sabato 30 aprile 2016

Noi che...©

Di Andreas Finottis©



Ho letto che Carlo Conti cerca delle frasi simpatiche che inizino con "Noi che..." per ricordare gli anni passati, ho pensato di inviargli anch'io alcune frasi simpatiche:

Noi che la strategia della tensione ci faceva saltare in aria alla stazione dei treni e poi i processi venivano depistati dalla P2, P2 a cui appartiene anche Silvio Berlusconi con tessera n.1816.
Noi che lo Stato infiltrava nelle manifestazioni agenti in borghese armati che sparavano, e chi non ci crede lo chieda a Giorgiana Masi.
Noi che la mafia collusa con lo Stato ci nascondeva il fumo per far diffondere l'eroina.
Noi che alla tv sentivamo le stesse canzoni di merda che sentiamo ancora adesso, mentre tanti grandi della musica restano sconosciuti.
Noi che vivevamo negli anni di piombo ma sappiamo solo noi che c'era molto di buono nascosto da quel piombo, gettato appositamente sui ricordi.
Noi che ci stava sul cazzo Pippo Baudo quanto adesso Carlo Conti.

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venerdì 29 aprile 2016

Vivace grigio (da Idillirio)©

Di Fremmy©



Foto di Mary Blindflowers©



Violati, mai appagati.

Giochi d'ali fraudolenti al tramonto,

in quei luoghi con lei, l'unico idillirio.

Contorni di perimetri estesi al solo esistere,

esitare negli sguardi, viaggiare nel timore.

La tensione al chiodo stringe le membra,

i suoi occhi si accompagnano ai miei fremiti,

particelle deformi affiorano nell'ansia.

Lo sconforto non disturba il suo suono,

intensità timide si affollano al nostro pudore.

Vivace grigio che mi asseconda.


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giovedì 28 aprile 2016

Tibbs and Tibbs, dalla nota minima introduttiva©

Di Mary Blindflowers©




The true protagonist of this novel is the un-possession, a feeling of dizziness and estrangement so strong that it can lead to death.
The text doesn’t lack in symbolic and evocative elements in its unfolding towards the breathless quest of the idea. The identification and dark duplicity process of the protagonist, and not only, explains the detachment of the Self, with all the human and bestial consequences that this detachment requires.


Il vero protagonista di questo romanzo è lo spossessamento, un sentimento di vertigine e straniamento così forte che può condurre alla morte.

Il testo non manca di elementi simbolici ed evocatori in quel suo dispiegarsi verso l’affannosa ricerca dell’idea. Il processo di identificazione e doppiezza umbratile del protagonista e non solo, spiega il distacco del sé, con tutte le conseguenze umane e bestiali che questo distacco comporta.


In allestimento, disponibile da giugno 2016

English-Italian edition - Testo in Inglese e Italiano

Lo potete ordinare e prenotare nel sito della Nettarget editore:

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Il dio mangiato, dalla sinossi©

Mary Blindflowers, Mario Lozzi©



“Il dio mangiato” è un saggio divulgativo su nuove e vecchie inquisizioni, sul potere sottile della chiesa che indottrina e incanala le anime verso l'etica del non pensare. Il dubbio viene bannato in nome di un Dio feroce, non esente da rituali cannibalici e manipolazioni delle coscienze, che, come giochi di prestigio, inducono a credere senza mai chiedersi dove stia il trucco mascherato da dogma. Ci sono testimonianze autentiche di vita vissuta da un ex sacerdote sul funzionamento “interno” delle curie, sulla sessualità repressa delle monache e sulla pedofila. Il corpo che nella realtà della coscienza è significante, "il solo oggetto psichico per eccellenza" tridimensionalmente ontologico, diventa oggetto di morte, è parcellizzato, spesso ingerito ed opportunamente rielaborato per la costruzione cosmogonica del mito, secondo precise e calcolate metamorfosi. E così dai riti di smembramento si passa alla transustanziazione del Cristo in cui il dio si trasforma in pane attraverso l'ostia come corpo che si è fatto uomo. E di quest'uomo ci si nutre per purificarsi e paradossalmente per liberarsi dal ciclo stesso della materia e della nutrizione, secondo un principio omeopatico che attraverso il cannibalismo del dio, conduce all'anima con l'interruzione della schiavitù della carne attraverso la carne, del desiderio di mangiare, mangiando il dio nel vero senso del termine. Si proietta così il divino dentro di sé, attraverso il contatto con la sua corporeità, si crea inconsciamente un desiderio erotico intenso e colpevolizzante che rende il cannibale indegno della materia ingerita, inferiore, meschino, timoroso e insicuro, con l'idea che la carne mangiata per il contatto con la sua impurità di uomo mortale, possa caricarsi di potente negatività, trasformandosi nel suo opposto, il Satana che si antepone alla grazia divina.
E così il cristiano sente di dover ricorrere alla preghiera per poter sopportare il precario equilibrio tra male e bene, si sottomette volontariamente al giogo del potere dei ministri di una Chiesa corrotta che dovrebbe salvarlo dalla propria carnale esigenza di mangiare. Ovviamente in cambio di questa presunta salvezza, Dio pretende qualcosa, così mentre il fedele ha l'onore di sublimare i suoi istinti erotici e alimentari nell'eucarestia, diventa docile pecorella del Signore, perché il regno dei cieli è degli umili che camminano a testa bassa e non pensano...


