giovedì 29 dicembre 2016

Donna di cuore©


Di Mary Blindflowers©

La donna di cuore, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©



La donna di cuore

a controlune sfasate nel covo,

incostante rinata controcomplicata

negli echi di primavere sfasciate

dal grido del nido svuotato,

carata risciacqua

l'idea che il motore del vivo

sia tutta una beffa crudelemalata

tra attimo fiele,

trovosogno che caria, che torna

che viene che va

che sa la deriva egorivo

sull'acqua

di un tempo fluttuante

al diniego irrisolto

e mai sciolto nell'uovo

della cosmogonia individuale.

Eppure l'aria è così dolce di sale,

non c'è, sembra

niente di nuovo.

Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


San Lorenzo e la sua storia©


di Pierfranco Bruni©


San Lorenzo era stato un centro con presenza greca e romana anche se il termine (o l’etimologia del casale) di Castrum Laurentum ha una pretta derivazione romana (“antonina” da Antonino Pio), il cui feudo intorno al 1200 assume il nome di Sancti Laurenti. Un territorio che ha subito non solo conflitti di natura bellica (a cominciare dalla temperie romana) ma è stato anche afflitto da devastazioni telluriche). Il terremoto allontanò le popolazioni dai territori che erano stati colpiti in modo grave.
Infatti, tra il 1453 e il 1456 si verificò una situazione di spopolamento non solo del paese in questione ma di quasi tutto il territorio. Ci furono ripetuti terremoti in tutta la Calabria proprio tra il 1446 e il 1456. Quelli più disastrosi si verificarono il 1451, il 1453 e il 1456. Il casale di San Lorenzo venne completamente spopolato come altri casali viciniori. In tali circostanze, in relazione alla fuga degli Albanesi dallo loro terra oppressa e occupata dall’invasore turco e dopo l’immediata morte dell’eroe Giorgio Castriota Skanderbeg[1], in questi territori trovarono ospitalità proprio i profughi albanesi, i quali vi crearono delle vere e proprie comunità portandovi il loro rito, la loro tradizione, la loro storia[2].
Furono i feudatari locali ad ospitare gli Albanesi[3]. Il Regno di Napoli accolse tra il 1469 e il 1481 queste ondate migratorie che provenivano dalla vicina Albania. A San Lorenzo del Vallo si formò uno dei nuclei più consistenti. San Lorenzo, che conservava ancora nella sua tradizione dei luoghi e dei nomi comuni alla cultura greca, divenne una comunità, a tutti gli effetti, albanese. Gli Albanesi vi si stanziarono intorno al 1479 ripopolando così il casale e rimasero a San Lorenzo sino al 1517. Dal 1517 in poi gli Albanesi cominciarono a dividersi distribuendosi nel contesto territoriale formando le comunità esistenti tuttora.
Crearono il loro agglomerato abitativo nella zona Sud del casale e qui circoscrissero un’area da adibire a cimitero. La zona interessata era intorno ai quattro punti di Via dei Greci, di Via Apollo, di Via Fischia e di Via Pipana. Le due ultime vie corrispondono, tra l’altro, a due sorgenti d’acqua. Quattro punti, lo si nota molto bene, che hanno una derivazione etimologica greca. D’altronde il termine Fischia è derivato dal greco Physca e richiama una città della Macedonia mentre il termine Pipana viene dal verbo pepino che equivale, in greco, a “far cuocere”.
San Lorenzo fu uno di quei paesi ripopolato dagli Albanesi. Gli Albanesi, giunti in Italia o meglio nell’allora Regno di Napoli non solo fondarono nuovi ceppi comunitari ma, (in molte occasioni dovute a situazioni di immigrazione – emigrazione e a circostanze storiche e geografiche) si trovarono nella situazione di ripopolare casali e centri che avevano rappresentato già dei riferimenti territoriali nelle epoche precedenti. Il caso, appunto, di San Lorenzo del Vallo. Identità illiriche vivono sul tessuto non solo storico ma antropologico di San Lorenzo del Vallo. Un tessuto che ha assorbito diverse culture. Gli Albanesi si portarono dietro una profonda religiosità. San Lorenzo in quel tempo era già sede del Convento dei Frati Riformati e questo fu una garanzia anche culturale per gli Albanesi che credevano fortemente ai valori della Chiesa. È proprio in quell’area geografica (nei pressi dove sorgeva il Convento) che gli Albanesi si stanziarono. Indubbiamente, i feudi ecclesiastici rappresentavano per gli Albanesi un punto di riferimento.
San Lorenzo con la presenza degli Albanesi ebbe il rito greco. E lo mantenne sino al 1610. Fino a questa data il rito greco veniva praticato per alcune famiglie albanesi in San Lorenzo e veniva celebrata una messa dal sacerdote Nicola Nemojanni che proveniva da Spezzano Albanese. Dopo la chiesa dedicata a San Nicola, San Lorenzo ebbe la Chiesa di S. Maria delle Grazie, sita nelle strette vicinanze del Castello, di rito latino dovuta alla venuta del Beato Umile. Comunque, il rito greco, in San Lorenzo, non ebbe ripercussioni e dopo il 1610 il discorso si chiuse.
