domenica 28 febbraio 2016

La scossa termica©



Di Mary Blindflowers©




La scossa termica

tradisce la carne

dentro il cervello assente,

viaggiante,

la pioggia segna il ticchettio

di orologi perduti

nei flutti dell'incostanza,

la stanza è fredda e calda,

a seconda dei pensieri partoriti,

nell'anti-circuito svalvolare

che porta la corrente delle idee

dal cuore al mare che non c'è.

La morte è solo un attimo di possibilità

irrisolte,

un incontro con il capriccio

di onde corte

a lunga gittata

sull'assenza ingiustificata.

Passa uno zoppo per strada,

dice che oggi

sarà davvero una bella giornata

e canta: “non ho paura,

perché morire è solo capire

una parte d'eterno,

ma Dio, ti prego, fa che io muoia

che muoia,

solo d'inverno”


(Da Il parto elefantiaco del topo©).

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sabato 27 febbraio 2016

La poetessa (inedito)©

Di Cosimo Dino-Guida©

da leggere ascoltando questa musica:

https://www.youtube.com/watch…


Se ne stava già da un po’ di tempo in quell’angolo di mondo, dove nessuno la poteva vedere, dove nessuno poteva udirla mentre urlava le sue parole al vento. 
Aveva abbandonato la sua terra, l’amore protettivo della famiglia, la vita vissuta con le amicizie, la vita tormentata da amori insoddisfacenti e si era ritirata in un angolo sperduto nel nord della Scozia, portandosi dietro poche cose indispensabili, le illusioni e le disillusioni, i pochi sogni che continuava a sognare, una valigia carica di libri e parole.
«Devo stare da sola. Questo mondo non mi piace». Aveva detto a tutti, accomiatandosi. Aveva detto all’amico editore che, unico tra tanti, cercava di dissuaderla.
Ora le sue giornate non avevano regole, se non quelle che lei stessa aveva fissato. Dormiva quando aveva sonno e si svegliava quando ne aveva abbastanza. Mangiava, poco e raramente, solo quando lo stomaco imprecava ruggendo. La maggior parte del suo tempo veniva spesa fissando i fogli di carta bianca o passeggiando nella brughiera o in quell’angolo di rocce bianche che si frapponevano fra il mare del nord e le terre abbandonate.
A farle compagnia, sempre, un vecchio riproduttore di musica che ripeteva – ossessivamente – sempre lo stesso trio di Rachmaninoff. Solo in momenti che sentiva speciali, a Rachmaninoff si sostituivano Schubert e Beethoven, ma sempre trii o quartetti, perché adorava da sempre la voce calda del violoncello e le urla strazianti del violino.
“Vorrei scrivere poesie che avessero le voci della musica, e sono capace solo a concatenare parole che non sanno suonare” aveva detto, una volta, a un critico letterario che la osannava. “Dovrei imparare a conoscere la musica, e capirne tutte le sfumature. Sbagliate voi a definirmi poetessa. Il mio lavoro è una musica dissonante, con pochi ascoltatori ignoranti e senza un futuro ”.




Quel giorno era cominciato come tutti gli altri giorni, col registratore a tracolla, con la borsa piena solo di carta bianca e un paio di penne, con l’ampio mantello gettato sulle spalle ad accogliere lei e le cose, e il cappuccio stretto intorno al viso per ripararla dalle frustate di freddo del vento d’inverno. 
Il cielo era bianco di nuvole rarefatte. La brughiera non aveva policromie e la nebbia faceva fatica a sollevarsi.
Aveva percorso sentieri ormai noti, tagliati nella fanghiglia della neve sciolta e tra le siepi di rovi scuri. Rachmaninoff copriva a volume altissimo tutti gli altri suoni, finiva e ricominciava e il mondo delle piccole creature intorno, incuriosito, la accompagnava con sguardi sospettosi fin quasi alla sua meta, alla cima di quel promontorio che guardava indisturbato ai ghiacci, che sfidava con le sue bianche rocce il mare nero del nord, che si risparmiava l’oltraggio della nebbia.
Col tempo, e con tanta pazienza, aveva trovato una fenditura nella pietra, alla quale si accedeva difficilmente, camminando sulle ginocchia tra due sassi lisci che si sfioravano, e dopo quell’unica via di accesso c’era un pavimento di muschi morbidi, un tetto e pareti di pietra annerita, e un comodo sedile dove passava tempi infiniti a guardarsi dentro, con una penna nella mano e i fogli bianchi adagiati sulle ginocchia.
Quel giorno - accadde all’improvviso - Rachmaninoff tacque sulla terza battuta del terzo tempo e a nulla valsero i suoi sforzi per far ricominciare la musica. Decretò la morte di quel vecchio apparecchio, e lo seppellì con i suoi suoni e una lacrima d’addio.
Il cielo scuriva rapidamente.
Andò sul ciglio del precipizio e inspirò salsedine fino a saturare i polmoni.
Il mare nero disegnò le onde col bianco di schiume evanescenti e suonò accordi strazianti in tempi incalzanti.
Un volo di gabbiani contrappuntò note acute e staccate.
Il vento rinforzò, l’avvolse, le sollevò il mantello e la spinse verso il mare, poi la riportò indietro e le lambì le guance, la spinse ancora al mare e le sussurrò cupo all’orecchio parole mai udite, sollevò da terra i fogli bianchi e li disperse nel precipizio, la avvolse tutta. Poi tacque aspettando parole.
Quel giorno, la poetessa scoprì parole che non aveva mai udito e suoni che non aveva mai cantato, trovò parole sue da urlare a un orecchio attento.
Quel giorno. 
La poetessa fece l’amore col vento.




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giovedì 25 febbraio 2016

Un mare opaco©


Di Gabriel Lure©

Foto M.B.

Un mare opaco 

sembra di cristallo
oltre i cipressi,
marmo pallido
accarezzo fiori
di cui sconosco
i nomi e passeggio
tra mille croci e volti 
che m'osservano,
aspetto che il
cielo mi piova addosso. 

Questi funerei sentieri
sono l'ombra 
che indosso.

