domenica 17 gennaio 2016

Paolo Staccioli, artista a tutto tondo©

Di Libri Libretti©



Lo ricordo ancora a distanza di molti anni. Come quasi tutte le domeniche stavo ordinando i ritagli di giornali accumulati durante la settimana, l’occhio cade sulla pagina della cultura di un giornale locale. Finalmente un’eccellenza nel comune dove abito, una ragazza, molto più giovane di me, era stata premiata ad una festa della ceramica di Firenze. Carta e penna, alcuni appunti e la sera l’avevo già chiamata fissando per il martedì successivo. Dovevo incontrarla! 

L’appuntamento fu nello studio di suo padre, tantissime le opere in stadi diversi: quelle terminate appoggiate su una scaffalatura in legno, il biscotto pronto per essere dipinto, quelle già modellate ma da seccare su dei ripiani in metallo, alcuni cocci e quella in costruzione che si stava modellando sotto le mani sapienti di Paolo. La cosa che subito mi colpì fu la ritrosia della persona, schivo come se si vergognasse della sua enorme bravura (lui unico vivente ad aver esposto al museo delle ceramiche di Palazzo Pitti a Firenze), ti mette subito a tuo agio, tu l’artista lui il ragazzo di bottega. 


È un uomo grande e corpulento con delle mani che sembrano pale, le dita grosse come dei salsicciotti, non penseresti mai che potesse trattare con delicatezza quei pezzi minuscoli, anche se le sue opere, almeno le sculture, tanto minuscole non sono. Sono stato, e vado spesso, a trovarlo nel suo studio, prima a piano terra di una casa colonica rimessa dove abita, adesso vicino alla casa in un’ala di una fabbrica in disuso. Il disordine regna sovrano, ma è un disordine piacevole e con tutta probabilità è l’unico modo possibile per vivere in mezzo alla ceramica, solo una mente contorta come la mia, archiviare e catalogare, catalogare ed archiviare, può concepirlo come disordine. 


Il tavolo di legno all’interno della stanza è stracolmo di oggetti di ogni genere, solo un angolo è adibito alla lavorazione. Le mani di Paolo, grandi come una ruspa, agguantano la terra per poi iniziare a lavorarla, ecco che si trasformano, le dita si allungano e il palmo diventa più piccolo, scorrono veloci sulla creta come se suonassero una sinfonia; pochi gesti, pochi movimenti e capisci dove vuole andare a parare, l’oggetto non è terminato ma già delineato. 


I polpastrelli accarezzano e lisciano, affondano e si ritraggono, un piccolo colpo con l’abduttore e la musica ricomincia, un tocco delicato con il dorso della mano per poi usare il pollice come spatola. Non usa attrezzi Paolo, le sue mani sono il suo mondo fatato. La musica di Ravel in sottofondo. 
Le sue mani suonano il pianoforte, alternano con una velocità impressionante tasti neri ai bianchi, improvvisamente si trasformano a coppa, avvolgono l’oggetto e lo alzano, l’occhio, con la palpebra semi abbassata lo scruta è quello il segnale che fa capire che da quell’istante i gesti saranno lenti, delicati, impercettibili. 


Il suo lavoro spazia dalle sfere in ceramica, che spesso rompe e ricompone, da vasi estremamente particolari, figure umane, cavalli e lastre anche di grande formato. Più volte le lastre non vanno a buon fine e si rompono prima che abbia fissato il colore, solo una smorfia, peraltro leggera, sfiora il volto di Paolo. Niente lo turba, lavora per il puro gusto “del fare” anche se questo è il suo lavoro, generoso fino all’eccesso, non ti lascia mai uscire dal suo studio senza un pezzettino che è appena uscito dal forno. Non credo di conoscere uno dei più bravi ceramisti, ma ho la fortuna di avere un grande amico.




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