Gli Albanesi approdati alle foci del Coscile – Crati (incrocio di due fiumi) nel 1479 “si diressero al casale di S. Lorenzo… indirizzati probabilmente dal principe Pietro Antonio Sanseverino, che doveva sposare, più tardi, in seconde nozze Irene Castrista, duchessa di S. Pietro in Galatina, nipote del grande Scanderbeg, dalla quale ebbe il sospirato erede Nicolò Bernardino, 12° conte della famiglia e V principe di Bisognano”[4].
Uno spaccato storico di notevole importanza sia sul piano di una geografia fisica sia nell’articolato antropologico.
Intorno a questi anni San Lorenzo raggiunse una popolazione complessiva di 2000 abitanti. I nuclei familiari ammantavano a 362. Mentre nel 1543 San Lorenzo, secondo il Regio Numeratore, era una delle comunità albanesi più popolata nonostante l’avanzata emigrazione. I nuclei familiari erano, comunque, passati a 71. Nel censimento del 1543 sono già presenti le colonie albanesi distribuite nel territorio, manca però Spezzano Albanese, la quale avrà i natali negli anni successivi.
C’è da sottolineare che tra il 1479 e il 1521 (anno che segna la vera emigrazione degli Albanesi da San Lorenzo) venne eretta - non si hanno, comunque, notizie storiche certe – nel casale, una chiesa in nome di San Nicola. Un Santo che ha derivazioni che provengono dalla Penisola dei Balcani.
Il 1521 è, dunque, l’anno decisivo per il lento abbandono degli Albanesi dal casale di San Lorenzo. Ma la vera emigrazione (che fu un trasferimento) si ebbe intorno al 1564.
Cosa avvenne in realtà? Nel 1532 Carlo V, dopo la caduta feudale della famiglia Caraffa alla quale era intestato il feudo di San Lorenzo, offrì l’investitura a Ferrante Alarcon della Valle Siciliana. Isabella, che era la figlia di Ferrante Alarcon, sposò Pietro Gonzales de Mendoza. Il primo figlio, frutto di questo matrimonio, morì prematuramente. Il secondogenito prese il nome , per salvare l’investitura, dello scomparso, ovvero: Pietro Antonio Alarcon della Valle Mendoza con l’aggiunta di Ferrante. Da qui il casato Alarcon della Valle Mendoza e la relativa aggiunta a San Lorenzo del termine della Valle e poi del Vallo. L’Alarcon puntò a popolare il suo feudo in Lucania imponendo agli Albanesi di San Lorenzo di trasferirsi a Palazzo San Gervasio.
Gli Albanesi, rimasti ancora a San Lorenzo, non accettarono questa impostazione. Infatti, non si allontanarono, disubbidendo così all’ordine dell’Alarcon. Si trasferirono, invece, nei pressi dell’attuale Santuario della Madonna delle Grazie in Spezzano Albanese, allora territorio di Terranova da Sibari. Questa comunità albanese sorse, chiaramente, successivamente a queste vicende, ovvero dopo il 1564. Comunque, non tutti i nuclei familiari lasciarono San Lorenzo. Alcuni nuclei rimasero e costituirono la nobiltà del paese.
Le famiglie che restarono a San Lorenzo “non ebbero paura del feudatario, perché appartenenti a quel gruppo di Coronoei, venuto in Italia Meridionale nel 1533 – 34 dalla Grecia e trasportate dall’Ammiraglio Andrea Doria per ordine dell’imperatore Carlo V, che dopo averle salvate dai turchi, le protesse anche con due privilegi, uno dell’8 aprile del 1533 e l’altro del 18 luglio del 1534, con i quali aiutò questi Aabanesi anche con somme di denaro”[5].
Allontanati, gli Albanesi, nonostante la presenza di alcune famiglie i cui cognomi sono ancora presenti, San Lorenzo conobbe una fase difficile e nuovamente si popolò, tanto che nel 1571 contava appena 50 nuclei familiari e si creò una situazione di grande precarietà che durò nel corso degli anni. Il rito, la tradizione e la lingua degli Albanesi furono completamente abbandonati ma resta nell’immaginario di una popolazione e di una civiltà il senso delle radici e di una matrice che non facilmente può essere dimenticata.
San Lorenzo del Vallo fu un paese ripopolato dagli Albanesi e furono proprio gli Albanesi a dare al paese stesso una nuova anima e un nuovo assetto comunitario, in un contesto storico che segnò tutta la realtà geografica e culturale del Meridione.
Questa anima albanese è una testimonianza che resta come un tracciato indelebile nella coscienza di un paese e nella spiritualità di una popolazione.
L’eredità albanese che ebbe segni tangibili sino al XVII secolo è un processo nel quale l’intreccio tra identità, storia, appartenenza e territorio costituisce una chiave di lettura fondamentale.
San Lorenzo è stata albanese: una di quelle comunità vitali, le cui impronte non sono solo un fatto etico ma anche profondamente culturale.
Ed è qui che il legame tra territorio e “abitato” ha una sua specularità storica.



