giovedì 7 gennaio 2016

Il matrimonio di mia cugina (da La cosa)©

Di Mary Blindflowers©


Mia cugina sentiva a diciannove anni suonati l'esigenza di sposarsi. Per una donna di un piccolo paese dell'entroterra di Iesith che non aveva studiato troppo, senza particolari aspirazioni e distrazioni, né curiosità sul senso della vita, della morte e del mondo, il matrimonio con la m maiuscola rappresentava il top della sua categoria di futura massaia depressa. Così, avendo già nella pancia il bambino che doveva coronare il suo sogno d'amore, mia cugina doveva per forza sposarsi per dimostrare di non essere una puttana. Doveva riparare ciò che era stato rotto e doveva farlo in fretta, con l'ago e il filo del sigillo di Santa Madre Chiesa pustolica romana. Lo sposo era “continentale”, in poche parole non era del paese e nessuno sapeva da dove venisse. Aveva concepito il bambino quasi in trans, dopo essersi scolato una quantità d'alcool che poteva stendere un toro davanti ad uno stendardo rosso fiamma. Il poveretto non ricordava niente delle sue prodezze amatorie, consumate, per altro, a detta di tutti, dentro la sua macchina. Tuttavia, siccome mia cugina passava per “ragazza seria”, il malcapitato le credette sulla parola e decise di acconsentire alla nozze salva imene, tanto, nel suo cervelletto di “itagliano” medio pratico, una donna valeva l'altra e le donne sono tutte mignotte tranne la mamma, la sorella e la fidanzata dopo il matrimonio.
Così i novelli sposi andarono dal prete e stabilirono la data delle nozze. 
Il prete che era un tipo ancora più pratico dello sposo, fissò in euro 5000 la spesa per l'addobbo della chiesa, dicendo che avrebbe accolto quei soldi come “offerta spontanea”, in nome del Signore Dio padre di cui si sentiva, beato lui, rappresentante in terra. E questo nonostante avesse il vizietto di infilare un dito e qualche altra cosa nel lato b di certi ragazzini che ogni tanto le mamme fiduciose mandavano in parrocchia. Ma nessuno ci faceva caso.
E lo sposo, dato che aveva voluto la bicicletta, anche se non si ricordava neppure com'era fatta, e quanto e come ci avesse pedalato sopra, pagò il prete senza batter ciglio. Poi pedalò dal sarto per farsi fare un abito adatto alla solenne occasione. Il sarto che, in quanto a praticità, poteva dar lezioni allo sposo e al parroco messi insieme, chiese 12000 euro per il confezionamento di un vestito su misura, dato che lo sposo aveva scelto una stoffa parigina costosissima e rara. E il novello pagò senza protestare. Anche la sposina, che non aveva troppi mezzi, dato che faceva momentaneamente la commessa in un grande magazzino, doveva comprarsi il vestito per l'occasione. Lo voleva cosparso di perle vere per non sfigurare con la sua amica che si era sposata in seta rosa di tulle cangianti e perle finte. Il futuro sposo pagò anche il vestito della sposa senza neppure vederlo. Vedere il vestito prima delle nozze infatti porta sfiga, secondo la tradizione inventata da chissà chi nella notte degli stolti. Poi la sposa disse che voleva un matrimonio memorabile, invitare tutti i suoi parenti, collaterali e affini, che erano tanti e dispersi in tutto il mondo. Ovviamente non si potevano dimenticare gli amici, e le bomboniere confezionate a mano e gli amici degli amici e dei parenti nonché i parenti dei parenti. Così lo sposo pagò tutto come se stesse bevendo un bicchiere d'acqua. Più di 1500 invitati. Prima della data fatidica inoltre mia cugina comunicò al “pollo” che aveva bisogno di restaurarsi la faccia e le unghie dall'estetista, nonché andare dal parrucchiere per applicarsi una montagna di capelli finti prima della cerimonia. Lo sposo pagò. Poi ci voleva un anello di fidanzamento perché altrimenti le amiche della sposa l'avrebbero criticata, avrebbero detto che lo sposo era un morto di fame. E lo sposo comprò un solitario grosso come un uovo che fece morire di invidia tutte le amiche della sposa. La fama dell'anello si sparse nei paesi vicini tanto che tutti cominciarono a lodare lo straniero, a dire che era un uomo d'oro, un signore, uno che pagava senza battere ciglio, come usavano i nobili una volta. 
Mia cugina era molto invidiata perché tutti pensavano che lo sposo fosse ricco sfondato, dato che assecondava ogni suo capriccio. La gente prese a lodarla, a farle i complimenti per la sua presunta bellezza, per il suo modo di vestire, l'andatura, il corpo flessuoso. Così lei che pesava più di ottanta chili per un metro e mezzo di altezza con tutti i tacchi a spillo, venne definita coraggiosamente la più bella del paese e tutti volevano baciarla sulle guance, e le sorridevano come mai avevano fatto prima. Anche persone che poco tempo addietro non si sarebbero mai sognate neppure di guardarla in faccia nemmeno per sputarle in un occhio, ora cominciarono a rivolgerle la parola in modo gentile, come se la conoscessero da anni. La riempivano di complimenti, volevano fare amicizia con lei, lodavano la sua intelligenza che doveva essere grande. Infatti aveva finito le scuole dell'obbligo grazie all'intercessione di un suo parente professore ed era riuscita a prendersi la patente di guida dopo 10 tentativi mal riusciti, per sfinimento dell'esaminatore, più che altro. Era intelligente, mia cugina.
Il giorno delle nozze sembrava un barattolo velato, con la pancia che le pendeva in avanti e il viso sciupato. Ma tutti dissero che era bella come una principessa sul pisello. Ben 6 damigelle, 3 da una parte e 3 dall'altra, le reggevano lo strascico da imperatrice bizantina mentre al braccio del padre commosso raggiungeva a fatica l'altare, infagottata dentro veli e controveli di rara manifattura. Il trucco le si era parzialmente sciolto, creando un curioso effetto clown sul viso paffuto. Nessuno se ne accorse. Era felice. Aveva coronato il suo sogno.

Lo sposo venne accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso e assolto proprio in quei giorni per insufficienza di prove. Quando al matrimonio si presentò accompagnato da due gorilla con la pistola che lo chiamavano don, nessuno, ma proprio nessuno, ci fece caso. E lodarono la bellezza di mia cugina, la pregiata stoffa e le perle vere del suo abito, i suoi splendidi occhi col rimmel raggrumato e l'eleganza indifferente di Don Vito. È stata fortunata mia cugina.






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