domenica 31 gennaio 2016

Il mio gatto gay (da Il parto elefantiaco del topo)©

Di Mary Blindflowers©

Foto di Mary Blindflowers©



Ho un gatto gay che si trova bene

nel mondo,

perché gli animali sono creature pure,

non hanno pregiudizi

su uomo, donna, utero, maschio, pene,

male, bene, quadro o tondo,

gli animali non arzigogolano

tutto il tempo

pseudofilosofie del nulla aggiunto a zero,

seguono l'istinto

e la loro intelligenza,

quanto basta.

Il mio gatto è furbo,

mangia carne e pasta,

ha un terzo occhio sulla fronte,

legge Kafka posizionato su un monte

di libri e carte

impilati ad arte.

Se il mondo fosse sano

prenderebbe esempio dal mio gatto.



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sabato 30 gennaio 2016

L'ironia del crepuscolo©

DI Fabrizio Raccis© 
Foto Mary Blindflowers©


L'ironia del crepuscolo ha ingannato tutti
l'artificio lunare è soltanto ombra del sogno
questi sono i capelli di un uomo che scrive poesie,
e gli occhi, e la bocca e la voce velata e triste.
Offro il mio manto alla rabbia delle lontananze,
alla fame e alla sete di un cuore remoto
condannato ad un abbraccio perpetuo
come un vino amaro e tiepido.
Il tempo batte ancora la stessa cadenza
e cadono le stelle, si corrodono le pareti
si consumano nell'ironia della speranza
che un cuore non possa chiudersi per sempre
come un fiore notturno.
L'ironia del crepuscolo ha ingannato tutti
ma non può ingannare la fronte di un uomo
che scrive poesie,
e le mani degli appassionati, i silenzi delle attese
gli orologi battono lo stesso ritmo
il madrigale casto che aggroviglia il vento
alla bocca degli amanti.



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Aracneide©


Di Cosimo Dino-Guida©

Plotoni di ragni si imprigionano
tessendo reti incrociate nel torrente gelato,
sovrastati da prede svalutate,
uccisi da ambizioni smisurate.

Sghignazza sibilando la serpe d’acqua,
gustando i doni offerti
dalla una coalizione sopraffatta
e stordita da movimenti scoordinati.

Annoto su un pezzo di straccio
il numero di foglie rinsecchite
ancora abbarbicate a rami addormentati.

Provo a contare, ma sono troppi,
i morti che non hanno mai vissuto,
e mi cibo del poco che hanno da dare.

Ho smesso di contare i vivi…
basta un pallottoliere da bambini.

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mercoledì 27 gennaio 2016

"Il buio nudo"©

Di Gabriel Lure©





Vermi che strisciano

sul dorso nella sessualità

del buio nudo

che danza sulle nostre spoglie

come fossero doglie

d'un conato anteriore

d'un futuro ulteriore

sempre gestanti d'idee storte

illusi che siano nuove

che siano buone

non calpestiamo le onde

per non infrangerci

in lacrime concentriche

ombre d'umore

perle di sudore

rime senza parole

sguardi come fiati

chiodi che divelgono carni

senza croce

intolleranti alle tolleranze scomode

miserabili come corde di impiccati

ma cosa ci rimane

se non altri posti da colmare

fra la metro e la pioggia

rimanendo di sabbia

con la nostra musica preferita

che ci logora?

Non c'è perdono

non c'è migliore

non c'è peggiore

tutto è un tutto ulteriore


e mietiamo silenzi

per infarinarci gli occhi

ed evaporiamo fragranze

di cui ignoriamo il nome

no non è peccato

non è redenzione

è solo l'ennesimo sbaglio

che ci trasforma in croce

e ci sforziamo nostro malgrado

di sedarci con il plagio e col signore

ma non ci rendiamo conto che

le stelle si suicidano

per non ascoltare il nostro nome

ma non ci rendiamo sconto che

i sogni c'illudono

solo per nutrir gli incubi

con la nostra prigione

ah quanto è facile o quanto è difficile l'irruenza
 
dell'ironia senza timone
 e ci scagliamo come orizzonte

oltre l'oblio oltre il limite e contro dio
 oltre la ribellione del romanticismo catodico

e la depressione d'un 'etere senza finzione

alla fine della giostra i cavalli ci sbraneranno

come fanno le unghie su d'una crosta

ci faremo giudicare per il meno peggio emozionale

senza capire che non siamo capaci di andar oltre

all'essere ciò che siamo

devoti schiavi

del sistema

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Buona giornata dottor Mengele©