[1] Cfr M. Bruni, Schegge d’Italia, Luigi Pellegrini Editore, 2012, p.24, si legge: “ Un ruolo importante per l’unità degli Albanesi e per una successiva sistemazione nel territorio del Regno di Napoli spettò al principe di Kruja, Giorgio Kastriota, dettò Scanderbeg (…) la sua figura è simbolo eroismo, in tutta la diaspora albanese”.

[2] Cfr M. Bruni, op. cit., p.25, si legge: “L’emigrazione dei profughi Albanesi favorì la politica di ripopolamento di Ferdinando I nei territori della Puglia e della Calabria, spopolatisi durante le Case D’Angiò e D’Aragona. Solo alla fine del ‘400 e agli inizi del ‘500 si assiste alla costituzione di vere e proprie comunità albanesi, con il loro rito religioso, le loro feste, i loro costumi e la loro lingua”.

[3] Cfr M. Bruni, op. cit., p.25, si legge: “ Gli Albanesi in Italia fondarono o ripopolarono quasi un centinaio di comunità, la maggior parte  delle quali concentrate in Calabria. Costituirono qui colonie di contadini e di soldati alle quali venne data piena autonomia amministrativa. Fu loro concesso di fondare o ripopolare nuovi villaggi, dopo aver stipulato favorevoli ‘capitolo’ con i feudatari del luogo”.
[4] Cfr. C. Scorza, op.cit.

[5] Cfr. C. Scorza, op.cit.



Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


martedì 27 dicembre 2016

Baudelaire nell’alchimia dell’invito al viaggio©


di Pierfranco Bruni


In letteratura e nella vita i destini si intrecciano e si incontrano. Charles Baudelaire moriva nell’anno in cui nasceva Luigi Pirandello. Due autori che intrecciano la maschera e la follia: il senso dell’invito al viaggio e il viaggiare. 1867. Siamo a 150 anni dalla morte. 
Ho voluto associare queste due date con due personalità della letteratura, poiché ritengo che con Baudelaire (Parigi, 1821 – 1867) si chiuda un’epoca, che è quella dell’800; ma più che un’epoca, da un punto di vista geo-storico, cronologico, sono del parere che con Baudelaire si chiuda un’epoca poetica, perché nel 1867 siamo ancora a metà dell’800, quindi, in termini storici e storiografici veri e propri, siamo ancora in quell’800 che aveva assimilato bene il rapporto tra il post Illuminismo, anche sul piano letterario, e la fase romantica.
Baudelaire rompe tutti i moduli, anzi tutti gli “steccati” e, rompendo questi steccati, crea un nuovo modo di fare poesia, quel nuovo modello di fare poesia che è l’esplosione della parola, del verso, del linguaggio e lo fa in termini semantici veri e propri, in una Francia che era ancora accarezzata dalla fase post rivoluzionaria, dall’Illuminismo. Baudelaire rompe questi steccati sul piano della comunicazione linguistica e usa una terminologia, quindi una semantica, in cui la parola, sia nella traduzione dal francese, ma anche restando nella lingua francese, ha un significato e un significante abbastanza coreografico. 
Questo risultato lo ottiene servendosi di tematiche abbastanza innovative che hanno, in seguito, rivoluzionato tutta la poesia europea, perché l’innovazione della poesia europea nasce, appunto, proprio da Baudelaire e nasce poiché usa un linguaggio abbastanza rivoluzionario, ma anche perché utilizza delle problematiche rivoluzionarie e tra queste problematiche c’è la questione riferita al tema del viaggio, al tema della morte, al tema del rimorso, al tema del male di vivere. 
Les fleurs du mal non sono altro che questo rompere, questo spaccare, questo “spacchettare” il concetto di una psicologia analitica del linguaggio poetico in una dimensione onirica. La poesia resta al di là e al di sopra di qualsiasi forma di psicoanalisi, in quanto la poesia è linguaggio esistenziale, è l’antropologia dell’uomo e quando parla dei fiori del male non fa altro che recitare un’alchimia del dolore. 
Siamo a un concetto forte con Baudelaire, forte e innovativo: l’alchimia, appunto. In Baudelaire c’è questa alchimia e l’alchimia forte è rappresentata da questi fiori del male che non dovrebbero essere letti, in una prima interpretazione, come una vera e propria maledizione. Il fiore in sé è una purificazione, una bellezza, ma Baudelaire parla anche della bellezza, però il male è il maligno, il maledetto, e questo male maledetto, maligno, che cattura la coscienza del poeta e la coscienza degli uomini del ‘900 successivamente, è una profezia che ci fa comprendere come l’inquietudine dell’uomo è tutta sospesa a un filo, il filo dell’alchimia. 
Quando Baudelaire ci recita questo Spleen (siamo in due momenti della poesia de I fiori del male e lo Spleen) avvertiamo questo esplodere del verso del linguaggio. Questa sezione presenta in sé la caratteristica di una poesia che non è più romantica, che perde la sensualità del romanticismo, ma che recupera quella sensitiva malattia dell’anima e la sensualità del romanticismo diventa la sensualità alchemica che è tutta una visione, una dimensione in cui l’onirico prende il sopravvento. 
Ci sono diverse considerazione che possiamo fare perché con lo Spleen siamo alla musica dell’esplosione, alla parola musicale che diventa esplosione, ma in termini tematici siamo a una dimensione in cui il concetto di alchimia diventa forte. 
Desidero ricordare alcuni versi di Baudelaire, tra cui Il serpente che danza.

Così:

I tuoi occhi in cui nulla si rivela
di dolce né d`amaro,
sono gioielli freddi in cui si lega
il ferro all`oro.

Quando cammini con quella cadenza,
bella d`abbandono,
fai pensare a un serpente che danza
in cima ad un bastone.

Sotto il fardello della tua pigrizia
la tua testa d`infante
dondola mollemente con la grazia
d`un giovane elefante,

e il tuo corpo si inclina allungandosi
come un vascello sottile
che fila ripiegato spenzolando
i suoi alberi in mare”.


