martedì 26 aprile 2016

No alla chiusura del Teatro La Comunità©

All’Assessorato alla Cultura,
Al  III° e al IV° Dipartimento.
In risposta alla raccomandata (prot. 10905).


Quando nel 1972 entrai negli spazi del sottoscala sito in via Giggi Zanazzo 1, allora di proprietà della Cassa Mutua della Zecca di Stato che lì aveva ricavato un deposito della carta, avevo 26 anni e davanti a me una lunga carriera teatrale, contraddistinta da tanti successi. Ora ho 70 anni e il teatro La Comunità, dopo 44 anni ancora esiste, perché l’ho sognato, pensato e allestito io, con grandi sacrifici della mia famiglia e miei personali. Di un locale sotterraneo  disadorno, senza luce e umido, ho fatto un vero e proprio teatro,  con un palcoscenico, dei camerini, una platea, un piccolo ufficio, prima c’erano solo i topi e ora ci sono tanti giovani con la voglia di fare teatro. Il successo è stato immediato e contemporaneamente ho lavorato sui palcoscenici italiani e stranieri più importanti, invitato nei festival più prestigiosi, anche internazionali, gli spettacoli del Teatro La Comunità hanno girato il mondo e sono stati dei grandi successi, ed erano e sono uno dei cardini della nuova ricerca teatrale, più nota come “Scuola Romana”, una vera fucina di talenti che aveva reso l’Italia una delle nazioni più importanti nel campo teatrale. Tra i miei spettatori, divenuti soci, in quanto non essendoci l’agibilità dello spazio per la mancanza dei requisiti necessari, per entrare alla Comunità bisognava e bisogna tesserarsi, c’erano e ci sono le firme dei grandi nomi che hanno assistito agli spettacoli da me firmati. Si pensi che nel 1978 la polizia ci denunciò per attività illecita in quanto, secondo loro, noi non potevamo tesserare le persone se non 15 gg. dopo la loro richiesta di tesseramento, questo ci avrebbe portati allo sfacelo e così, grazie all’intraprendenza dell’assessore alla cultura di allora, Renato Nicolini e all’avvocato messo a disposizione dal partito radicale, Tina Lagostena Bassi, si organizzò una specie di petizione popolare che all’atto del processo penale contro di me, direttore dell’ Associazione Teatro La Comunità, produsse le testimonianze a nostro favore dei suoi soci, che erano: Eduardo De Filippo, Federico Fellini, Mario Monicelli, Alberto Moravia, Vittorio Gassman, Alberto Lionello, Maurice Bejart, Giulietta Masina, Aroldo Tieri, Giuliana Lojodice, Romolo Valli, Giorgio De Lullo, Paolo Stoppa, Lilla Brignone, Mariangela Melato e decine e decine di nomi di tutta la cultura italiana. Nei loro scritti essi ricordavano il valore e l’importanza del Teatro La Comunità, di questo spazio anomalo e fondamentale, perché testimone della libertà dell’ispirazione teatrale non soggetta a vincoli di cassetta. Quando chiesi a Eduardo di scrivere la lettera da leggere in tribunale, esordì col dire “so cos’ e pazze”. Vincemmo la causa e La Comunità si salvò e per oltre venticinque anni lavorammo alacremente anche se i tempi erano cambiati: i teatri/cantina non andavano più di moda. Lo stesso ho continuato la mia attività a via Zanazzo 1, nella cantina trasformata in teatro, e dopo 44 anni il teatro La Comunità esiste ancora ed è l’unico rimasto di quella fantastica stagione dove si contavano più di 60 teatri/cantina, di quei Teatri di allora nessuno è sopravvissuto, inoltre non c’è a Roma un teatro che abbia conservato per 44 anni la stessa direzione artistica, segno di una perseveranza e  una coerenza degne di nota. Ma dovevo affrontare ugualmente i problemi della sopravvivenza dello spazio, che nel frattempo avevo comprato, ma che le alterne fortune dovute alla mia attività artistica lo avevano messo in pasto alle banche: rischiavo di perdere quello che ormai era diventato il simbolo di un momento teatrale e l’esempio di una continuità ricca di proposte di spettacoli di grande valore per cui presi anche diversi premi. Non sapendo come fare incontrai l’allora assessore alla cultura Gianni Borgna (2005/2006) durante l’amministrazione di Walter Veltroni, gli esposi il mio caso e lui capì subito chiedendomi dei giorni per trovare una soluzione. Ricordo che proprio nel 2001 lo stesso Borgna, diede l’egida del Comune di Roma ad uno spettacolo intitolato “Favole di Oscar Wilde” che ebbe un grande successo, e fu premiato come migliore spettacolo d’innovazione dell’anno e interamente ripreso e trasmesso da Rai 2 per il programma “Palcoscenico”. Dopo varii tentativi ecco che all’assessore venne l’idea dell’acquisto da parte del comune dello spazio di via Zanazzo, e non solo di quello ma anche di altri spazi che avevano la stessa caratteristica: rilevante importanza artistica per la città di Roma, con quell’atto si sanciva la necessità che la cantina di via Zanazzo, ex deposito, divenuta un vero teatro legato alla ricerca e all’innovazione teatrale, continuasse la sua attività nel nome di