Di Libri Libretti©



Prendendo come spunto un bellissimo quadro di Fulvio Leoncini vorrei aggiungere: "ben alzato"! Solitamente sono contrario al "giorno", al giorno inteso come ricordo di una tal cosa, troppo facile. Non possiamo lavarci la coscienza in un solo giorno, pulire i panni sporchi, farsi vedere belli, lustri come topi in granaio per poi fregarsene il resto dell'anno. 


Il problema rimane e va guardato con occhi attenti sempre, ogni minuto, ogni ora, ogni giorno. Non perdiamo la memoria e non ci facciamo annacquare il vino, il problema non va diluito, scontornato. Sempre più spesso leggo veri e propri trattati di negazionismo come se il problema fosse stato inventato, in bambini del '43, quelli scampati alle torture e alle camere a gas, hanno i capelli bianchi, tutti superiori a ottant'anni, quando perdiamo la loro testimonianza abbiamo perso la memoria, la verità. 


Sarà più facile per coloro che smontano pezzo per pezzo i racconti dei sopravvissuti avere vita facile, riempirci di bugie e farci credere il falso. 

Mettiamo in cascina quanto ancora ci rimane e divulghiamolo non soltanto il 27 gennaio di ogni anno, ma ogni giorno che ci alziamo e con sarcasmo diamo il buongiorno al dottor Mengele. Ricordiamoci che tutto è nato "per un'idea di bellezza". L’ideale estetico fu sempre a fondamento dell’etica del nazismo. Hitler affermava solennemente che il nazionalsocialismo aveva dato all’arte compiti nuovi e grandi: la creazione di un mondo più bello, più puro e più sano, eliminando tutto ciò che avesse ostacolato questo supremo ideale di bellezza. 


Il corpo umano, nella pittura come nella scultura, doveva rappresentare la perfezione delle forme e l’armonia delle proporzioni. Mengele prese alla lettera queste dichiarazioni: esperimenti su esperimenti, colorare gli occhi di azzurro, far nascere gemelli affinché il più debole rafforzasse e rendesse più bello il più forte ...


Non diamo più protezione a nessun "mengele" e ricordiamoci che molti, indisturbati, anzi coccolati, hanno continuato ad operare anche molto dopo la fine della guerra. Non permettiamo a nessuno di vivisezionare e ridicolizzare le parole di un qualsiasi Fiano Nedo, non è mai un problema di numeri, anche se fosse stata torturata una sola persona sarebbe stata troppa.






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lunedì 25 gennaio 2016

Veleni artificiali©

Di Mary Blindflowers©




Il parto elefantiaco del topo

rompe il guscio inane del non senso,

cava proteiche forme dalla terra nuda,

imita la superficie cruda dell'invidia.

Vantarsi è indifferente

per le categorie mnemoniche del niente

sulla terra sola.

Guerra di maschere,

composizione sfatta

che va alla guerra senza gambe.

Lo sciocco copre lande

d'inutili veleni artificiali

senza sapere che

i giorni pieni mi sorprendono

soltanto dentro le matrici,

quelle più pure,

insolite animali,

rivelatrici d'estasi consunte

e di perinatali sintesi globali.



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venerdì 22 gennaio 2016

Non creda di far credere chi non crede©

Di Andreas Finottis©


I presbiteriani sono quelli che leggono con i mezzi occhiali?
Gli indù non possono mai essere in tre?
I cristiani sono quelli che collezionano ani di poveri cristi?
I mormoni mormorano? I quaccheri fanno qua?
Gli avventisti aggiustano i motorini di avviamento?
No, perché a me le religioni sembrano solo delle barzellette.
E se uno crede creda, ma non creda di far credere chi non crede.
Io ho già una credenza.
Ho pure una tavola con 4 sedie di paglia.

