / con le onde”; componimento di due versi, che lascia alcuni interrogativi. E ancora: “Il male si veste / il bene è nudo”, altro componimento di due unici versi, dove il pensiero è abbastanza credibile, ma il contenuto?

Un tempo le differenze tra prosa e poesia non erano soltanto di forma, ma soprattutto di contenuti, schemi e moduli obbligati, costruiti secondo versi regolari raggruppati in determinate strofe. Era la disciplina dei poeti italiani a emergere tra le parole, il sentimento profondo per la letteratura e la fonte di vita nei confronti del tempio sacro della poesia, una volta i poeti erano timidi sacerdoti che congetturavano per giorni, mesi, alla ricerca del verso “perfetto” e oggi, cosa sono?

Sinceramente mi delude leggere contenuti mediocri nella poesia contemporanea, anche quando sopra l’opera ci sono i marchi delle migliori case editrici, che hanno dato una svolta alla letteratura in Italia con i libri di grandi autori che sono rimasti eterni nel tempo, come Carducci, Foscolo, Monti o Giusti. Oggi la poesia è molto sottovalutata, forse perché presa alla leggera da chi si affaccia a questa disciplina per la prima volta? O per abitudine di molti editori nel pubblicare un “nome” e non l’opera in sé? Chissà!


L’erba è la coperta del lungo granito

L’acqua è infinito indifferente e

non ha un luogo

La luce trascorre le giornate in libertà

i luoghi sono nuovi […]


Non lo so, forse è l’ostinata ricerca di una descrizione troppo “positivista” a non convincermi nella poesia di Davide Sapienza, un filo melenso messo in risalto dall’assenza di una certa crudezza e malizia nei confronti del mondo o della natura stessa. Non c’è nessuna cattiveria tra questi versi. Questo è il punto debole della raccolta. Per fortuna, nonostante tutto, certe espressioni come quella sopra citata, riescono a incantare e ad accendere quella scintilla che tutti ci aspettiamo di assaporare avvicinandoci a una nuova raccolta poetica. Un fuoco rapido che si accende in un’altalena di scritti troppo diversi tra loro, diversi anni luce:


Per te

Aria

Per te

Cielo

Per te

Fiume

Per te

Legno

Umido silenzio

grasso di bosco

che freme sotto

la pioggia.


Qui ad esempio c’è una ripetizione abbastanza infantile, musicale sì, a discapito dei contenuti e delle emozioni che un verso deve infondere al lettore. Sembra che l’autore abbia voluto giocare con le parole, dando un senso d’inconsistenza a molti dei componimenti. Ma nel finale di questi versi il poeta si estranea, diviene fibra, non considerando più la condizione umana, mettendo in risalto elementi naturali in una crisi interiore, o verso una fuga a valori primordiali.

Uno degli spunti più interessanti l’ho trovato sicuramente tra i versi che citano la luce, la brezza, dove viene fuori una certa caparbietà e il carattere che a parer mio deve emergere in uno scrittore di razza:


Lottare con il vento

avvinghiati alla terra,

l’abisso della vita

Lascia il buio & la paura

spalanca gli occhi,

la luce è una brezza

Parla con l’eterno


Le occasioni sviluppano la tematica, e qui la composizione prende una direzione molto più stabile degli altri versi. La rappresentazione degli elementi naturali intrecciati alle sensazioni umane, come la “paura”, innescano un meccanismo quasi perfetto.

Credo che la giusta rotta, la strada maestra da seguire non possa essere nient’altro che questa.


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