Una poesia molto forte che ci inserisce in quella contestualizzazione riportandoci ad alcuni simboli che sono prettamente sciamanici. Una cultura sciamanica non intesa come vizio e come forma, bensì una cultura sciamanica che diventa “forma” e “maschera”. E qui si ritorna a Pirandello sul quale mi sono già soffermato nel mio saggio “La follia e la maschera” (Nemapress). Pirandello non fa altro che recuperare la “forma” e la “maschera” attraverso la dimensione onirica del mondo sciamanico. 
Sia in Baudelaire che in Pirandello sono presenti due concetti forti: la caratteristica dell’uomo che diventa personaggio e il viaggio attraverso il mare e attraverso le terre. In Baudelaire è presente proprio questa tematica dell’uomo e il mare. 
C’è una poesia dal titolo L’uomo e il mare che ci introduce in questa visione e in questa dimensione che sono caratteristiche fondamentali.

Si legge: 

“Uomo libero, tu amerai sempre il mare!
Il mare è il tuo specchio; contempli la tua anima
Nello svolgersi infinito della sua onda,
E il tuo spirito non è un abisso meno amaro.
Ti piace tuffarti nel seno della tua immagine;
L’accarezzi con gli occhi e con le braccia e il tuo cuore
Si distrae a volte dal suo battito
Al rumore di questa distesa indomita e selvaggia.
Siete entrambi tenebrosi e discreti:
Uomo, nulla ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi,
O mare, nulla conosce le tue intime ricchezze
Tanto siete gelosi di conservare i vostri segreti!
E tuttavia ecco che da innumerevoli secoli
Vi combattete senza pietà né rimorsi,
Talmente amate la carneficina e la morte,
O eterni rivali, o fratelli implacabili!”.


Baudelaire, che costruisce questo modello dell’alchimia del dolore, della contestualizzazione de I fiori del male, dei relitti, dei frammenti, della frammentazione del verso, è anche quel poeta che interpreta e traduce (per Baudelaire interpretare e tradurre sono una interazione - intermediazione) un testo dal titolo” Il giovane incantatore” nel quale ritrovo tutte quelle dimensioni oniriche che conducono all’incantesimo, alla magia, all’alchimia. 
È opportuno citare una frase molto bella dello scrittore francese Jean Cocteau “Gli specchi dovrebbero riflettere un momentino prima di riflettere le immagini”. Gli specchi, la riflessione, le immagini. Tre caratteristiche che troviamo anche dentro I fiori del male e lo Spleen di Baudelaire, tre dimensioni che hanno caratterizzato tutta l’opera di Baudelaire. 
Il giovane incantatore è un brevissimo scritto che ci fa capire come questa visione e dimensione onirica siano, entrambe, onirica e notturna. Esse rappresentano uno scavo all’interno di quella grotta che è la grotta del dolore di Leopardi. In fondo Baudelaire e Pirandello costituiscono un duetto all’interno di una letteratura del tragico che supera la rappresentazione del reale, ma recupera il dolore; il concetto del dolore di un’epoca che non è soltanto il concetto del dolore di un uomo, ma il concetto del dolore che permea tutta una letteratura che porta dentro di sé le ferite delle emozioni. 
Baudelaire diventa il punto di contatto, il punto di riferimento importante e significativo. Dentro questa forma dell’incantesimo del giovane incantatore dovremmo pensare a ricontestualizzare un poeta che, pur essendo vissuto in un’epoca ormai superata e superabile dal sentimentalismo e dal classicismo, porta in sé tutti i germi che hanno fatto della letteratura uno scavo interiore e parcellizzato nel Decadentismo. 
Con Baudelaire siamo in una prima fase del Decadentismo in cui si racchiudono i lineamenti da una parte pirandelliani e, dall’altra parte, leopardiani. Invito al viaggio! La lettura di Manlio Sgalambro e di Franco Battiato è uno scavare baudeleriano perfetto nella metafora del viaggio viaggiare: 


"Ti invito al viaggio
in quel paese che ti somiglia tanto.
I soli languidi dei suoi cieli annebbiati
hanno per il mio spirito l’incanto
dei tuoi occhi quando brillano offuscati.
Laggiù tutto é ordine e bellezza,
calma e voluttà.
Il mondo s’addormenta in una calda luce
di giacinto e d’oro.
Dormono pigramente i vascelli vagabondi
arrivati da ogni confine
per soddisfare i tuoi desideri.
Le matin j’écoutais
les sons du jardin
la langage des parfums
des fleurs”
 

(nella versione di Sgalambro – Battiato).