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giovedì 21 gennaio 2016

Quella scatola maledetta©

Di Fabrizio Raccis©

Ho l'anima in fiamme
quando scrivo,
mi brucia la gola
per questi orrori globali.
Nell'oblio piango
stupidamente,
piango a rimuginare
un pensiero felice.
Mi addolcisco la vita
con un buon vino
la televisione è un demone efficace
per i deboli di mente.
State attenti perché
ogni personaggio ha la sua
sigaretta tra le mani,
la sua meretrice, il suo aguzzino
e molto spesso tendono
a riversarvelo contro,
il sabato sera è una Babilonia
quella scatola maledetta.

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mercoledì 20 gennaio 2016

Il ragno (da Gli imitatori di farfalle)©



Di Mary Blindflowers©




La sveglia misura il silenzio

steso sulle mie ossa,

e

ingigantendosi,

fa la voce grossa,

la lancetta incide piano

i centimetri di carne della notte

salassando il momento

senza fretta,

come un uragano mai sopito

dentro viaggi atavici

in tunnel esistenziali proiettati all'infinito.

Il mio vicino è un drogato

che ha perso già tre denti

e ha gli occhi piroettati

dentro al male che consuma,

il padrone di casa

è un omino con tre peli sulla testa

e le tasche sempre in festa.

Io sono io, forse,

e caccio ragni nel muro,

con le penne di fenice morto

nei tre secoli avvenire,

caccio un ragno storto

dentro un buco dritto che non vuol saperne

di allargarsi, né di fidarsi

del mio giudizio su quel ragno subnullista.

E lui tesse, di notte, con i suoi amici ragni

la sua tela qualunquista,

interminatamente,

e dice sibilando:

sei solo più di niente

diventa come noi,

pensa al guadagno.

Lo infilzerò un giorno

con la mia penna di fenice,

quel maledetto ragno.



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lunedì 18 gennaio 2016

Tenebrosa luce©

Di Gabriel Lure©
(Revisione di Mary Blindflowers)




Cadranno i chiodi senza fare rumore,

nel buio cercherò i miei occhi per non sentire più dolore,

per non ascoltare le coltellate che scivolano come sudore.

Non dormono mai i corvi,

a stento mi dileguo fra gli olii ed i motori,

se fossi meno lesto finirei investito,

se fossi più veloce non reggerei l'attrito.

Piovono solo lividi di sorrisi apparenti,

cade il lutto dello sviscerar moderno.

Non c'è più moschea, croce, sinagoga, voce o denti contro cui potermi infrangere.

Solo il sogno risorgerà

oltre tenebrosa luce,

domani, forse...