Non confondete 
il mio cuore 
col pallore delle ossa, 
ancora pulsa
e da la scossa.

Non venire a mietere
ciò che resta
del mio sorriso
ancora incerto.

Devo guadagnarmi
la luce del
paradiso

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martedì 23 febbraio 2016

I dialoghi di Nessuno©:

Dialogo da FB.

di Mary Blindflowers, Pablo Paolo Peretti©

I refusi non sono stati corretti.







Nessuno: Se pensate di essere poeti perché scrivete libri e poi andate a presentarli tra un buffet e un aperitivo, siete in errore; se pensate di essere intellettuali perché avete venduto agli amici, affini e collaterali più copie del vostro sublime capolavoro e su fb un codazzo di vezzosetti e vezzosette scrive che piacete anche se rassomigliate ad uno scorfano in bikini, siete in errore; se pensate di essere scrittori perché seguite la corrente di un partito, di un'associazione più o meno cattolica, di un giornale che pubblica i vostri articoli pilotati, e vi chiamate da soli artisti, scrittori, ebbene siete completamente fuori strada. L'artista, quello vero fa arte per fare arte, scrive per cercare di indurre la gente a pensare, non per vendere libri agli amici, ai parenti, non per bere aperitivi nei readings, per accettare consensi intervenendo ogni tanto nei post come se la sua risposta fosse una concessione di un dio dall'alto dei cieli alle povere pecore. L'artista vero non ama fare politica che gli darà innegabili vantaggi ma lo renderà schiavo, anti-artistico appunto, perché non potrà scrivere quello che pensa, ma solo quello che si può scrivere e che il partito, gli amici, i parenti e quant'altro consentono. Gli artisti non esistono più o se esistono non li caga nessuno. Fatevene una ragione.


Peretti: E' così in tutte le manifestazioni, dal salone del mobile, ai vernissage... però continua ad esistere ... magari tra una magnata e bevuta uno fra mille riesce a capire il perché è stato presentato un bel libro... e va benissimo anche quell'uno, o due o tre ... Nessun artista che fa arte e se invitato con la sua eccelsa arte o buffonata disdice un invito a una presentazione ...anche quelli che ne parlano male... fanno tutti la stessa fine... Basta guardare gli anarchici, quelli delle bombe... laureati in prigione e usciti come dei... e invitati in tutti i programmi... mi dispiace nente è statico, tantomeno il più temerario e vero di artista!


Nessuno: Non hai capito niente, vabbé, un giorno capirai...


Peretti: Senti ... ho capito più di quello che credi...e non ho bisogno di una pacca sulla spalla...


Nessuno: Sì, invece, ne hai bisogno, perché nel post non si parla affatto di essere statici, ma esattamente il contrario, son statici quelli che pensano che il loro ruolo di intellettuali si esaurisca nel vendere due libri e magari nel vendersi all'occorrenza, sono statici quelli che non dicono quello che pensano per paura di urtare la suscettibilità di due minchioni che mettono il mi piace senza neppure leggere, e sono statici mentalmente quelli che dicono io mi muovo, vado ai readings, comprano, se poi usano il libro per aggiustare la gamba del tavolo, che mi frega, intanto l'hanno comprato! E sono statici quelli che si iscrivono ad un partito per fare carriera e pensano solo ai loro porci interessi particolari. Cadaveri, cadaveri!


Peretti: Non posso tenere un archivio sulle attitudine di ogni lettore che mi legge ... sarebbe impossibile... allora è meglio scrivere per se ...così non si incappa in mostri che imbruttiscono il nostro averci acquistati.


Nessuno: Perché rispondi cipolla quando io ti parlo di aglio? lo vedi che non hai capito? Qui si parla della morte della purezza dell'arte non del tuo controllo sui lettori, si parla del messaggio non della tua attitudine particolare... Non si criticano i lettori ma gli scrittori o presunti tali...


Peretti: Non fa una piega quello che ho scritto ... non gettare nebbie inutili... il bel tempo fa da padrone.


Nessuno: Ma quale piega, non hai detto, sei perfettamente ingranato nel sistema.


Peretti: per me sei tu che non hai capito e nel sistema ci sei dentro anche tu bene o male...


Nessuno: non credo proprio...


Peretti: Se no fai arte per te , dipingi per te e parla per te!


Nessuno: Fare arte significa anche comunicare un messaggio, non andare ai readings, dire due minchiate, vendere due libri e stop, questo non è fare arte, bisogna andare oltre, dire quello che si pensa, anche contro i nostri particolari interessi, ed è giusto che vedano e che leggano il messaggio che hai da comunicare, è giusto che capiscano però.

Peretti: Fai la tua arte ... io faccio la mia ... semplice...


Nessuno: Demandare agli altri il compito è comodo, vai avanti tu, poi vediamo, se va bene ti seguo, se no io rimango qui, fra le pecore...


Peretti: Non ho pecore come compagni , tantomeno pastori che mi indicano la strada ... non preoccuparti...


Nessuno: Le pecore sono tutti quelli che non vanno oltre e demandano agli altri il compito, quelli che dicono io sto zitto perché questo si può dire e quell'altro no, non è conveniente. Ecco io me ne sbatto delle convenienze, al cubo proprio.


Peretti: Tu della tua vita puoi fare quello che ti pare e piace ... la vita degli altri non è la tua ...


Nessuno: Guarda che tu stai nella mia bacheca fino a prova contraria...


Peretti: Anche tu ieri eri nella mia... uno a uno ... buona giornata...


Nessuno: A sfottere le tue pecore... che non sanno nemmeno rispondere se non in privato nella tua chat perché sono pecore e pecore rimangono...


Peretti: Non sono problemi miei...


Nessuno: Eccolo, qui ti volevo, il tuo problema è solo quello di vendere due libri, non vai oltre... Torniamo a bomba torniamo... Per questo l'Italia è l'Italia i problemi non sono mai di nessuno, sempre degli altri, ognuno a coltivare il suo orticello... Poi vi accorgete che esiste una coscienza collettiva e altri orticelli quando si va alle urne e ci si lamenta del popolo bue quando i bovi siete voi, poeti e intellettuali qualunquisti da orticello.