Disponibile da luglio 2016 per i tipi della Nettarget editore. 
Potete prenotarlo qui:


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mercoledì 27 aprile 2016

Agli incroci della notte di Saturno©


Di Mary Blindflowers©



Olio su carta, All'incrocio della notte di Saturno,
Mary Blindflowers©

Delirio sistematico

di segreterie celesti,

affetti da demonoplessia

nel dì di Marte

e agli incroci della notte di Saturno,

vedesti

tenuti da latente demone diurno,

dissalati combacianti

al male,

senza sale ballavano i reietti,

all'ombra del noce,

cuocendo la luna atroce

in un paiolo,

e le fantasie intensificate

ora danzano sull'orlo del bicchiere,

da vedere sotto mistificate luci,

ma quando la tua ora suona

e la bigotta ti offre il bugiardetto

di un dio mai nato,

il pentimento agita figure

di ciò che è stato,

e

non sembrano più pure

come una volta,

quando agli incroci della notte di Saturno

ridevi col tuo demone diurno.


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Come farsi fregare dal capitalismo©

Di Andreas Finottis©



Odio le facilitazioni, i pensieri comodi, le convenzioni sociali, ogni adeguarsi alle usanze comuni.
Quello che più odio è il recitare una parte per essere accettati in un contesto sociale, è l'atteggiamento umano più degradante e patetico che ci sia, per me. 
Invece noto nella quasi totalità della gente che mi circonda non è così, recitano quasi tutti per nascondere ciò che sono, dentro di loro si fanno schifo, pertanto non volendo farsi riconoscere cercano sempre di camuffarsi per essere accettati socialmente.
Io ho il vantaggio che sto veramente meglio da solo che in compagnia, e non per posa, non me ne vanto e non lo consiglio a nessuno perché so che non è una vita agevole. Ma io sto meglio così.
Questo mi dà il vantaggio di fregarmene di essere accettato da un qualsiasi gruppo sociale. Non devo mettere in mostra dei segnali che mi facciano riconoscere e catalogare come appartenente a un qualche raggruppamento. 
Non dico a nessuno di fare come me, ma neanche di falsarsi per essere ciò che non si è. 
Non bisogna mai avere paura di noi stessi, accettandosi, cercando sempre di migliorarsi ci accetteranno anche gli altri, se invece si recita conosceranno il personaggio che si interpreta ma quando conoscendoci meglio vedranno il nostro vero volto saranno delusi dal trovare un'altra persona, capiranno che è tutta una recita e giustamente ci schiferanno considerandoci persone false e traditrici.
Invece se si è sinceri ecco che se ci apprezzano è per quello che siamo veramente, e anche se facciamo schifo a qualcuno perlomeno ci considererà onesti e sinceri, anche se schifosi per lui.
È il volere piacere a tutti l'impostura che spinge a recitare, ed è un comportamento indotto in gran parte dalla televisione, in cui devono piacere a tutti per fare più ascolto, allora chi si forma mentalmente guardando la tv assume anche lui questo atteggiamento, cancellando così ogni forma di personalità propria, per diventare un essere insulso che in realtà più che piacere a tutti non dà fastidio a nessuno, soprattutto a chi detiene il potere. 
Chi è ai vertici della piramide dello sfruttamento capitalistico adora le persone prevedibili e classificabili, per vendere meglio i prodotti che induce a desiderare, facendo leva proprio sulla voglia di adeguarsi agli altri e di farsi riconoscere socialmente, con la somma genialità che rende questa una dittatura perfetta di mettere a disposizione dei consumatori la versione contestatrice del sistema, per cui uno sarà considerato un vero contestatore solo se ha comprato i gadgets messi a disposizione per essere riconosciuti come contestatori: così devi avere ascoltato certi dischi, visto certi film, letto certi libri e se vuoi sembrare ancora più libero dai condizionamenti sociali sarà ancor meglio avere una motocicletta, magari di quella determinata marca e girarci con quel determinato abbigliamento, in modo che nelle ore d'aria concesse agli schiavi dal sistema potrai sfoggiare i simboli che faranno credere a te e agli altri di essere uno veramente libero dai condizionamenti.

