lunedì 22 febbraio 2016

"La civiltà dei nomi"©

Di Mary Blindflowers©



Viviamo in quella che i filosofi naturalisti greci definivano ironicamente la “civiltà dei nomi”, un mondo in cui le parole sono al servizio di azioni ed interessi. Hegel lo chiamava Einzelnheit, una sorta di individualità psicopatologica che porta alla Isolierung, isolamento. Metodo sicuro per segnare il distacco definitivo dell'uomo dalla natura. Il vizio di questo sistema consiste nell'allontanamento dell'individuo dal principio di armonia universale in nome di un io individuale e finalistico per sua stessa definizione, perché mirante a una meta: io miro a...
Ciascuno grida così il proprio nome definente, etichettandosi, per esempio, (tanto per rimanere in ambito letterario), come poeta, scrittore, artista, come se nella vita reale fosse naturale presentarsi dicendo: “Piacere, Mario Rossi, poeta”, senza sembrare piccoli vanitosi patetici.
Io faccio, io dipingo, io scrivo, io creo... Quest'io sempre dannatamente tra i piedi sembra condizionare ogni azione, ogni movimento, perfino i pensieri, in una società omologata in cui conta più la definizione che non la reale essenza.
Per Buddha era essenziale distruggere l'io per salvarsi, per vivere in armonia con le forze della natura. 
L'uomo perfetto “non ha io”, nel senso che sbeffeggia continuamente la presuntuosa tracotanza del suo io, gioca con lui privandolo delle etichette definenti, depauperandolo per fargli ritrovare la vera ricchezza, consentendogli così di sfuggire alle regole subnullizzanti della società globale, robotizzata, omologata, prestampata, perfettamente inquadrata con divisione di ruoli precisi e nomi che dicono tutto e niente.
Il punto di non ritorno del parossismo egotico è dato dalla totale identificazione col nome, noi siamo quel nome, siamo ingegneri, poeti, imbianchini, dottori, e null'altro. Il maledetto nome pretende con il suono e la parola scritta di dare definizione ad un'essenza che definibile non è, perché il nome è conoscenza parziale e illusoria, falsamente consolatoria.
L'essenza per sua natura è sfuggente, non ama essere messa dentro una bottiglia con sopra una bella etichetta. Così in virtù del nome si rinuncia all'essenza per puro desiderio di durabilità eterna. 
Quante volte abbiamo sentito un discorso del genere: 

A: Che cosa fai? 
B: Sono ingegnere. 
A: Capisco.
A ne sa quanto prima, in realtà, perché il fatto che B sia ingegnere non esclude, per esempio, che sia uno stupratore o un assassino. Ma il solo nome che rimanda ad un inquadramento sociale, tranquillizza.
La volontà di resistere al tempo attraverso nomi definenti, che dovrebbero dar loro lustro e pregio, è assimilabile al sentimento religioso, alla credenza nella vita eterna. 
Il poeta si chiama poeta perché vuole essere ricordato attraverso l'etichetta, non si rassegna a morire, perché la morte è oscena, è vuoto essenziale, nero più nero spaventoso, fine di tutto. Il poeta che si chiama da solo poeta non loda l'affascinante baratro dell'essenza, detesta la sua stessa fine, ama la pienezza di ciò che lui chiama essere e che identifica erroneamente col nome. Così questo povero poeta, per non morire, firma la sua condanna a morte, scambia l'ontologia con l'essenza, e si autodefinisce senza aspettare che lo facciano altri, convinto che tutti lo ricorderanno in eterno. Gonfierà fieramente il petto prima di leggere le sue poesie nei circoli letterari degli amici, e dirà con sussiego, “io sono un poeta, ora vi leggo la mia ultima poesia”. 
Il credente è mosso dallo stesso meccanismo, non si rassegna all'anonimato, alla fragranza piena del non essere e preferisce un vuoto esserci senza essenza, una presenza fissa definita dalla pomposa frase “vita eterna”, convinto che non morirà mai.
Operazioni autoconsolatorie che sanciscono il trionfo dell'illusione.

Deduco che dunque la civiltà dei nomi sia un surrogato gentile e ammaliante della morte che terrorizza gli uomini a tal punto da impedir loro di comunicare con le forze energetiche essenziali della natura universale e della vera vita. Perse nell'io particolare, così fatalmente e roboticamente impegnati a belare io voglio, io sono, le pecorelle finiscono col seguire tutte la stessa meta, la meta propinata dal super-io della politica e della religione in un via vai spaventoso e un agitar di gomiti, un dispiegare d'ugole perché il proprio nome sovrasti quello degli altri e sia più forte, più chiaro, rimbombi nelle orecchie.
Le pecore dimenticano che finché Ulisse disse al gigante Polifemo di essere nessuno, si mantenne sano e salvo. I guai cominciarono quando per vanità tutta terrena volle gridare il suo nome definente al figlio di Nettuno, diventando un eroe qualsiasi, infantilmente omologato, un parto egotico del fato, una marionetta, nel momento stesso in cui pensava di far valere l'astuzia del suo io individuale da burattinaio.
Ma essere nessuno troppo a lungo sarebbe stato troppo faticoso per la sua tracotanza d'eroe. 
Il mondo è pieno di eroi.
Ho sempre preferito l'anti-eroe. In fondo Polifemo con quel suo unico occhio primitivo è sempre stato, nella sua mostruosità, più innocente e autentico d'Ulisse.
Ma non tutti hanno il coraggio di essere nessuno.



Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


Nessun commento:

Posta un commento

Inserisci commento