Peretti: Ma chi sei tu per coniare il perfetto comportamento dell'artista? L'arte è contraddizione non statica come i tuoi discorsi...



Nessuno: Nessuno, l'ho detto, c'è scritto anche nel post, in sintesi la parola Nessuno è autocontraddizione, auto sbeffeggio, autosgambetto di Socratica matrice... eheh. Cerca di non prenderti troppo sul serio caro Pablo, il resto è noia, saccenteria borghese, individualismo che pensa che ogni cosa sia riferita a sé. L'arte è trascendimento...


Silenzio.

Cala il sipario.


Gli orticelli sono in fiore, purtroppo.
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lunedì 22 febbraio 2016

"La civiltà dei nomi"©

Di Mary Blindflowers©



Viviamo in quella che i filosofi naturalisti greci definivano ironicamente la “civiltà dei nomi”, un mondo in cui le parole sono al servizio di azioni ed interessi. Hegel lo chiamava Einzelnheit, una sorta di individualità psicopatologica che porta alla Isolierung, isolamento. Metodo sicuro per segnare il distacco definitivo dell'uomo dalla natura. Il vizio di questo sistema consiste nell'allontanamento dell'individuo dal principio di armonia universale in nome di un io individuale e finalistico per sua stessa definizione, perché mirante a una meta: io miro a...
Ciascuno grida così il proprio nome definente, etichettandosi, per esempio, (tanto per rimanere in ambito letterario), come poeta, scrittore, artista, come se nella vita reale fosse naturale presentarsi dicendo: “Piacere, Mario Rossi, poeta”, senza sembrare piccoli vanitosi patetici.
Io faccio, io dipingo, io scrivo, io creo... Quest'io sempre dannatamente tra i piedi sembra condizionare ogni azione, ogni movimento, perfino i pensieri, in una società omologata in cui conta più la definizione che non la reale essenza.
Per Buddha era essenziale distruggere l'io per salvarsi, per vivere in armonia con le forze della natura. 
L'uomo perfetto “non ha io”, nel senso che sbeffeggia continuamente la presuntuosa tracotanza del suo io, gioca con lui privandolo delle etichette definenti, depauperandolo per fargli ritrovare la vera ricchezza, consentendogli così di sfuggire alle regole subnullizzanti della società globale, robotizzata, omologata, prestampata, perfettamente inquadrata con divisione di ruoli precisi e nomi che dicono tutto e niente.
Il punto di non ritorno del parossismo egotico è dato dalla totale identificazione col nome, noi siamo quel nome, siamo ingegneri, poeti, imbianchini, dottori, e null'altro. Il maledetto nome pretende con il suono e la parola scritta di dare definizione ad un'essenza che definibile non è, perché il nome è conoscenza parziale e illusoria, falsamente consolatoria.
L'essenza per sua natura è sfuggente, non ama essere messa dentro una bottiglia con sopra una bella etichetta. Così in virtù del nome si rinuncia all'essenza per puro desiderio di durabilità eterna. 
Quante volte abbiamo sentito un discorso del genere: 

A: Che cosa fai? 
B: Sono ingegnere. 
A: Capisco.
A ne sa quanto prima, in realtà, perché il fatto che B sia ingegnere non esclude, per esempio, che sia uno stupratore o un assassino. Ma il solo nome che rimanda ad un inquadramento sociale, tranquillizza.
La volontà di resistere al tempo attraverso nomi definenti, che dovrebbero dar loro lustro e pregio, è assimilabile al sentimento religioso, alla credenza nella vita eterna. 
Il poeta si chiama poeta perché vuole essere ricordato attraverso l'etichetta, non si rassegna a morire, perché la morte è oscena, è vuoto essenziale, nero più nero spaventoso, fine di tutto. Il poeta che si chiama da solo poeta non loda l'affascinante baratro dell'essenza, detesta la sua stessa fine, ama la pienezza di ciò che lui chiama essere e che identifica erroneamente col nome. Così questo povero poeta, per non morire, firma la sua condanna a morte, scambia l'ontologia con l'essenza, e si autodefinisce senza aspettare che lo facciano altri, convinto che tutti lo ricorderanno in eterno. Gonfierà fieramente il petto prima di leggere le sue poesie nei circoli letterari degli amici, e dirà con sussiego, “io sono un poeta, ora vi leggo la mia ultima poesia”. 
Il credente è mosso dallo stesso meccanismo, non si rassegna all'anonimato, alla fragranza piena del non essere e preferisce un vuoto esserci senza essenza, una presenza fissa definita dalla pomposa frase “vita eterna”, convinto che non morirà mai.
Operazioni autoconsolatorie che sanciscono il trionfo dell'illusione.

Deduco che dunque la civiltà dei nomi sia un surrogato gentile e ammaliante della morte che terrorizza gli uomini a tal punto da impedir loro di comunicare con le forze energetiche essenziali della natura universale e della vera vita. Perse nell'io particolare, così fatalmente e roboticamente impegnati a belare io voglio, io sono, le pecorelle finiscono col seguire tutte la stessa meta, la meta propinata dal super-io della politica e della religione in un via vai spaventoso e un agitar di gomiti, un dispiegare d'ugole perché il proprio nome sovrasti quello degli altri e sia più forte, più chiaro, rimbombi nelle orecchie.
Le pecore dimenticano che finché Ulisse disse al gigante Polifemo di essere nessuno, si mantenne sano e salvo. I guai cominciarono quando per vanità tutta terrena volle gridare il suo nome definente al figlio di Nettuno, diventando un eroe qualsiasi, infantilmente omologato, un parto egotico del fato, una marionetta, nel momento stesso in cui pensava di far valere l'astuzia del suo io individuale da burattinaio.
Ma essere nessuno troppo a lungo sarebbe stato troppo faticoso per la sua tracotanza d'eroe. 
Il mondo è pieno di eroi.
Ho sempre preferito l'anti-eroe. In fondo Polifemo con quel suo unico occhio primitivo è sempre stato, nella sua mostruosità, più innocente e autentico d'Ulisse.
Ma non tutti hanno il coraggio di essere nessuno.