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martedì 26 aprile 2016

Flowers by flowers©

Di Alessandro Dell'Aira©



Oil on canvas, Only God, Mary Blindflowers©



Fiori Freschi is the title that has been given in 1943 by Mario Praz to a bunch of his essays about really different subjects, drawing attention to the inappropriate language describing the cut flowers as “fresh”. The same contradiction worries Mary Blindflowers since she was born. Since Omero onwards, poets are flowers that are blind. Sometimes, only visionary. That's why Mary has given herself this nickname. Blindflowers, as blind flowers. True born artists are visionary moles able to have astral dreams. Mary creates Rorschach's spots and she interprets her own dreams, or nightmares' code. Is there any difference? Analysts deal with people that want to know the meaning of dreams that have been transliterated for therapeutic reasons. Mary composes and paints: she would look inside herself asking for her own feelings to the paintings and covers that she prepares for her books. 

Oil on canvas, Ichnussa, 90 X 90, Mary Blindflowers©


Mary listens silently to what the other herself talks from inside a cage and she transcribes it carefully. The cage is her body. Mary escapes from the cage every morning going to work: she goes, writing and painting. At night she comes back into the cage with a bundle of new paintings and covers, her fingers smudged by the colours and extremely tired. Her dreams are looking for her at night, then they evaporate beyond the bars. Mary goes to grab them back again. Men, women, animals, foods, good demons and others, let's say, a bit pinhead. Deus is male, not because is evil but only because is male. Deus is male, could you say is not like that, isn't it? Anglo Latin interlingualism, half dead and half alive: the alchemical egg, a creative botch with the effect. An indissoluble totality of cover and book. On the cover there is a two-faced cardinal trying to lead on poor souls over a chess board swarmed by egg shells, pregnant phalli and pierced breasts. Inside there is (will be) a demonological essay inspired by an unreleased manuscript of an inquisitor.

Oil on canvas, Deus is male,  50 x 60


The title of the cover comes first than the book and Mary explains that to Mary. It's like Saramago, that invented the title “Gospel by Jesus Christ” before to write the book itself. Will be wizard, Saramago? Or he is only shepherd reporter from Ribatejo, born illiterate like the shepherds and the Nobel prize winners, afflicted by love-hate controlling fathers and dead many times, intermittent? Contradictions.

Oil on canvas, 50 x 40, Fetus, Mary Blindflowers©

Subconscious expressionist, Mary doesn't dilute the colours, screaming inside and outside herself like inside and outside the edges of Sicilian carts. The marks that she sketchs are archaic like the prehistoric shepherd ones. In England, where she lives, Mary stares at the sea dreaming about an happy island. Challenging and desecrating, she has an ancient soul and she knows it. She turns herself down to understand her soul. Men and women are cut flowers, scattered tools, deformed and ground by a prude system that massacres them to survive.

“Mr Yod could not die” is a tired god comedy. With its Egyptian rituals Yod becomes Isis, the Moon, the Life. According to Mary, Yod is a god that would like to die because somebody gives him hard time. They forced him to watch the Tv forever, fastened to a swastika-chair. The only exercise that he can do is travelling inside himself, within a cage that in this case is a whale womb.

Oil on canvas, Il nano alto, 90 x 90, Mary Blindflowers©

Anarchist novels full of digged stars in black anarchy colour. The massive birth of a puerperal mouse of and elephant that reminds the one swallowed by a boa in a drawing of unappreciated Little Prince. Desecrator tall dwarfs, a bird man related to a famous publishing logo, the ostrich with a nail into its beak, that is really serious emblem, not a contradiction: the spirit digesting everything, drawn in ancient time for a refined bishop as Paolo Giovio, and the motto “Spiritus durissima coquit”: harder things are, better the soul could digest them. Mario Praz gave this idea to Einaudi. Mary Blindflowers is an alchemist. An enchanted woman, that cooks with rage and poetry.