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Logorazzismo©


Di Andreas Finottis©




D’estate mi metto quasi sempre le magliette polo, quelle di cotone traforato e col colletto.
Si sta più freschi che con le magliette di cotone liscio, mi piace la forma che hanno, come mi stanno e poi mi sono abituato così. Il problema è quel loghetto del cazzo che ci attaccano.
Se posso lo tolgo, mi prendo le forbicine da unghie e taglio i fili che tengono attaccato il logo; anche da ragazzino facevo così, ricordo una volta che mi avevano regalato una Lacoste col suo coccodrillo e l’ho tolto. Quella che me l’aveva regalata mi disse:
“Ma non ti metti mai la maglietta che ti ho regalato e assomiglia a quella lì.”
E io: “Ma è questa qui! Ho solo tolto il coccodrillo perché mi stava sul cazzo.”
Tilt mentale, occhi sbalorditi:
“Ma come? Perché ti stava sul cazzo il coccodrillo? Ma se gli altri se la prendono apposta per averlo? Proprio non ti capisco, sei strano.”
E io: “Anch’io trovo strani e non capisco gli imbecilli che se non girano col marchio in vista stanno male.”
Ora ricamano i loghi che se li togli fai il buco nella polo, non si riesce quasi mai a toglierlo, devi girare col tuomarchietto. Ma girando ti accorgi che diventano simboli di appartenenza, servono per catalogarti, per creare caste umane. Se hai un coccodrillo Lacoste sei visto bene dall’élite di sinistra, va bene per figli di buona famiglia, insegnanti, politici, giornalisti. Se hai un alloro Fred Perry allora vai bene per l’élite rockettara, che si crede trasgressiva e ama particolarmente il rock inglese, la birra, e il bancomat.
Se hai il giocatore di polo Ralph Lauren sei ok per sembrare un benestante, un po’ filoamericano e anche a destra ti apprezzano… e così via per i vari marchi che costano molto più della media, perché con i soldi per comprartene una di queste succitate, te ne compri due o tre di quelle buone, di una marca sportiva meno prestigiosa; o anche sei o sette se come me vai a rovistare nel cesto delle offerte nei supermarket e durante le svendite.
Ne ho una col giocatore di polo originale Lauren che era vecchia e non andava più bene a un mio parente più grosso di me, voleva gettarla negli stracci, mi ha chiesto se la volevo… me la sono fatta dare e mi va perfetta, sembra fatta su misura, è di un colore giallino e non si nota che è scolorita.
A volte la metto e mi accorgo che se vado in un ufficio o in banca mi guardano con più benevolenza e stima di quando vado con una che ho preso dai cinesi senza marchio; anche loro, gli impiegati, hanno quasi sempre un marchio prestigioso in evidenza sulla camicia, sul maglioncino e sulla polo…
pensano di essere più prestigiosi così, invece a me sembrano più stronzi di quel che sono.
In certi ambienti sono proprio maniaci, guardano subito il marchio per classificarti col loro logorazzismo.
Un periodo andavo spesso per lavoro in un ufficio che sotto aveva un negozio di abbigliamento di marche di lusso, aveva i prezzi più alti di ogni altro negozio d”abbigliamento che ci fosse, una camicia costava minimo sui duecento euro, un paio di calzoni idem, le polo erano a centocinquanta euro o più;
avevano marchi che manco li conoscevo, Kenzo ricordo, ed era uno di quelli che costavano meno.
Pure nell’ufficio di sopra in cui andavo erano maniaci del vestire firmato. Tutti marchiati Dolce e Gabbana,Armani… andavano al negozio di abbigliamento lussuoso di sotto a prendersi da vestire.
In quel periodo mi ero preso tre polo per cinque euro cadauna al mercato, erano fatte bene ma avevano scritto una stronzata come marchio… orso profeta c’era scritto.
Quando andai, indossando una di quelle polo, in quell’ufficio a portare le carte di lavoro, mi guardarono come se mi avessero cagato sul petto. Di solito sono felice di dare fastidio alla gente ma quella volta provai un senso di imbarazzo, perché piaceva poco pure a me circolare con quella scritta sulla polo.
Qualche giorno dopo vidi mia mamma che stava cucendo dei cerchietti concentrici di colori diversi in cotone grosso per farsi delle presine, sembravano dei piccoli bersagli… mi venne l’idea: le chiesi se mi attaccava un cerchietto sul marchio delle polo che avevo preso, così me li mise a coprire il logo di tutte e tre le polo, chenon si vedeva più quella scritta idiota.
Quando tornai in quell’ufficio di fanatici modaioli vidi che guardavano fissandolo il cerchietto variopinto, arrovellandosi il cervello non capendo di che marca fosse la polo.
Poi, quando me ne andai, passando davanti al negozio di abbigliamento di sotto, c’era il proprietario dentro la vetrina che stava sistemando i nuovi arrivi. Mi fermai a guardare per curiosità quello che stava mettendo in vetrina… lui notandomi prese a fissarmi col volto perplesso il marchio della polo, non capendo di che marca fosse. “Un nuovo logo che non conosco!” avrà pensato.
Mentre mi allontanavo lo vedevo ancora con il viso a punto di domanda.

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domenica 17 gennaio 2016

Paolo Staccioli, artista a tutto tondo©

Di Libri Libretti©



Lo ricordo ancora a distanza di molti anni. Come quasi tutte le domeniche stavo ordinando i ritagli di giornali accumulati durante la settimana, l’occhio cade sulla pagina della cultura di un giornale locale. Finalmente un’eccellenza nel comune dove abito, una ragazza, molto più giovane di me, era stata premiata ad una festa della ceramica di Firenze. Carta e penna, alcuni appunti e la sera l’avevo già chiamata fissando per il martedì successivo. Dovevo incontrarla! 

L’appuntamento fu nello studio di suo padre, tantissime le opere in stadi diversi: quelle terminate appoggiate su una scaffalatura in legno, il biscotto pronto per essere dipinto, quelle già modellate ma da seccare su dei ripiani in metallo, alcuni cocci e quella in costruzione che si stava modellando sotto le mani sapienti di Paolo. La cosa che subito mi colpì fu la ritrosia della persona, schivo come se si vergognasse della sua enorme bravura (lui unico vivente ad aver esposto al museo delle ceramiche di Palazzo Pitti a Firenze), ti mette subito a tuo agio, tu l’artista lui il ragazzo di bottega. 