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domenica 21 febbraio 2016

Dialogo tra un asso di Fiori e nessuno©

postato da Mary Blindlowers

Questa conversazione è avvenuta realmente su fb.

Leggete se vi garba, il discorso verte sull'arte.

Eugenio Carmi


Asso di Fiori: Non bisogna perdere tempo, come per dire che certi concetti sull'arte dovrebbero ormai essere condivisi. Un po' come quando ci costringono a parlare dei tagli di Fontana o delle scatolette di Manzoni dopo mezzo secolo...

N. Fontana non mi piace e niente dovrebbe essere condiviso perché il sistema della politica sull'arte lo impone, bisogna far muovere ciascuno i propri neuroni, a me piace quello che mi piace non quello che mi dicono deve piacermi, c'è molta differenza.

Asso di Fiori: Vediamo se riesco a farmi capire. Tutti abbiamo il diritto di criticare e di stabilire ciò che ci piace, ci mancherebbe che non fosse così. Ma discutere su cose già assimilate e catalogate non serve perché tanto nessuno cambia idea. La cosa da condividere è solo la consapevolezza che diventa una perdita di tempo

N. Non esistono cose già catalogate, la catalogazione è un bluff di politica e agganci, un gioco di potere. Solo gli sciocchi non cambiano mai idea. Il tuo assioma parte da false premesse, un sillogismo vacillante, tipico della cultura preconfezionata.

Asso di Fiori: Se ci incontriamo a tavola approfondiamo il discorso. Sei un bel personaggio.

N. Spero di essere sempre persona e mai personaggio, giacché i personaggi sono finti e io sono nessuno. Il tempo non può essere perduto dato che non si può perdere qualcosa che non esiste.

Asso di Fiori: Questa sembra che l'hai letta nei baci perugina.

N. Invece tutto quello che hai detto sembra che l'hai letto sul programma ufficiale di regime, compreso l'invito a magnà. Quando non si sa cosa dire in Italia si butta la pasta

Asso di Fiori: Come mi hai scoperto? Bravissima.

N. Ho la palla di cristallo contro l'inerzia e lo stallo. Domani chiedo alla perugina se mi assumono.

Asso di Fiori: Sì, perché scrivi anche in rima e di solito piace.

N. Ho sempre sognato di scrivere aforismi sui bigliettini dei cioccolatini, quando mi chiedevano da piccola cosa vuoi fare da grande? Voglio scrivere aforismi sui bigliettini dei cioccolatini, fa rima e c'è... L'arte è puttana e borghese (Bene).

Libri libretti: A me piacciono le puttane.



Ersilia: Immaginate che il mondo sia un cerchio, che al centro sia Dio, e che i raggi siano le differenti maniere di vivere degli uomini. Quando coloro che, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, essi si avvicinano anche gli uni agli altri oltre che verso Dio. Più si avvicinano a Dio, più si avvicinano gli uni agli altri. E più si avvicinano gli uni agli altri, più si avvicinano a Dio...

N. Dalle puttane a dio, ottimo. Cos'è in fondo Dio se non una puttana che da la vita a tutti?






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Monica & Monique, doppio ossimorico (dalla prefazione)