Yod is no dying, oil on canvas, 90 x 60 Mary Blindflowers©





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No alla chiusura del Teatro La Comunità©

All’Assessorato alla Cultura,
Al  III° e al IV° Dipartimento.
In risposta alla raccomandata (prot. 10905).


Quando nel 1972 entrai negli spazi del sottoscala sito in via Giggi Zanazzo 1, allora di proprietà della Cassa Mutua della Zecca di Stato che lì aveva ricavato un deposito della carta, avevo 26 anni e davanti a me una lunga carriera teatrale, contraddistinta da tanti successi. Ora ho 70 anni e il teatro La Comunità, dopo 44 anni ancora esiste, perché l’ho sognato, pensato e allestito io, con grandi sacrifici della mia famiglia e miei personali. Di un locale sotterraneo  disadorno, senza luce e umido, ho fatto un vero e proprio teatro,  con un palcoscenico, dei camerini, una platea, un piccolo ufficio, prima c’erano solo i topi e ora ci sono tanti giovani con la voglia di fare teatro. Il successo è stato immediato e contemporaneamente ho lavorato sui palcoscenici italiani e stranieri più importanti, invitato nei festival più prestigiosi, anche internazionali, gli spettacoli del Teatro La Comunità hanno girato il mondo e sono stati dei grandi successi, ed erano e sono uno dei cardini della nuova ricerca teatrale, più nota come “Scuola Romana”, una vera fucina di talenti che aveva reso l’Italia una delle nazioni più importanti nel campo teatrale. Tra i miei spettatori, divenuti soci, in quanto non essendoci l’agibilità dello spazio per la mancanza dei requisiti necessari, per entrare alla Comunità bisognava e bisogna tesserarsi, c’erano e ci sono le firme dei grandi nomi che hanno assistito agli spettacoli da me firmati. Si pensi che nel 1978 la polizia ci denunciò per attività illecita in quanto, secondo loro, noi non potevamo tesserare le persone se non 15 gg. dopo la loro richiesta di tesseramento, questo ci avrebbe portati allo sfacelo e così, grazie all’intraprendenza dell’assessore alla cultura di allora, Renato Nicolini e all’avvocato messo a disposizione dal partito radicale, Tina Lagostena Bassi, si organizzò una specie di petizione popolare che all’atto del processo penale contro di me, direttore dell’ Associazione Teatro La Comunità, produsse le testimonianze a nostro favore dei suoi soci, che erano: Eduardo De Filippo, Federico Fellini, Mario Monicelli, Alberto Moravia, Vittorio Gassman, Alberto Lionello, Maurice Bejart, Giulietta Masina, Aroldo Tieri, Giuliana Lojodice, Romolo Valli, Giorgio De Lullo, Paolo Stoppa, Lilla Brignone, Mariangela Melato e decine e decine di nomi di tutta la cultura italiana. Nei loro scritti essi ricordavano il valore e l’importanza del Teatro La Comunità, di questo spazio anomalo e fondamentale, perché testimone della libertà dell’ispirazione teatrale non soggetta a vincoli di cassetta. Quando chiesi a Eduardo di scrivere la lettera da leggere in tribunale, esordì col dire “so cos’ e pazze”. Vincemmo la causa e La Comunità si salvò e per oltre venticinque anni lavorammo alacremente anche se i tempi erano cambiati: i teatri/cantina non andavano più di moda. Lo stesso ho continuato la mia attività a via Zanazzo 1, nella cantina trasformata in teatro, e dopo 44 anni il teatro La Comunità esiste ancora ed è l’unico rimasto di quella fantastica stagione dove si contavano più di 60 teatri/cantina, di quei Teatri di allora nessuno è sopravvissuto, inoltre non c’è a Roma un teatro che abbia conservato per 44 anni la stessa direzione artistica, segno di una perseveranza e  una coerenza degne di nota. Ma dovevo affrontare ugualmente i problemi della sopravvivenza dello spazio, che nel frattempo avevo comprato, ma che le alterne fortune dovute alla mia attività artistica lo avevano messo in pasto alle banche: rischiavo di perdere quello che ormai era diventato il simbolo di un momento teatrale e l’esempio di una continuità ricca di proposte di spettacoli di grande valore per cui presi anche diversi premi. Non sapendo come fare incontrai l’allora assessore alla cultura Gianni Borgna (2005/2006) durante l’amministrazione di Walter Veltroni, gli esposi il mio caso e lui capì subito chiedendomi dei giorni per trovare una soluzione. Ricordo che proprio nel 2001 lo stesso Borgna, diede l’egida del Comune di Roma ad uno spettacolo intitolato “Favole di Oscar Wilde” che ebbe un grande successo, e fu premiato come migliore spettacolo d’innovazione dell’anno e interamente ripreso e trasmesso da Rai 2 per il programma “Palcoscenico”. Dopo varii tentativi ecco che all’assessore venne l’idea dell’acquisto da parte del comune dello spazio di via Zanazzo, e non solo di quello ma anche di altri spazi che avevano la stessa caratteristica: rilevante importanza artistica per la città di Roma, con quell’atto si sanciva la necessità che la cantina di via Zanazzo, ex deposito, divenuta un vero teatro legato alla ricerca