È un uomo grande e corpulento con delle mani che sembrano pale, le dita grosse come dei salsicciotti, non penseresti mai che potesse trattare con delicatezza quei pezzi minuscoli, anche se le sue opere, almeno le sculture, tanto minuscole non sono. Sono stato, e vado spesso, a trovarlo nel suo studio, prima a piano terra di una casa colonica rimessa dove abita, adesso vicino alla casa in un’ala di una fabbrica in disuso. Il disordine regna sovrano, ma è un disordine piacevole e con tutta probabilità è l’unico modo possibile per vivere in mezzo alla ceramica, solo una mente contorta come la mia, archiviare e catalogare, catalogare ed archiviare, può concepirlo come disordine. 


Il tavolo di legno all’interno della stanza è stracolmo di oggetti di ogni genere, solo un angolo è adibito alla lavorazione. Le mani di Paolo, grandi come una ruspa, agguantano la terra per poi iniziare a lavorarla, ecco che si trasformano, le dita si allungano e il palmo diventa più piccolo, scorrono veloci sulla creta come se suonassero una sinfonia; pochi gesti, pochi movimenti e capisci dove vuole andare a parare, l’oggetto non è terminato ma già delineato. 


I polpastrelli accarezzano e lisciano, affondano e si ritraggono, un piccolo colpo con l’abduttore e la musica ricomincia, un tocco delicato con il dorso della mano per poi usare il pollice come spatola. Non usa attrezzi Paolo, le sue mani sono il suo mondo fatato. La musica di Ravel in sottofondo. 
Le sue mani suonano il pianoforte, alternano con una velocità impressionante tasti neri ai bianchi, improvvisamente si trasformano a coppa, avvolgono l’oggetto e lo alzano, l’occhio, con la palpebra semi abbassata lo scruta è quello il segnale che fa capire che da quell’istante i gesti saranno lenti, delicati, impercettibili. 


Il suo lavoro spazia dalle sfere in ceramica, che spesso rompe e ricompone, da vasi estremamente particolari, figure umane, cavalli e lastre anche di grande formato. Più volte le lastre non vanno a buon fine e si rompono prima che abbia fissato il colore, solo una smorfia, peraltro leggera, sfiora il volto di Paolo. Niente lo turba, lavora per il puro gusto “del fare” anche se questo è il suo lavoro, generoso fino all’eccesso, non ti lascia mai uscire dal suo studio senza un pezzettino che è appena uscito dal forno. Non credo di conoscere uno dei più bravi ceramisti, ma ho la fortuna di avere un grande amico.




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sabato 16 gennaio 2016

VAMPIRI AL TALK SHOW©

Di Paolo Mazzocchini©



Ben strana (ed italica) declinazione del contraddittorio, ben patologica versione dell’antico (e sofistico) disputare in utramque partem, quella secondo la quale per parlare oggettivamente di vampirismo bisogna invitare al dibattito un vampiro.

La simpatica galleria dei tipi più carismatici della politica italiana degli ultimi cent’anni conferma – a distanza di secoli dagli orfici e da Pitagora – l’antica teoria della metempsicosi.

Laddove sono passate le belve presto calano gli avvoltoi.

Repuerascit qui non crescit [Chi non cresce giocoforza rimbambinisce]

Mai come in questo periodo ho visto fiorire la moda di apporre – sopra gli stipiti delle porte, sui balconi, nelle vetrate di case e negozi – grandi croci luminose. Inspiegabile tendenza: servono forse per intimorire i ladri superstiziosi, allontanare gli infedeli, ammonire i laici e i miscredenti? O più semplicemente vogliono manifestare la sincera religiosità dei proprietari? Chissà. [ Una volta si trovavano ad ogni angolo di strada scritte del tipo Dio c’è. Molti dissero che erano segno della rinascita della fede. Poi si scoprì che erano punti di ritrovo degli spacciatori…]