Di Mary Blindflowers©




Il doppio è argomento affascinante, materia da manipolare per creare storie, per plasmare situazioni in cui tutto può essere ciò che non appare. Il tema dell'alter ego ha ispirato poeti, novellieri, registi e pittori. 
Il 23 giugno 2003 la società americana Linden Lab, ha lanciato l'idea di Second life, un mondo virtuale, elettronico digitale in cui ogni soggetto può creare un avatar tridimensionale che può fare acquisti virtuali con il Linden Dollaro, partecipare ad attività, lezioni, mostre, scattare fotografie, scambiare beni con altri residenti di questo mondo virtuale. Così ognuno è libero di crearsi il perfetto alter ego, di proiettarsi in un mondo surreale in cui si può essere ciò che si vuole e che non si riesce ad essere nella vita reale.
L'alter ego virtuale è un po' come la religione, nasce da un bisogno, un disagio con se stessi, dal dolore di non riuscire, di non avere, di essere vuoto a perdere e di non poter bucare lo schermo del mondo reale con la propria personalità. L'ego non è sufficiente, occorre un supporto, un aiuto, occorre rendere se stessi come Dio, avere potere di fare, almeno nel mondo virtuale... L'essere umano è curiosamente complicato.
E, come si è detto, le possibilità di duplicazione dell'ego affascinano da sempre i narratori.
“Monica e Monique” di Cosimo Dino-Guida, fin dal titolo si rivela gioco sottile, in cui il nero diventa bianco che a sua volta è nero con sfumature di grigio, anche se ad un primo sguardo sembra immacolato e puro. La materia sfugge. L'uomo non è un monolite, come canta Battiato in “Scherzo in minore”: “non è pietra di tungsteno e cambia spesso proprietà, uccide sempre a tradimento con veleno di invidie e di infedeltà”. L'inconscio cela perversioni dunque, malattie dell'anima, mostri che la veglia reprime e che si aggirano nel buio. L'autore, in una sintesi ossimorica di opposti e identificazioni dipanantesi in due atti, rievoca l'antico simbolo del libro dei mutamenti per il quale in ogni bene ci sarebbe un po' di male e viceversa.
E le protagoniste di questa pièce alternano luce e oscurità a dimostrazione del fatto che ogni creatura umana è grigia, un impasto di buio e tenebre. 
Lo stereotipo viene spezzato, l'etichetta buono-cattivo, è sovvertita, in nome di un'analisi più profonda, genuinamente eviscerativa dell'essere.
E in questo senso “Monica e Monique” può essere intesa con afflato destrutturalista, laddove destrutturalismo indica la demolizione del comune buon senso, dei bollini che la società impone ignorando la natura istintiva dell'uomo. Il super-ego ordina, l'uomo dovrebbe ubbidire, in modo che tutto possa essere regolamentato, catalogato, inquadrato in un preciso sistema di causa-effetto. Però il potere spesso ignora l'istinto, base ineliminabile nell'uomo e nella donna. L'istinto produce conseguenze, rimescolamenti della coscienza, emerge dalle tenebre dell'imposto per implosioni non sempre positive. La vera natura prima o poi viene fuori, eludendo i mascheramenti super-egotici, eludendo le convenienze, la sintesi meccanica e fredda della buona educazione borghese. Il termine “brava ragazza”, comunemente usato dal benpensante medio con tendenza a scandalizzarsi, assume così una sfumatura d'ironia nella sua metamorfosi in oscenità perversa, in boccaccesca sintesi un poco tragica perché fa riflettere su come va il mondo, un poco brillante perché l'ironia che la sorte offre fa sorridere anche se amaramente.
E se in “Monica e Monique” la prostituzione assume sfumature differenti nelle due protagoniste, riuscendo nell'una ad uccidere anima e onestà, mentre la sana coscienza dell'altra, resiste e si rafforza nel finale, l'autore riprende il tema nel racconto “Vico Lungo Gelso” che chiude il libro.
Qui il tema del meretricio è associato a quello della morte. Il linguaggio è semplice, ma denso. Il secco dialogo finale che chiarisce gli accadimenti con efficace sintesi, è come un colpo di frusta ben assestato sui fianchi del piacere che il protagonista avrebbe potuto provare.
E quel buio che l'autore cita più volte all'inizio del racconto, mentre il protagonista cammina verso il piacere, è come un'anticipazione tragica e fredda dell'oscurità che segna la fine.
Del resto l'associazione tra Eros e Thanatos nel loro dissidio cosmico, è antico, se già Empedocle ne disquisiva ampiamente trattando di Phìlia e Neikos, rispettivamente amore e distruzione. 
Scrive Massimo Fagioli in “Istinto di morte e conoscenza”: «l'istinto di morte costituisce la matrice dello sviluppo della vita psichica... Concettualizziamo cioè la creazione dell'immagine come fusione dell'istinto di morte con la libido...»1. La fantasia di sparizione concettualizza le possibilità libidiche dell'uomo. La tendenza al ritorno verso il buio, a chiudere gli occhi, sparire e far sparire si traduce nella rimembranza dell'oscurità uterina, quando l'unico contatto con il mondo è rappresentato dalle sensazioni tattili-libidiche. La morte è il ricreare il se stesso fetale con la realizzazione inconscia di libido-tatto-piacere, un regressus ad uterum in cui le matrici perinatali trovano compimento e giustificazione.
La prostituta, che fa commercio della propria carne, è in Vico Lungo Gelso l'agente tra morte e libido, tra piacere e annullamento del sé. Del resto nello stesso atto sessuale esiste il momento sintetico del confondersi, dell'annullarsi, come un obnubilamento di coscienza, un ipnotico perdersi per poi riaversi. In questo caso però arriva il dialogo cesura che avverte premurosamente il lettore, con realistica e tragica evidenza, sì, lo avverte che quel perdersi, quell'ipnosi è arrivata fino alle estreme conseguenze, fino alla distruzione totale degli atomi del corpo. Anche qui il termine “brava ragazza”, assume un sapore lievemente umoristico, come una beffa nelle chiacchiere dei bene informati. Anche se incastonata in un contesto tragico, l'espressione sottolinea l'aleatorietà dei punti di vista, i balzelli della morale, che muta a seconda delle circostanze, delle persone e dei tempi.
Sicuramente un libro da leggere perché va oltre la parola scritta, esulando da banalità preconcette, luoghi comuni e déjà vu tipici di tanta produzione teatrale che più che creare nuova materia, manipola quella già esistente, cambiando magari i nomi dei personaggi, gli sfondi, ma ripetendo lo stesso cliché. Siamo in presenza di una storia originale, scorrevole, densa e sottile, da leggere tra le righe, scritta con accuratezza, con la precisa consapevolezza dei tempi scenici e delle giuste pause.









1M. Fagioli, Istinto di morte e conoscenza, L'asino d'oro, 2010, Roma, pp. 136 e ss.

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venerdì 19 febbraio 2016

Non dirò questa strada©

Di Mirko Servetti©

Non dirò questa strada, dunque.
Saprei, senza voce, avvertire
dove sperde i suoi lati, presumendo
la vita come insieme di rapidi sguardi
a seguire. Forse credi che finiscano i binari
in certi punti del dove, in certe infiorescenze
del quando. Tutto ciò che non è detto né osservato
è offerto per una lunga fila di perle
rubata al tesoro di uno struggente contatto.
Del resto, un lampo obliquo mi spinge
al ventre più cieco della terra
così da sfuggire ai bagliori
altrimenti inguardabili della Bellezza,
e saprò in seguito quale atto di viltà ho commesso


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giovedì 18 febbraio 2016

Un legame terreno©

Di Mary Blindflowers©




Nessuno parla mai di defecare,

sembra qualcosa di cui

ci si debba vergognare,

un legame terreno da dimenticare,

una liberazione reiterante

da scordare.

Eppure anche quei poeti tutto sole,

cuore, ardore, buon odore

che vedete declamare lindi e pinti

coi capelli tinti

in exploit televisivi,

sembrano quasi vivi

e e

vanno pur essi a defecare,

e quelle snob altolocate

tutte ben truccate

che mostrano sì no,

vedo non vedo

nell'etica del cedo

tanto poi prego,

vanno pur esse a defecare,

e pure il prete che parla

dal palo dell'altare

di luce spirituale,

bene e male,

e concepisce questo pensierino

tra l'organo e le brache di un bambino,

va pur esso a defecare,

e i poeti, gli scrittori da premio letterario

e i bambolotti che presentano Sanscemo,

i politici, i mafiosi, il papa,

le monache che si fanno un ditalino,

gli editori a pagamento,

i biliosi, gli assassini,

quelli che se ne lavano le mani,

i pittori, i portaborse,

i cani,

lo stesso dio,

vanno tutti a defecare,

non ci si può proprio sbagliare,

tranquilli senza corse,

prima porta a destra

di preferenza al mattino.

Giacché ci sono

vado pure io.


