domenica 10 gennaio 2016

Mario Gioda, Torino sotterranea©

Di Libri Libretti©



MARIO GIODA, "Torino Sotterranea", Stabilimento Tipografico De Bianchi, Righini e C., Torino, 1914.

Tra il libri rari possiamo sicuramente inserire anche “Torino sotterranea” di Mario Gioda. Un libretto di sole 32 pagine, formato 12,2x18,4 cm., pubblicato nel 1914 dallo Stabilimento Tipografico De Bianchi, Righini e C. a Torino. L’opuscolo è stato preceduto, tra il 1912 e il 1913, da una serie di articoli sulle brutture di Torino, pubblicati sul giornale di sinistra “La Folla”, di Paolo Valera. Questi articoli, stringati, iperrealisti e, a tratti, brutali sono firmati “Il follaiolo torinese” e “L’amico di Vautrin”. Nel 1914, quando alcuni di questi articoli vengono raccolti in “Torino sotterranea”, l’autore si rivela come Mario Gioda, esponente autodidatta della cultura torinese dalle idee anarchiche. 


L’opuscolo è una bomba ad orologeria, un pentola che bolle, un recipiente strabordante di acqua infetta, non esistono abbonimenti, mezze tinte, ogni particolare è raccontato a tinte forti. Su Torino hanno scritto in molti e firme più autorevoli di Mario Gioda, ma nessuno è riuscito a fotografarla nei suoi luoghi più tristi, bui, pericolosi. “Lo scrittore borghese cammina sulla punta dei piedi e si premunisce dei sali inglesi ogni qualvolta attraversa le zone dei miserabili. Noi invece diguazziamo negli inferni sociali della pitoccaglia senza trasalimenti ipocriti e mandiamo alla superficie della vita tutte le purulenze ingrate della società dei ricchi e dei poveri cerca nascondere per drappeggiarsi di virtù usurpate.” Gioda riesce, con estrema naturalezza, ad alzare la crosta che ricopre le piaghe sociali presentando la vita da marciapiede e le agonie dei senza tetto, percorre le vie notturne incontrando reietti e dimenticati. Apre un panorama vasto, illumina quegli ambienti dove le persone si mescolano alle bestie, si rotolano nel fango, sono ricoperte di stracci che emanano cattivo odore, ci descrive con precisione quell’umanità dei bassifondi che la morale comune rifugge coprendosi gli occhi. 


Il primo ritratto è per “Aria ai monti” un vecchio dimenticato dal mondo civile, occhi all’orientale, capelli lunghi addensati dalla sporcizia che ricadevano su una fronte ampia, barba gialla tendente al beige lunga e incolta, vestito di stracci con sopra una lunga giacca recuperata nelle discariche ormai inamidata dalla polvere e dallo sporco. Dormiva sempre all’aperto ed era pieno di pidocchi, anche dopo morto non fu disteso sul tavolo dell’obitorio per la presenza massiccia degli animaletti saltellanti, fu raccolto dal carro senza sepoltura. Il secondo personaggio è “Materia” un ex cocchiere impazzito per amore e per alcolismo. Violento, sempre in movimento percorreva di continuo la stessa strada, mangiava i tozzi di pane che davano ai cavalli e il meteorismo non gli dava tregua. La sua vicinanza era così ripugnante che nessuno si azzardava ad avvicinarlo per dargli qualche centesimo di elemosina. I capitoli che destarono più scalpore furono quelli dedicati ai “postriboli privati” e a “via degli stampatori”, entrambi descrivevano il complesso mondo della prostituzione, luoghi impenetrabili, dove il pappone faceva buona guardia e le varie lavoratrici si era fortemente coalizzate. 
Tutto si svolgeva alla luce del sole, ma nessuno sapeva o non voleva sapere anche perché dietro il lavoro “sporco” era nato un altro lavoro, altrettanto remunerativo, di coloro che affittavano i locali a personaggi squallidi, decisamente a prezzi maggiorati, facendo finta di non conoscere il lavoro svolto. Per non parlare dei bordelli privati, nati in concorrenza agli altri, dove la ruffiana adescava le giovani prostitute che vendevano il loro corpo a raffinati signori dell’alta borghesia. Proprio questa dettagliata descrizione arricchita da nomi ed indirizzi fece sì che l’opuscolo venisse raccolto dai vari lenoni e poi distrutto, motivo per cui ne sono rimaste non molte copie in circolazione. Mario Gioda dopo il periodo anarchico si avvicinò all’idea Mussoliniana e fu lui a fondare il primo fascio torinese, da bastonatore con le parole passò ad essere un più violento manganellatore con il bastone.



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