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venerdì 15 gennaio 2016

Materia informe©

Di Andrea Dotti©



I vicoli del quartiere dei divertimenti di Nova Macao sono fessure strette dove la luce del sole non arriva mai. Quando l'ombra del giorno diventa il buio della notte i riflessi delle insegne luminose li rischiarano fiocamente. In queste strade senza nome è possibile trovare gente che barcolla, traffica, muore; oppure rotola. Come Silar, appena lanciato fuori da un sexborg attraverso una delle porte secondarie, che si rialza dopo avere spianato come un rullo compressore gli accumuli di vomito e escrementi lasciati dagli ubriachi.
Intenzionato a vendere preparati erboristici di dubbia efficacia prodotti su Gliese 067 e altre chincagliere non ha compreso che all'interno dei locali il commercio ambulante è gestito dai congolesi. La sua presenza non era gradita e, per le loro consuetudini, lo hanno delicatamente fatto accomodare fuori.
Silar proviene da Zalh A, il pianeta di minore dimensioni tra quelli del sistema stellare Uki 7; appartiene a una antica tribù di mercanti. Mentre tenta di ripulirsi osserva il vicolo nella speranza di trovare subito qualche potenziale compratore.
Per raggiungere la Terra con la sua piccola navetta ha attraversato lo spazio infilandosi in un condotto iperluce e non ha nessuna intenzione di lasciare il pianeta senza concreti guadagni.
Intravede una sagoma, forse una persona ferma, persa nei propri pensieri. Avvicinandosi si rende conto che si tratta di un robot finemente rifinito. Il rivestimento in allutanio grigio e opaco è decorato con delicati simboli rossi e dorati astratti; dal significato misterioso e arcano.
Quando si tratta di commerciare per Silar non esistono pregiudizi. Tra pensiero biologico e artificiale non vede differenze; è anche consapevole che frequentemente gli umani inviano i robot a sbrigare commissioni dotandoli di carta di credito.
Inizia a muovere la coda, una mossa a effetto che generalmente lo rende simpatico al potenziale compratore.
Gli abitanti di Zalh A sono bassi, corpulenti. La testa grossa sovrasta un corpo ricoperto da pelle ruvida e marrone. Presentano una caratteristica unica; sono l'unica specie umanoide dell'intero universo conosciuto ad avere la coda.
-Accidenti, che portento di robot- esordisce Silar-antropomorfo e splendidamente dipinto, chi è il tuo umano di riferimento?-
La risposta è immediata-sono Brik0-annuncia una voce leggermente cavernosa-alle dipendenze di Lydja, l'artista. Lei ha creato questi disegni per rendere il mio aspetto unico-.
Tre oculari a infrarossi posizionati nella testa di Brik0 puntano il mercante che replica- dispongo di parecchi preparati medicinali e oggetti, potresti fare utili acquisti. Una sorpresa per Lydja- conclude.
-Farò di meglio-risponde il robot-parlerai con lei di persona-.
Silenziosamente e rapidamente Brik0 avvicina una delle mani dalle 6 dita metalliche e scheletriche al volto di Silar; da un microscopico ugello esce una nube di gas invisibile che l'essere con la coda inevitabilmente respira.
Nano molecole scivolano dal sistema respiratorio a quello cardiaco e formano una schiuma che in pochi secondi invade e paralizza i due muscoli cardiaci del mercante. Rotola di nuovo, questa volta è morto.
Il robot afferra la coda e trascina il corpo verso il veicolo a cuscino d'aria; dopo averlo sollevato lo lascia cadere nel vano posteriore. Brik0 entra nella sezione anteriore. Con il sistema wireless attiva la guida automatica predisposta per rientrare al punto di partenza.
Sull'asfalto consumato del vicolo rimane una grossa sacca in tessuto; colorata e sgargiante attende solo che qualche persona di passaggio la afferri e vada a vendere in un mercato abusivo le mercanzie di Silar.
Nel cielo notturno le stelle sono invisibili. Coperte dagli ologrammi promozionali proiettati dai droni pubblicitari volanti.
Mentre il veicolo a cuscino d'aria entra e si ferma nel giardino popolato da erbe infestanti anemiche di una vecchia villa coloniale la costellazione sopra Velho Macao è la pubblicità di un lassativo.
Nel salone principale, avvolta nel buio e nella polvere, una donna sprofondata in una poltrona vellutata si alza in piedi. Alta, con indosso una leggera tunica nera, ha il viso solcato da rughe. Il cranio rasato è diviso in due metà da una cresta di ispidi capelli grigi.