e all’innovazione teatrale, continuasse la sua attività nel nome di Giancarlo Sepe che nel 1972 la trasformò in un teatro. L’acquisto avvenne nel luglio 2006, ed io subito fui convocato prima dall’assessore poi dal IV° dipartimento, si parlò dell’attività che avrei continuato a fare e di ciò che avrei potuto destinare a favore del comune di Roma, mi ricordo che proposi una sorta di libreria teatrale da impiantare la mattina, per i giovani che avessero voluto consultare dei libri di teatro che mettevamo a disposizione. Si disse che comunque avremmo dovuto aspettare la delibera del consiglio comunale per normalizzare la nostra posizione, con relativo canone e incombenze. Da quel giorno fu un continuo scambio di telefonate, per sapere della famosa delibera che non arrivava, perché esclusa dall’ordine del giorno dell’assemblea. Ogni volta così. Decadde l’amministrazione Veltroni e cambiato sindaco e assessore, mi preoccupai subito di incontrare i nuovi referenti che non fecero altro che ribadire il bisogno di aspettare la “delibera”. Intanto saltò la probabile biblioteca teatrale da mettere a disposizione dei giovani e si propose un laboratorio teatrale che avrei dovuto tenere per tre mesi l’anno a favore dei giovani attori, cosa che accettai con grande gioia e che ho realmente istituito: oggi esiste ‘La Palestra Per L’Attore’ che conduco anche in questi giorni e che in futuro collaborerà con l’Università. Ci furono incontri anche con il IV° dipartimento all’insegna dell’intesa e della collaborazione fattiva, che non è mai mancata. Lo scopo  di entrambi era sempre quello di preservare il mio lavoro e permettermi di procedere con il mio teatro di ricerca, motivo per cui il Comune nel 2006 si decise ad acquistare lo spazio che senza di me non sarebbe più stato un teatro ma una cantina/deposito, e una cantina non può valere 690.000 euro, specifico che il palazzo in cui c’è la nostra Associazione è sottoposto ai vincoli delle Belle Arti e per questo non è consentito all’esterno nessun intervento né modifica ( all’epoca ci fu una strana coincidenza, prontamente rilevata dal Corriere della Sera, che il cinema Reale a pochi passi, si vendeva a un milione di euro, poco più della nostra cantina, ma aveva 800 posti, e non i 99 posti che la legge c’imponeva di avere come Associazione Culturale ). Da allora i rapporti sono continuati all’impronta della collaborazione: pensate che la bolletta condominiale di via Zanazzo 1 ci veniva smistata direttamente dal Comune perché la pagassimo, così come la cartella dell’ICI (IMU) per qualche mistero ancora da svelare, è arrivata a mio nome fino al 2015. In questi anni si è tentato di tutto in attesa della delibera del consiglio comunale, finanche un progetto di messa a punto dello spazio per renderlo agibile ad opera della Zetema, che poi ci rinunciò per i costi troppo alti. Ci fu anche il momento in cui mi sono proposto di pagare comunque un canone, ma mi è stato, da parte del IV° dipartimento, sconsigliato o meglio ‘impedito’ di percorrere quella strada che: “avrebbe portato solo confusione…”. Ad un certo punto mi è stato anche detto che in realtà non si trovava né il notaio né il contratto di acquisto dell’immobile, e che bisognava trovare una soluzione. Il sottoscritto si è reso sempre disponibile in quanto sempre riconoscente che il Comune di Roma avesse salvato lo spazio dell’ Associazione Culturale La Comunità 1972, perché era implicito in quell’atto dell’acquisto il riconoscimento dell’importanza che il mio lavoro aveva per la città. Sono arrivato a pagare, non interamente, le spese per il cambio della destinazione d’uso del locale (versati 20.000 euro), cosa che per il IV° dipartimento, per ammissione di chi lo dirigeva,  aveva una sua importanza. Quindi ribadisco che il Comune di Roma quando comprò lo spazio di via Zanazzo non aveva bisogno di acquistare una cantina qualsiasi, ma acquistò una cantina divenuta un Teatro Sperimentale che esprimeva il lavoro svolto dalla Associazione Culturale Teatro La Comunità 1972, lavoro sempre seguito e riconosciuto da pubblico e critica e soprattutto un lavoro che è stato all’insegna della autonomia economica, in quanto l’attività svolta, per la natura stessa dell’associazione culturale non è a scopo di lucro e non è sovvenzionata dallo stato.
A questo punto, venendo alla questione che “ci” sta a cuore, sono pronto a regolarizzare la mia posizione secondo ragionevolezza ed equità, tenuto conto di quanto sopra descritto, e che il ritardo non è dovuto a mia incuria o ad un atteggiamento dilatorio, avendo dato seguito fino ad oggi a tutti i pagamenti riconducibili alla gestione dello spazio. Resto a disposizione per intervenire il giorno e l’ora che mi andrete ad indicare, anche previe intese telefoniche, alfine di formalizzare i nostri rapporti.
Molte cordialità,
Giancarlo Sepe
La petizione da firmare la trovate qui:


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lunedì 25 aprile 2016

25 Aprile e voto di scambio©

Di Mary Blindflowers©


Giornata della memoria, 25 aprile, liberazione partigiana.
Peccato che la libertà non esista nell'italietta del voto di scambio e delle alleanze improbabili.
C'è chi sostiene che bisognerebbe sempre andare a votare per non tradire i valori partigiani del 25 aprile, i valori di persone che sono morte per farci avere anche il diritto di esercitare un potere sovrano e di scelta.

Ma è veramente così?

Chi non va a votare tradisce i valori di libertà? 

Ci sono stati referendum utili, quello sull'aborto, per esempio, o sul divorzio, che hanno permesso un'evoluzione positiva della società.
Tuttavia adesso perfino i referendum, l'unica opportunità del popolo di dire la propria, sono diventati confusi, opponendo due scelte che appaiono controverse, difficili. Non si sceglie più il bene o il male ma si cerca di optare per il male peggiore, che non è una soluzione.
Poi il linguaggio con cui viene formulato il referendum appare difficile perfino ad un laureato, figuriamoci ad una persona di bassa o media cultura. È fatto apposta, affinché il popolo chiamato ironicamente “sovrano” non capisca niente e navighi in acque in cui il fondo non si vede mai bene.
E poi il voto, questo supremo ed inviolabile atto di libertà. Non andando a votare infangheremmo il nome di tanti partigiani morti per noi.

Ma è proprio così?

No, secondo me non è affatto così.

I partigiani non hanno di certo lottato per farci ottenere un voto non voto grazie alle alleanze trasversali e non sono morti per il voto di scambio, io faccio un favore a te e tu ne fai uno a me.
Non hanno lottato perché noi da brave pecore votassimo senza contare niente.
Votare senza votare è la negazione dei nostri diritti.
Quando l'astensionismo che riflette su questo è meditato e consapevole, significa che il voto da strumento di libertà è diventato il segno tangibile ed abusato dell'oppressione del popolo.
A questo punto allora non ci sto. Non darò il mio voto a qualcuno che poi si alleerà con qualcun altro per amor di poltrona, scaldando il proprio deretano all'ombra del voto di scambio, del malaffare e della corruzione, non mi farò prendere in giro dalla politica corrotta, dalla retorica del "rinunci ad un diritto per cui tanti sono morti". 
Non vado a votare proprio perché il diritto è stato violato e non voglio dare la fiducia ai porci. Nessuno è degno di essere votato, ma gli italiani votano, votano chi non hanno votato e poi si lamentano che tutto va male, che la sanità è allo sfascio, che i servizi non funzionano, che l'editoria pubblica i soliti raccomandati figli di, che i teatri chiudono, che la gente rovista nel secchio della mondezza perché non sa come campare, e tuttavia continuano a votare, tutti ben allineati, e sentono le fanfare della retorica di regime che usa perfino i partigiani per fare propaganda, e tutti votano senza accorgersi che non hanno votato niente, che non contano niente e che i giochi politici non sono libertà, ma schiavitù.
Perciò riflettete prima di dare dello smemorato ad un astensionista consapevole, riflettete sul fatto che il voto oggi è stato calpestato, non è più un diritto, ma una moneta di scambio, un soldo bucato nel cui solido buco passano tutti, destra, sinistra, nuovi catto-comunisti, esaltati fascisti, puttane, intercambiabili e ruotabili, bambole sgonfiabili e rigonfiabili che cambiano le loro misure a seconda delle esigenze di partito e di poltrona. 
Insomma fatevi un esame di coscienza prima di dare dell'incosciente a chi non vuole dare la fiducia a tutta questa bella gente perché magari gli fa un po' schifo.

