martedì 3 maggio 2016

Mantidi e camaleonti, come sperare di vivere felici©



Di Alessandro Dell'Aira©



DA ESOPO A FEDRO, da Basile a Voltaire, da La Fontaine a Orwell, gli animali hanno offerto nei secoli agli scrittori un ricco repertorio di stereotipi sui vezzi, i vizi, i voleri e i valori degli individui, dei gruppi e dei popoli. Gli stereotipi sono comodi e a volte indispensabili per aprire un discorso o un ragionamento. A volte però ne abusiamo. Dire che non se ne può fare a meno sarebbe troppo, vorrebbe dire rinunciare alle favole. E’ vero però che se abusiamo degli animali umanizzati facciamo un torto agli umani e alle bestie. Il somaro non è testardo, il pinguino non è senza cuore, il delfino non è generoso, il pavone non è vanitoso, il verme non è spregevole, la mantide non è femminista, il camaleonte non è opportunista. Il peggio del peggio succede quando si abbinano gli animali e si inventano favole a tesi, con intrecci che portano a una conclusione sottile: la morale. La morale della favola è spesso ovvia, a volte paradossale. E’ l’ultima frase della favola, inventata da chi vuole l’ultima parola su una questione antica. La morale della favola non è mai assoluta perché rispecchia luoghi, tempi, modi e ragioni del narratore. Per capire la morale occorre sapere chi ha inventato la favola. Peccato davvero, perché la favola che stiamo per raccontare non sappiamo chi l’abbia inventata. Ci sembra di ricordare che sia una delle mille favole degli zingari, che vanno per il mondo e raccolgono le favole degli altri come erbe curative. Questa favola è la storia d’amore tra un camaleonte e una mantide. La morale non appare, nel senso che la storia prosegue e non finisce. In ogni caso, la favola è questa. Un giorno qualsiasi di un anno qualunque, una mantide femmina si fermò in un prato d’erba alta, a riposare. Lì vicino, su un rametto caduto da un albero, c’era un camaleonte maschio camuffato da foglia secca. Il sole era alto nel cielo e non tirava vento. La mantide, forse perché il camaleonte era raffreddato, intuì di non essere sola e decise di fare un approccio. “Ehi tu”, disse rivolta al titolare del respiro, “sei un maschio o una femmina?” “Maschio”, rispose il camaleonte, senza muoversi e senza cambiare colore. Era a caccia di insetti, ma non aveva molta fame e quell’insetto era troppo grosso. La mantide decise di insistere. “Mi faresti compagnia? Mi sento sola…”. Il camaleonte, che la vedeva e sapeva che insetto era, rispose: “Chissà…”, immobile come una foglia accartocciata in un giorno senza vento. “Sei una mantide maschio, per caso?”, si informò lei, eccitata. Non distingueva il camaleonte, ma la speranza è cieca. “Non sono una mantide”, rispose lui, un po’ secco. E aggiunse: “Sei bella, hai le zampe lunghe. Chi sei?”. “Sono una mantide femmina. E tu?”. SP – 050413-1 Il camaleonte tremò, la mantide se ne accorse. “Non ti vedo, ma già ti amo”, disse alla cieca, rivolta alla foglia secca, e fece un saltino nella direzione giusta. Il camaleonte si colorò di verde chiaro, come l’erba del prato. Rinunciare al camuffamento fu un gesto d’amore per lei, ma non aveva molta fame. La mantide vide la foglia secca che diventava verde e capì che non era una foglia. “Sei brutto ma ti amo”, disse a quell’animale che ancora non distingueva. Forse, pensò, è davvero una mantide maschio. Dichiararsi per prima le costò, sebbene non avesse molta fame. “L’amore è cieco”, aggiunse. “Non dire bugie, hai visto bene che non sono una foglia secca”, rispose il camaleonte, e fece per abbracciarla. La mantide accettò l’abbraccio e iniziò a mordere quella foglia animata, sperando che fosse una mantide maschio. Lui lasciò fare, aveva la pelle dura e sperava che gli venisse fame. I due finirono per amarsi, o per credere di amarsi, e si amano ancora, trattenendo la fame, la mantide sperando di convertire il camaleonte, il camaleonte sperando di convertire la mantide. Chissà come finirà. La mantide è religiosa, il camaleonte è filosofo, Tutti e due, alla loro maniera, amano gli altri per ragioni diverse, personali, culturali e insindacabili, e sperano di convertirli prima o poi. Mi sono improvvisamente ricordato chi mi ha raccontato la favola. E’ stato il mio inconscio, nel sogno. Ho fatto questo sogno in aereo, tra l’Italia e il Brasile. Ho dormito come un ghiro perché la luce di cortesia era guasta, altrimenti avrei letto per tutto il viaggio. Leggere, a volte, fa male. Sognare, fa sempre bene. Si può anche sognare di convertire gli altri, in cibo, in oggetti del nostro desiderio, in uomini e donne migliori. Desiderare è umano. L’importante è saper rinunciare a convertire gli altri senza soffrire troppo. L’importante non è convertire. L’importante è vivere tendendo alla felicità, e vivere in pace.

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