sabato 27 febbraio 2016

La poetessa (inedito)©

Di Cosimo Dino-Guida©

da leggere ascoltando questa musica:

https://www.youtube.com/watch…


Se ne stava già da un po’ di tempo in quell’angolo di mondo, dove nessuno la poteva vedere, dove nessuno poteva udirla mentre urlava le sue parole al vento. 
Aveva abbandonato la sua terra, l’amore protettivo della famiglia, la vita vissuta con le amicizie, la vita tormentata da amori insoddisfacenti e si era ritirata in un angolo sperduto nel nord della Scozia, portandosi dietro poche cose indispensabili, le illusioni e le disillusioni, i pochi sogni che continuava a sognare, una valigia carica di libri e parole.
«Devo stare da sola. Questo mondo non mi piace». Aveva detto a tutti, accomiatandosi. Aveva detto all’amico editore che, unico tra tanti, cercava di dissuaderla.
Ora le sue giornate non avevano regole, se non quelle che lei stessa aveva fissato. Dormiva quando aveva sonno e si svegliava quando ne aveva abbastanza. Mangiava, poco e raramente, solo quando lo stomaco imprecava ruggendo. La maggior parte del suo tempo veniva spesa fissando i fogli di carta bianca o passeggiando nella brughiera o in quell’angolo di rocce bianche che si frapponevano fra il mare del nord e le terre abbandonate.
A farle compagnia, sempre, un vecchio riproduttore di musica che ripeteva – ossessivamente – sempre lo stesso trio di Rachmaninoff. Solo in momenti che sentiva speciali, a Rachmaninoff si sostituivano Schubert e Beethoven, ma sempre trii o quartetti, perché adorava da sempre la voce calda del violoncello e le urla strazianti del violino.
“Vorrei scrivere poesie che avessero le voci della musica, e sono capace solo a concatenare parole che non sanno suonare” aveva detto, una volta, a un critico letterario che la osannava. “Dovrei imparare a conoscere la musica, e capirne tutte le sfumature. Sbagliate voi a definirmi poetessa. Il mio lavoro è una musica dissonante, con pochi ascoltatori ignoranti e senza un futuro ”.




Quel giorno era cominciato come tutti gli altri giorni, col registratore a tracolla, con la borsa piena solo di carta bianca e un paio di penne, con l’ampio mantello gettato sulle spalle ad accogliere lei e le cose, e il cappuccio stretto intorno al viso per ripararla dalle frustate di freddo del vento d’inverno. 
Il cielo era bianco di nuvole rarefatte. La brughiera non aveva policromie e la nebbia faceva fatica a sollevarsi.
Aveva percorso sentieri ormai noti, tagliati nella fanghiglia della neve sciolta e tra le siepi di rovi scuri. Rachmaninoff copriva a volume altissimo tutti gli altri suoni, finiva e ricominciava e il mondo delle piccole creature intorno, incuriosito, la accompagnava con sguardi sospettosi fin quasi alla sua meta, alla cima di quel promontorio che guardava indisturbato ai ghiacci, che sfidava con le sue bianche rocce il mare nero del nord, che si risparmiava l’oltraggio della nebbia.
Col tempo, e con tanta pazienza, aveva trovato una fenditura nella pietra, alla quale si accedeva difficilmente, camminando sulle ginocchia tra due sassi lisci che si sfioravano, e dopo quell’unica via di accesso c’era un pavimento di muschi morbidi, un tetto e pareti di pietra annerita, e un comodo sedile dove passava tempi infiniti a guardarsi dentro, con una penna nella mano e i fogli bianchi adagiati sulle ginocchia.
Quel giorno - accadde all’improvviso - Rachmaninoff tacque sulla terza battuta del terzo tempo e a nulla valsero i suoi sforzi per far ricominciare la musica. Decretò la morte di quel vecchio apparecchio, e lo seppellì con i suoi suoni e una lacrima d’addio.
Il cielo scuriva rapidamente.
Andò sul ciglio del precipizio e inspirò salsedine fino a saturare i polmoni.
Il mare nero disegnò le onde col bianco di schiume evanescenti e suonò accordi strazianti in tempi incalzanti.
Un volo di gabbiani contrappuntò note acute e staccate.
Il vento rinforzò, l’avvolse, le sollevò il mantello e la spinse verso il mare, poi la riportò indietro e le lambì le guance, la spinse ancora al mare e le sussurrò cupo all’orecchio parole mai udite, sollevò da terra i fogli bianchi e li disperse nel precipizio, la avvolse tutta. Poi tacque aspettando parole.
Quel giorno, la poetessa scoprì parole che non aveva mai udito e suoni che non aveva mai cantato, trovò parole sue da urlare a un orecchio attento.
Quel giorno. 
La poetessa fece l’amore col vento.




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