(da Il parto elefantiaco del topo©)

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Jim Morrison (forse) non è morto©


Di Andreas Finottis©



Di tutte le leggende del rock l'unica che può essere vera è quella che Jim Morrison non è morto. Può essere ancora vivo perché sarebbe finito in carcere se viveva, aveva un processo da affrontare, ci sarebbe finito per poco tempo ma uno spirito libero come lui non lo avrebbe sopportato, avrebbe fatto di tutto per evitarlo. Era anche stanco della vita da rockstar, l'ultimo "L.A. Woman" era un disco che diceva addio, intriso di un senso di fine, come se sapesse che era l'ultimo che faceva. Si era incontrato dopo tanto che non lo vedeva con suo padre, poco prima della presunta morte, e il padre era ai più alti livelli dell'esercito (ammiraglio). In più il chitarrista dei Doors Robby Krieger vide la tomba e disse che era troppo corta per l'altezza di 180 centimetri che aveva Jim Morrison, era la tomba di uno più basso, perciò il cadavere sepolto non era lui e il funerale era stato una messa in scena per crearsi una nuova vita. La cosa più incredibile è che girano voci che si sia fatto una plastica facciale per rendersi irriconoscibile e abbia ricominciato a fare musica col nome di Barry Manilow, facendo musica di tutto altro genere ma avendo ugualmente molto successo. I sostenitori di questa tesi sono numerosi e portano prove molto credibili: Barry Manilow prima della morte di Jim Morrison nessuno lo conosceva, l'età e la struttura fisica sono identiche, stessa corporatura e soprattutto stessa ampiezza del viso, che anche se ne cambi l'aspetto facendo una plastica facciale l'ossatura sottostante non riesci a cambiarla. Hanno anche analizzato le due voci e sono sovrapponibili come due impronte digitali uguali, pure la maniera in cui compongono le canzoni è simile benché con generi musicali diversi ( rock per Jim Morrison e pop commerciale per Barry Manilow).


Io continuo a crederci poco perché gli occhi sono di due persone diverse e rispecchiano due personalità quasi opposte.
Sicuramente tramite suo padre aveva la possibilità di accedere alle più avanzate tecniche di chirurgia facciale in uso ai servizi segreti, con cui dicono i sostenitori della tesi abbia fatto un patto per evitare di essere perseguitato in quanto era tra i leader più seguiti della ribellione giovanile dell'epoca e si era accorto che stava cominciando la repressione, lui sarebbe stato sicuramente imprigionato, perseguitato e molto probabilmente ucciso.
Ma ritengo più probabile che abbia inscenato la sua morte e poi si sia ritirato in qualche località sperduta a fare una vita libera a contatto con la natura.
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martedì 16 febbraio 2016

Il giorno appresso, da gli Imitatori di farfalle©


Di Mary Blindflowers©



Sei tu che prendi i miei silenzi al lazzo,
che lanci anatemi su ogni mio nemico
seduto sull'ipotenusa stella fissa
del tuo amore psichedelico e loquace
verace contro il disfacimento
del nostro tempo instabile e infelice.
Che pioverà ancora, domani, si dice,
e poi ancora il giorno appresso.
La carne dura meno di un cipresso.



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Nazismo o poesia?©

Di Mary Blindflowers©



Di recente mi è capitato di discutere con un amico, il signor X, sulla quantità e qualità dei lettori più o meno consapevoli.
Il signor X è un tipo sveglio, intelligente e dinamico, con un profilo fb pieno di foto in cui mostra l'esito di palestra costante e poesie postate a cadenza abbastanza regolare.
Scrive bene e unisce il suo fascino mediatico alla bella scrittura.
Ho notato però che ai post del signor X intervengono solo donne, raramente uomini, e questo stuolo di fans gli danno sempre ragione, qualsiasi cosa lui dica. Se dicesse che gli escrementi di un cane hanno una loro attrattiva poetica a ben guardarli, lo stuolo delle fanatiche, direbbe di sì, che è proprio così, gli escrementi di cane assumono forme strane ed artisticamente rilevanti.
In poche parole non c'è contraddittorio, dato che X, a differenza di me, è simpatico a tutti o meglio a tutte.
Così si discuteva della vendita di libri.
X sostiene che non è necessario chiedersi perché comprino il suo ultimo libro, l'importante è che lo comprino, se poi mettessero il volume sotto la gamba di un tavolo, sarebbe lo stesso, tanto oramai il libro se lo sono comprato e lo hanno pure pagato. L'importante è vendere a persone a cui siamo simpatici.
Io non la penso così, forse perché sono terribilmente antipatica, forse perché sto fuori dal mondo, ma vedo le cose da una prospettiva completamente differente, una prospettiva Y.
X dice che sono "nazista", io invece dico che sono "poetica e surrealista".
Vi spiego perché.
Non mi va di chiedere ad amici e parenti di comprare il mio ultimo libro, non voglio che siccome hanno affetto per me, spendano i soldi per acquistare un libro che probabilmente neppure leggerebbero, solo per farmi un piacere personale. 
Ma come, amico caro, non ti compri il mio libro?
Ecco, questa domanda puzza di ricatto affettivo, come dire che infame che sei, se non compri, bell'amico se non spendi neppure pochi euro per darmi questa soddisfazione,
L'amico si sentirà imbarazzato, non saprà cosa rispondere e finirà col comprare, per amicizia, appunto, non per amore del libro in se stesso che magari neppure aprirà.
Oltre agli amici di X, ci sono anche le immancabili fans, quasi tutte single, depresse all'ennesima potenza, quelle di cui ho detto sopra, che vorrebbero ingraziarsi X dandogli sempre ragione anche quando ha palesemente torto,  quelle che comprano il suo ultimo libro, avvertendo X di averlo comprato.
Tutto perfetto, se non fosse per il fatto che trovo tutto questo inutile.
Avrei piacere che un bel giorno il signor Z a me sconosciuto, che non ha alcun legame con me, di nessun tipo, si recasse in libreria e dopo averlo sfogliato un po', comprasse uno dei miei libri, perché gli sembra interessante e poi lo leggesse anche senza alcuna preoccupazione di far piacere o meno all'autore.
Il signor X dice che questo desiderio che io trovo poetico e surreale è nazista, perché io vorrei selezionare il lettore sulla base delle mie esigenze, mentre a lui invece interessa solo che comprino.
Il problema per chi capirà questo articolo non è quello della selezione dei lettori, ma quello di essere letti o di essere solo acquistati.
A me piacerebbe vendere, inutile negarlo, ma vorrei vendere a persone che comprano in libertà, senza ricatti affettivi.
Viviamo in un mondo in cui ciò che conta è il business, ma non sarei per niente contenta, a pensarci bene, se un amico comprasse un mio libro e lo usasse per sistemare la gamba di un tavolo, no, non sarei per niente soddisfatta, perché non si scrive per sistemare le gambe dei tavoli e neppure per vendere a 4 fans infoiati che comprano per compiacere.
Si scrive soprattutto per chi non si conosce, si scrive per chi ha voglia e garbo di leggere veramente, per chi dedica alla lettura tra le righe due minuti in più del suo prezioso tempo, per chi vuole fermarsi a pensare, e dire questo libro mi piace oppure no, non mi piace, per questo e quest'altro motivo. Il resto per me non conta, non contano i like per compiacere, non contano gli pseudo-consensi, non contano le parole di chi mi scrive, "se tu ti sforzassi di essere più simpatica prenderesti molti più like".
Vorrei un lettore consapevole, di qualsiasi estrazione sociale, bello, brutto, alto, basso, laureato, non laureato, libero, occupato, semplice, complicato, ma un lettore, uno vero. Ma io sono antipatica, come ha detto una fans del signor X, sono "una psico-allucinata" che vive in un mondo tutto suo in cui la poesia e/o disinteresse verso certe pseudo-dinamiche di allucinazione collettiva, viene scambiato per nazismo.
Non ci posso fare niente.