Giancarlo Sepe che nel 1972 la trasformò in un teatro. L’acquisto avvenne nel luglio 2006, ed io subito fui convocato prima dall’assessore poi dal IV° dipartimento, si parlò dell’attività che avrei continuato a fare e di ciò che avrei potuto destinare a favore del comune di Roma, mi ricordo che proposi una sorta di libreria teatrale da impiantare la mattina, per i giovani che avessero voluto consultare dei libri di teatro che mettevamo a disposizione. Si disse che comunque avremmo dovuto aspettare la delibera del consiglio comunale per normalizzare la nostra posizione, con relativo canone e incombenze. Da quel giorno fu un continuo scambio di telefonate, per sapere della famosa delibera che non arrivava, perché esclusa dall’ordine del giorno dell’assemblea. Ogni volta così. Decadde l’amministrazione Veltroni e cambiato sindaco e assessore, mi preoccupai subito di incontrare i nuovi referenti che non fecero altro che ribadire il bisogno di aspettare la “delibera”. Intanto saltò la probabile biblioteca teatrale da mettere a disposizione dei giovani e si propose un laboratorio teatrale che avrei dovuto tenere per tre mesi l’anno a favore dei giovani attori, cosa che accettai con grande gioia e che ho realmente istituito: oggi esiste ‘La Palestra Per L’Attore’ che conduco anche in questi giorni e che in futuro collaborerà con l’Università. Ci furono incontri anche con il IV° dipartimento all’insegna dell’intesa e della collaborazione fattiva, che non è mai mancata. Lo scopo  di entrambi era sempre quello di preservare il mio lavoro e permettermi di procedere con il mio teatro di ricerca, motivo per cui il Comune nel 2006 si decise ad acquistare lo spazio che senza di me non sarebbe più stato un teatro ma una cantina/deposito, e una cantina non può valere 690.000 euro, specifico che il palazzo in cui c’è la nostra Associazione è sottoposto ai vincoli delle Belle Arti e per questo non è consentito all’esterno nessun intervento né modifica ( all’epoca ci fu una strana coincidenza, prontamente rilevata dal Corriere della Sera, che il cinema Reale a pochi passi, si vendeva a un milione di euro, poco più della nostra cantina, ma aveva 800 posti, e non i 99 posti che la legge c’imponeva di avere come Associazione Culturale ). Da allora i rapporti sono continuati all’impronta della collaborazione: pensate che la bolletta condominiale di via Zanazzo 1 ci veniva smistata direttamente dal Comune perché la pagassimo, così come la cartella dell’ICI (IMU) per qualche mistero ancora da svelare, è arrivata a mio nome fino al 2015. In questi anni si è tentato di tutto in attesa della delibera del consiglio comunale, finanche un progetto di messa a punto dello spazio per renderlo agibile ad opera della Zetema, che poi ci rinunciò per i costi troppo alti. Ci fu anche il momento in cui mi sono proposto di pagare comunque un canone, ma mi è stato, da parte del IV° dipartimento, sconsigliato o meglio ‘impedito’ di percorrere quella strada che: “avrebbe portato solo confusione…”. Ad un certo punto mi è stato anche detto che in realtà non si trovava né il notaio né il contratto di acquisto dell’immobile, e che bisognava trovare una soluzione. Il sottoscritto si è reso sempre disponibile in quanto sempre riconoscente che il Comune di Roma avesse salvato lo spazio dell’ Associazione Culturale La Comunità 1972, perché era implicito in quell’atto dell’acquisto il riconoscimento dell’importanza che il mio lavoro aveva per la città. Sono arrivato a pagare, non interamente, le spese per il cambio della destinazione d’uso del locale (versati 20.000 euro), cosa che per il IV° dipartimento, per ammissione di chi lo dirigeva,  aveva una sua importanza. Quindi ribadisco che il Comune di Roma quando comprò lo spazio di via Zanazzo non aveva bisogno di acquistare una cantina qualsiasi, ma acquistò una cantina divenuta un Teatro Sperimentale che esprimeva il lavoro svolto dalla Associazione Culturale Teatro La Comunità 1972, lavoro sempre seguito e riconosciuto da pubblico e critica e soprattutto un lavoro che è stato all’insegna della autonomia economica, in quanto l’attività svolta, per la natura stessa dell’associazione culturale non è a scopo di lucro e non è sovvenzionata dallo stato.
A questo punto, venendo alla questione che “ci” sta a cuore, sono pronto a regolarizzare la mia posizione secondo ragionevolezza ed equità, tenuto conto di quanto sopra descritto, e che il ritardo non è dovuto a mia incuria o ad un atteggiamento dilatorio, avendo dato seguito fino ad oggi a tutti i pagamenti riconducibili alla gestione dello spazio. Resto a disposizione per intervenire il giorno e l’ora che mi andrete ad indicare, anche previe intese telefoniche, alfine di formalizzare i nostri rapporti.
Molte cordialità,
Giancarlo Sepe
La petizione da firmare la trovate qui:


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