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Giancarlo Sepe e il teatro che non vuole morire©

Di Cosimo Dino Guida©



Ci sono cose stupende, c'è un teatro che non vuole morire, c'è un'arte che non può sparire.

A Roma, al Teatro della Comunità di Giancarlo Sepe in via Gigi Zanazzo 1, ancora per una settimana, uno spettacolo che non può essere dimenticato, The Dubliners.
Chiunque ne avesse la possibilità può andare a vederlo. Sarà ripagato con emozioni uniche e darà un segnale a quell'ammasso di letame marcio e maleodorante - che è l'amministrazione del Comune di Roma - che ha decretato con Alemanno la chiusura di tutte le attività culturali indipendenti, annullando ogni concessione (perché pagavano poco!) decidendo di fatto la chiusura si un teatro autogestito che vive da 44 anni. Nulla ha fatto Marino, troppo occupato a occuparsi di rastrelliere per biciclette, nulla faranno i nuovi amministratori che si occupano di tutto tranne che di cultura.
Oggi (domenica) doveva essere l'ultima rappresentazione. Gli attori hanno - invece - deciso di andare avanti ancora per una settimana in segno di protesta contro tutti coloro che considerano il teatro e la cultura un bene secondario.


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domenica 24 aprile 2016

I nuovi mostri e non è una barzelletta©

Di Mary Blindflowers©




Una volta mi trovavo in tribunale a Roma e per caso nel corridoio ho assistito alla conversazione tra tre avvocati:

primo avvocato: tu che cazzo hai oggi?
secondo avvocato: una tipa con un braccio fratturato ha denunciato il mio cliente...
terzo avvocato: oh poverina, le ha fratturato un braccio (ride)... (ridono pure gli altri, rumorosamente)...
secondo avvocato: e tu?
terzo avvocato: niente, il solito drogato di merda a cui il mio cliente ha rotto il naso in galera, robetta oggi, tanto quello era tossico, che fa? Dovrebbero morire tutti sti tossici... 
primo avvocato: sì, che schifo... io vado in pausa adesso, mi faccio una trombata gratis con quella mignotta della Katia...
Gli altri: bravo, spaccala pure per noi... pacche sulle spalle...


Quando si dice la classe e la cultura...
Non so perché questa conversazione mi è ritornata in mente leggendo le intercettazioni telefoniche dei medici coinvolti nell'inchiesta Mala Sanitas...

Inoltre racconto un anedotto che mi è accaduto personalmente. Abitavo a Roma, erano circa le due del mattino, citofona un carabiniere: 

"Interno tal del tali?".
"Sì".
"Carabinieri".
"Che è successo?".
"Rapina in atto?".
"In che senso scusi?".
"Ci è arrivata una segnalazione che diceva che nel suo appartamento in questo momento c'è una rapina in atto!".
"Non mi risulta".
"Ah buona notte allora, abbiamo sbagliato interno".

Nei migliori manuali di criminologia è scritto infatti che per sventare una rapina in atto occorre citofonare prima...
La cosa triste è che non si tratta di una barzelletta.