Parlandole con l'intensità vocale ridotta al minimo il robot la avvicina-Signora Lydja, ho trovato e recuperato il materiale grezzo-
-Bene- risponde la figura femminile. Apre le palpebre, occhi verdi irrequieti fissano il vuoto. Poi rivolta a Brik0-portalo dentro e preparalo per la lavorazione-.
Al centro della stanza che in un passato senza gloria era la cucina è posizionata una grande pietra piana di roccia rossa marziana; ricordo di quando Lydja ha percorso la strada dalla scultura senza successo.
Sul freddo materiale inerte è steso il cadavere; con un dispositivo laser a luce viola Brik0 dissolve con cura tutti gli indumenti, poi attende. Il locale è illuminato da una luce verde e un diffusore sonoro riproduce la marcia nuziale; Lydja, completamente nuda, entra spingendo un carrello originariamente destinato a trasportare bottiglie di liquore.
Ora è colmo di coltelli, bisturi, pugnali. Lame affilate, e l'artista inizia a sventrare e sezionare il corpo.
Molte parti anatomiche, evidentemente considerate non importanti, sono gettate in contenitori squadrati scuri posati sul pavimento. Con cura il robot aspira il sangue giallo che cola ovunque; intanto Lydja taglia e accumula i pezzi che le interessano.
Quando ormai il corpo dell'umanoide è ridotto a un puzzle da migliaia di tessere la donna decreta la fine del lavoro.
-Abbiamo trasformato e raffinato la materia informe in basi per l'arte figurativa- afferma rivolta al robot, e prosegue-preleva i contenitori e sbarazzati dei resti inutilizzabili seguendo il solito metodo-.
I contenitori squadrati scuri sono nelle mani di Brik0. Li carica con cura, senza sporcare, sul veicolo a cuscino d'aria; poi sale anche lui.
Il programma di guida automatica prescelto ha come destinazione il mare dove i grossi piranha d'acqua salata accoglieranno i resti come un ottimo spuntino da divorare senza lasciare avanzi.
La musica è finita. Con grande attenzione Lydja inserisce i flaconi contenenti liquidi in un frigorifero e i ritagli degli organi interni in un essiccatore sottovuoto.
Lì trasformerà in vernici e elementi solidi per creare i quadri astratti con rilievi che finalmente la hanno resa famosa. Figure particolari, definite da alcuni critici neo cubiste; hanno colpito il pubblico per i colori cromaticamente unici che nella lunga storia dell'arte terrestre non trovano similitudini.
La luce verde lentamente affievolisce fino allo spegnimento. L'oscurità è di nuovo padrona del vecchio fabbricato. L'artista vaga lentamente; pensa alla razza umana, anzi umanoide.
Diffusa in 104 pianeti sparsi per l'universo. Una moltitudine infinita di essere viventi ibridati da secoli a causa dei contatti tra progenie differenti.
Qualche miliardo di ultimi umani purosangue che abitano la Terra sono insignificanti; sul pianeta azzurro le autorità Federstellari non sono presenti. Nessuno registra arrivi e partenze e gli appartenenti alle popolazioni extrasolari sono avvisati; non esistono garanzie e protezioni per la loro incolumità.
Nonostante questo il flusso di individui desideroso, per motivi diversi, di visitare il pianeta non conosce fine.
Una vera fortuna per una artista bizzarra, materia organica da plasmare disponibile in abbondanza.
Torna a sedersi sulla poltrona, Lydja. La pelle nuda e bianca; nel pallore uniforme del suo fisico lungo un braccio, sopra il gomito, risalta un piccolo cilindro arancione.
La presa di una sonda intravenosa; accanto alla poltrona un esile supporto polimerico verticale sorregge un flacone contenente una soluzione di metanfetamine e eroina sintetica.
Un sottile tubo trasparente è collegato al flacone e pende immobile nell'aria ferma. Con una mano l'artista lo afferra collegandolo alla presa arancione.
Goccia dopo goccia lo stupefacente entra nel suo corpo e raggiunge la mente annullando la coscienza; le porte dell'impossibile si spalancano e i demoni invadono il cervello sussurrando in coro-cerca la materia informe e trasformala in dipinti. Avrai soldi. Tanta droga liquida; e la nostra compagnia, per l'eternità-.

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