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Concorrenza sleale©

Di Andrea Dotti©



-Bene, vedo che ha seguito i miei consigli; l'uniforme aumenta la discrezione della sua presenza. Ora è più difficile individuarla; la lascio proseguire con le sue attività. Buon pomeriggio- . Il gigante dai lineamenti squadrati e il cranio sempre perfettamente rasato ha parlato.
Un discorso lungo per il suo carattere. Darejan Tibilov ex colonnello dei servizi segreti Georgiani è un uomo d'azione e apre la bocca solo quando indispensabile; silenzioso come un felino lascia l'ufficio avvolto nella penombra e con delicatezza richiude alle spalle la spessa porta corazzata rivestita con legno pregiato.
Insaccata in una delle tante mimetiche dagli improbabili colori prodotte a basso costo a Myanmar e rivendute da commercianti Thailandesi una giovane donna è seduta dietro una scrivania trasparente e leggera. Pelle ambrata e lunghi capelli neri fluidi; abituata all'abbigliamento elegante delle persone d'affari non riesce a immaginarsi vestita con gli abiti che indossa in questo momento.
Anche di fronte allo specchio l'inconscio percepisce un sogno; invece è l'evoluzione della realtà.
Clarinda Serrano figlia di Gualterio, un uomo che ha creato da solo l'impero finanziario ereditato dalla adorata Clarindita. Un percorso iniziato da un adolescente piccolo spacciatore nei vicoli di Malambo e concluso da un adulto alla guida di una della maggiori organizzazioni dedicate alla produzione e al commercio di cocaina dell'America del sud.
La giovane ereditiera, educata in referenziati collegi europei e laureata alla prestigiosa università dei gringos a Harvard, non ha avuto scelta; per volontà testamentaria del padre e degli affiliati all'organizzazione è diventata il capo.
Grazie al suo stile manageriale la struttura è cresciuta. Redditizi investimenti in fondi bancari globali hanno portato a utili reinvestiti nell'ampliamento delle attività espanse nella distribuzione al dettaglio del prodotto in quasi tutto il pianeta.
Sul fronte diplomatico altre organizzazioni simili sono state inglobate, a volte con le buone elargendo denaro e favori mentre in altri casi i modi energici si sono rivelati indispensabili.
Senza gli eccessi plateali del defunto capostipite; lui non esitava a fare a pezzi nemici e antipatici con la motosega durante le feste di famiglia, generalmente prima del dolce.
La figlia è ricorsa a specialisti, tecnologie precise, intelligence e parecchie rimozioni asettiche e terminali. Nessuna traccia dei cadaveri, prove assenti; ma i rimasti in vita capiscono e accettano le condizioni della Signorina Serrano.
Anni di incessante lavoro sono alla base del cartello di Santa Firmina, l'organizzazione del narcotraffico più potente del pianeta. L'equivalente di una multinazionale nelle mani di Clarinda, l'imperatrice della polvere bianca, protetta da un esercito privato composto da esperti mercenari comandati dal granitico Tibilov.
Nell'ufficio dalle pareti color pesca le mani della donna spostano un mouse; sullo schermo scorrono immagini che mostrano scene di panico. Persone impazzite, confusione. Interi agglomerati urbani fuori controllo, incidenti e azioni inspiegabili.
In un angolo un pregiato e laccato mobiletto orientale supporta le proiezioni olografiche della Beata Vergine e del volto del padre sorridente; un cero votivo acceso si consuma lentamente esalando un sottile filo di fumo grigio.
Gli eventi attuali derivano dalle scelte delle nazioni europee. Mentre il vecchio continente è percorso dalla periodica ondata salutista che quasi scatena persecuzioni contro i fumatori al parlamento di Bruxelles decidono di liberalizzare l'impiego degli stupefacenti, almeno per uso personale.
I politici hanno fiutato guadagni e vantaggi. Il numero dei fumatori diminuisce, le entrate generate dalle imposte applicate ai prodotti originati dal tabacco subiscono una flessione direttamente proporzionale.
Nascono i Monopoli Europei, specializzati nella produzione di cocaina sintetica. Gestione statale targata Unione Europea e concessione a rivenditori autorizzati dalle singole nazioni.
La neve artificiale arriva nelle narici di milioni di consumatori a prezzi convenienti. Il testo della Commissione Europea richiede solo il compimento del sedicesimo anno di età e vieta la diffusione dei risultati di ogni forma di indagine medica relativa ai soggetti che la assumono.
Oltre agli introiti fiscali elevati i clienti sono cittadini dinamici e felici; non aderiscono a movimenti di protesta e evitano di occuparsi della realtà che li circonda.
Per l'azienda della manager Serrano un brutto colpo. Ma reagisce; ingaggia avvocati esperti in diritto commerciale e riempie di banconote le grosse tasche dei parlamentari.
In pochi mesi la legalizzazione è estesa anche alla polvere naturale e di importazione; il braccio di ferro è incessante. I Monopoli tendono a ribassare i prezzi e lei deve seguirli per mantenere le quote di mercato limitando così i guadagni.