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Il parto abortito di Ippocrate©

Di Mary Blindflowers©


«Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dei e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto:
di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest'arte, se essi desiderano apprenderla, senza richiedere compensi né patti scritti; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.
Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa.
Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.
Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte...».
Questo è uno stralcio del giuramento di Ippocrate. “Mi asterrò dal recar danno e offesa...”. Una massima che i medici dovrebbero incidersi sulla fronte.
E di certo non hanno rispettato il giuramento il primario e l'ex primario dell'Unità operativa complessa di Ostetricia e Ginecologia degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria,  zona ad alta densità mafiosa. Alessandro Tripodi e Pasquale Vadalà, due dei quattro medici sono stati sottoposti agli arresti domiciliari nell'ambito dell'inchiesta Mala Sanitas. Gli altri due medici arrestati sono Daniela Manuzio e Filippo Luigi Saccà, entrambi in servizio nello stesso reparto. Saccà è anche responsabile della struttura semplice "Diagnosi e Terapia Prenatale". Sono stati sospesi dall'esercizio della professione per 12 mesi, i medici Salvatore Timpano (in servizio a Ostetricia e ginecologia fino al 28 febbraio 2015); Francesca Stiriti (Ostetricia); Maria Concetta Maio (responsabile "Ambulatorio di neonatologia" nell'Unità di Neonatologia); Antonella Musella (Ostetricia e Ginecologia); Luigi Grasso (medico anestesista all'Unità operativa di Anestesia fino al 31 dicembre 2012); Annibale Maria Musitano (direttore dell'Unità operativa di Anestesia fino al 30 giugno 2013); e l'ostetrica Pina Grazia Gangemi (Ostetricia e ginecologia).

Dopo 12 mesi che succederà ai sospesi?
Semplice, siccome siamo in Italia, i medici incompetenti continueranno a stare dove stanno e metteranno le mani su altri pazienti come se niente fosse...
E quelli ai domiciliari? Torneranno ad esercitare la professione medica, o saranno radiati, saranno presto di nuovo liberi di circolare e fare altri danni?
Domande a cui solo il tempo e la mafia potranno rispondere.
Ma veniamo ai fatti: aborti procurati con dolo, neonati resi invalidi da incapacità professionale, puerpere ferite, interventi operati da praticoni le cui manovre sono state coperte da da cartelle cliniche false, create ad hoc.
Le intercettazioni telefoniche pubblicate dal quotidiano calabrese Il Dispaccio, sono eloquenti. I nuovi mostri ridono degli errori sui pazienti oggettivando il soggetto, rendendolo “cosa” capitata per caso nelle loro mani.
Nei nastri si sente il dott. Alessandro Tripodi fare apertamente riferimento alla circostanza che il dott. Timpano, nel corso di un intervento ha causato alla paziente una perforazione della vescica:

Tripodi: minchia non sai che è successo, stanotte l'ira di Dio; Manuzio: eh? e di chi?;Tripodi: allora, quella lì, eh, di Timpano, che gli ha sfondato la vagina. Eh, allora, lo sai, ha la vescica aperta, (ride... ride... ride) (...) allora dal drenaggio esce urina ... te la ricordi a [Omissis]? Era oro... mi ha chiamato Pina Gangemi... dottore vedete se potete venire che qua c'è l'ira di Dio... (ride.... ride) che oggi... 2 litri di urina dal drenaggio (ride)... in pratica... sono andato... la vescica era aperta... l'hanno suturata in triplice stato...
Parlando con un altro collega, dr.ssa Manuzio, Tripodi dice: Vadalà (il primario, Ndr) mi ha spiegato e mi ha detto io non lo so che cazzo hanno combinato, perché l'isterotomia era fatta alta. Poi, dice c'era un buco nella vagina... (ride)... dice non ha capito neanche lui quello che ha fatto... sangue che usciva a fontana da sotto...

I nuovi mostri partoriti dalla politica mafiosa, dal clientelismo, dal malaffare, rivelano un'assoluta mancanza di rispetto per la vita umana perché tanto si sa come vanno le cose, passato lo scandalo poi torna tutto come prima, i medici probabilmente torneranno al loro posto e tutti o quasi vissero felici e contenti. Fine della favola.

Siamo carne da macello nelle mani del parto abortito di Ippocrate.



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Cuore di carcassa©

Di Fabrizio Raccis©


Il mio cuore di carcassa
Sul bordo della strada,
ogni tanto qualcuno
lo sorpassa
ci passa sopra
e lo riduce uva passa.
Non è una gran cosa
avere un cuore
che si ferma e poi riparte
una macchina a pressione
che sembra perfetta
invece è satura
d’imperfezione.
L’unica soddisfazione
é che un cuore di carcassa
non lo trovi ovunque,
di rado lo puoi scorgere
tra un milione di persone.

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