Poi gli europei, grazie a alcune famiglie, iniziano a penetrare il mercato illegale degli Stati Uniti. Clarinda risponde con metodi che avrebbero fatto la gioia del padre. Automobili esplodono, depositi clandestini bruciano e un buon numero di esponenti dell' onorata società sono corpi putrefatti e cibo per topi lungo i condotti fognari.
La situazione in America settentrionale è di nuovo sotto controllo ma è una vittoria seguita dall'orrore; intere piantagioni deperiscono, marciscono e muoiono.
I botanici e gli agronomi individuano la causa; un organismo geneticamente modificato.
Parassita spietato attacca esclusivamente le piante di coca e è innocuo per le persone, animali e altre colture. Con rapida efficienza, grazie a contatti oscuri e sotterranei, il colonnello georgiano porta alla luce l'origine del problema.
Delhi Airship. Società Indiana specializzata in operazioni contractor con droni per qualsiasi applicazione civile e militare richiesta. Pagata dai Monopoli Europei, con l'aiuto di una società di copertura legata alla triade, per rilasciare da alta quota i microscopici organismi assassini programmati per fare del male alle tenere pianticelle di cocaina assestando così un colpo mortale, o quasi, alla concorrenza.
Per ingraziarsi il cartello di Santa Firmina esponenti della mafia Cecena fanno sapere che lo spietato OGM è stato sviluppato da una società temporanea di imprese chimiche Tedesche completamente finanziata con i fondi europei per la ricerca scientifica.
La struttura guidata da Clarinda corre ai ripari. Coltivazioni idroponiche in ambienti chiusi; vecchi stabilimenti dismessi sono completamente sigillati e ventilati solo con aria accuratamente filtrata e analizzata. In una foresta di luci artificiali e irrorata con acqua purificata cresce la cocaina naturale 2.0.
L'affronto è pesante e il clan Serrano, per non perdere la credibilità globale, deve vendicarsi. Clarindita riflette a lungo. Poi incarica gli esponenti del cartello di occuparsi del reclutamento di hacker, specialisti in automazione e produzione chimica.
Compensi elevati, alloggi lussuosi gratuiti in sud America, assistenza di ogni genere e scuole private per i figli. Una offerta allettante per molti tecnici europei desiderosi di allontanarsi da impieghi precari, crisi aziendali ricorrenti e salari miseri.
Incorniciate nel monitor la donna in mimetica continua a osservare scene di devastazione. Il pensiero corre al quartiere chiamato “distrito de cerebros” dove ha riunito i tecnici europei. Una risorsa preziosa amorevolmente difesa da gente attrezzata con armi da fuoco e fede assoluta in santa Firmina.
Abbandona il mouse. La mano curata alza la cornetta attaccata a un telefono dal design minimalista svedese e preme un tasto. Sequenza di toni; il numero corrisponde al cellulare del vecchio zio Pepito incaricato di tenere sotto stretta sorveglianza il “distrito de cerebros”.
-Mia adorata nipote...- risponde una voce generata da corde vocali corrose dai vapori lasciati da infinite bevute di tequila.
-Pepito, adorato zietto. Tutto a posto, nulla di strano?-chiede con dolcezza Clarindita.
-Tranquilla. Pace e serenità come sempre. Garantito da Pepito Serrano. Non preoccuparti...è che tu sei troppo buona. Uccidi i nostri nemici e poi fumati un sigaro-
-In questo momento pagano cara la loro vigliaccheria. Caro Pepito continua a essere i miei occhi e le mie orecchie. La vendetta prosegue. Ciao zio.-
-Sempre a disposizione piccola mia-.
Tutto come previsto. Nelle unità produttive dei Monopoli Europei gli esseri umani non esistono. I processi di sintesi sono affidati a robot gestiti da sistemi di intelligenza artificiale multi livello. Attraverso la rete comunicano con i centri elaborazione dati delle sezioni amministrative e commerciali.
I “cerebros” hanno seguito le correnti di dati, violato protocolli, scardinato algoritmi di sicurezza e deviato le intelligenze artificiali. Un attacco elettronico definitivo.
Per quarantotto ore i magazzini accumulano dosi alterate, in grado di produrre allucinazioni e deliri. Successivamente una serie di guasti apparentemente inspiegabili e non rilevati dai dispositivi di sicurezza provoca incendi e distruzioni in tutte le installazioni industriali.
I tempi stimati per ripristinare la produzione sono dell'ordine di diversi mesi. I Monopoli prevedono uno spaventoso accumulo di perdite e le loro quotazioni in borsa rotolano impietosamente verso il basso.
Ovunque avidi consumatori inalano polvere bianca difettosa. Posseduti da demoni esistenti solo nelle loro menti compiono azioni insensate e pericolose. Seminano distruzioni e morte.
Lo spettacolo atroce è ripetuto in diretta streaming in rete. Clarinda con gelido distacco vede i risultati della sua azione globale; il cartello di Santa Firmina è destinato a recuperare parecchio spazio nel mercato mondiale degli stupefacenti.
Ai Monopoli la prossima mossa. Clarindita in uniforme è pronta a tutto.
Per difendersi dalla concorrenza sleale ha dovuto iniziare una guerra; ruota sulla sedia girevole e guarda il verso il mobiletto.
Il cero è esaurito, spento. I suoi occhi incrociano le immagini tremolanti della Vergine e del padre; silenziosamente inizia a pregare.




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