Epoche diverse, contestualizzazioni diverse, geografie diverse, ma è presente tutto un sistema letterario che diventa un sistema esistenziale. Baudelaire è l’interprete degli intrecci tragici e mitici che percorrono il viaggio come esistenza e decadenza.
Baudelaire: “Là non c'è nulla che non sia beltà,
ordine e lusso, calma e voluttà”.

Un poeta che inventa la liricità e la disperante malinconia che attraverserà l’inquieto nostro vivere. È da qui che il Romanticismo inquieto diventa Decadentismo disperante e irrequieto.



Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


domenica 25 dicembre 2016

Nata per noi©

Di Mary Blindflowers©





Nata per noi, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©




E si muovono a tavola

con le loro teste di pera borghese,

tutte perfette, in linea, arrese,

tranquilla sicumera d'ingozzato,

livido intestinale del creato,

madresnob con boa di schiuma,

è nato

è nato

ma per noi!


Davvero?


Così pare

perché possano comprare

panettonigiochiprisma dentro aritmie

da cataclisma,

la zia ha dell'alcolico isterismo

nato nato,

la cugina ha lo sfiancato cervelletto

di una bigliaflipper da uccelletto,

tra classismo e finto comunismo,

nato, natoooo...

concreto nell'astratto meravigliabolico,

nell'inconcludente linea del vibrato

dalle gole, ferita

inferta alla carne di Selene

che odia il falso sole,

e le aiuole iperpropilene.

Cristo era femmina.

Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


sabato 24 dicembre 2016

Il porto degli erranti©

Di Pierfranco Bruni©



Un monaco tibetano lungo le vie del deserto incontrò lo sciamano Yulta. Camminava a passi lenti. Con il silenzio e lo sguardo nelle onde della sabbia raccolse tutti i ricordi in una sola voce: il mistero. Il monaco osservò lo sguardo di Yulta. Gli occhi del monaco avevano un colore di terra e di mare. La terra e il mare degli Orienti della seta. Il loro incontro fu segnato dal silenzio dei destini.
“Abbiamo condiviso i viaggi dell’impossibile pensando che tra le maglie spezzate del possibile i sogni potessero diventare incantesimi. Ho cercato 
l’incantesimo non con le parole o tra le parole. Le parole sono spazio di vento. Ma io ho sempre vissuto l’impossibile per restare accanto a tutto ciò che non ho mai perso. Perché perdere è sempre perdersi”. Così disse lo sciamano Yulta.
“Se perdere è perdersi bisogna viversi per vivere non il tempo ma i segni della memoria. La memoria è un ondulare di ore perdute nella vita vissuta. Perdersi è tentare di capire l’armonia e la disarmonia. Viaggi. Scavati nel cuore. Scavati nell’anima. Scavare ha un senso e il senso è un viaggiare. Io vado sempre lentamente senza mai cercare di penetrare le ombre. Le ombre sono oltre i tramonti. Ascolta. Io ti ascolto”. Così disse il monaco tibetano.
Proseguirono lungo i loro tracciati. Anzi nella pianura e nelle dune del deserto. 
Ogni battito di tempo si raccoglieva nella memoria e l’aquila dello sciamano giocava tra le frasi di vento, mentre il rosso e il giallo della veste del monaco avevano riflessi tra i chiarori degli orizzonti. 
Si vive sempre di orizzonti perché gli orizzonti non sono una linea o un confine. Gli orizzonti sono le fantasie che si rincorrono per dare lo spazio ai pensieri e i pensieri sono un cerchio. 
I pensieri sono sempre in cerchio. Anche quando sembrano linee rette più ti avvicini e più diventano una circolarità tra il sapere dell’anima e lo stupore.
Yulta: “Il mio accampamento ha in cerchio le tende. In ogni tenda i guerrieri ascoltano la voce del vento. I guerrieri sono in cerchio. Nel rotondo. Al centro un falò. Noi siamo stati venditori di fuoco. Noi siamo stati. Noi continueremo a raccontare la storia dei nostri cavalli in fuga. Noi ci lasceremo toccare dallo sguardo che ha pazienza delle aquile. Noi siamo stati aquile. Noi resteremo aquile”.
Il monaco tibetano: “Io ti porto la pazienza. Perché ho imparato che soltanto la pazienza ci offre l’armonia. Quando l’armonia viene colpita, viene ferita, viene sfilacciata tutto si rompe. Si rompe il pensiero. Anche il pensiero si rompe, e poi non basta recuperare i cocci. Il pensiero può avere frammenti ma non dovrà mai diventare un mosaico. Il pensiero che porti in te deve essere amore”.
Yulta: “Noi viviamo il pensiero come il viaggio impareggiabile del nostro esistere. Ma esistere non è essere tempo. È piuttosto raccogliersi nei luoghi della memoria che abitano il nostro esistere qui e altrove. Ora le nostre strade vanno verso due deserti. Non si separano. C’è il deserto del mare. C’è il deserto della terra. Mai potrà esserci il deserto dell’anima”.
Il monaco tibetano: “Il deserto dell’anima non può appartenerci. Possiamo anche non sentirci testimoni. Ma abbiamo la necessità di testimoniarci. Le strade del cuore non conducono ai deserti…”.
Yulta: “Il cuore non ha i deserti. Ha il mare. Ha la terra, il vento, il volo, il camminamento…”.
Il loro incontro fu segnato dal silenzio dei destini. Da quel tramonto, e da quell’alba lungo le pianure del deserto o tra i labirinti delle dune, non si incontrarono più. Ma non essersi più incontrati non significa non essersi ritrovati. Ci si ritrova anche senza incontrarsi.
Ci sono amori e si ama senza amore. La finzione è un indefinibile incastro nella vita. Quando un amore non ama più sembra non esistere più nulla. Si è stati. Non si continuerà ad essere e a incontrarsi. Ma sarà solo un assurdo. L’amore non si spezza. L’amore non si spezza se si ama con amore.
Mio caro amico lettore, c’è il bisogno, a volte, di trasformare le illusioni in visioni, in immagini, in sogni. Bisogna fare in modo che ogni immagine possa vivere il destino del sogno. 
Perché nell'alba vive il buio?
Eppure il giorno nuovo ascolta il vento del ritorno.
I paesaggi hanno la luna nella roccia.
Gli amori sono antichi nella memoria e le voci che si ascoltano hanno il colore dell'assenza.
Il monaco tibetano e lo sciamano Yulta si sono sempre ritrovati nel destino del sogno o nel sogno che si offre al destino. La vita è fatta di onde. 
Io non penso più alle nuvole. Mi ritornano nello sguardo le onde: quelle onde che ascolto dalla finestra sul mare. Mi parlano e io a loro confesso con lo sguardo del silenzio ciò che ho affidato ai segreti. Ma c’è il mistero. Il mistero è l’onda tra le onde. Il mistero è l’unica salvezza se abbiamo il coraggio di credere alla salvezza. Chi crede nella salvezza ha già incontrato Dio.
Yulta osservò l’azzurro. Il monaco tibetano ascoltò le voci. 
Io vivo il silenzio e il silenzio è il sorriso che custodiamo. Abbiamo bisogno di custodire perché abbiamo bisogno di segreti per restare nella vita. Impareggiabili come i veri viandanti che sanno di avere un porto e sanno anche che non è necessario raggiungerlo.
Ho aperto il quaderno dello sciamano Yulta e sulla prima pagina ho trovato scritto: “Un giorno un monaco tibetano mi ha detto: ci vuole così poco per amare. A volte di sera il silenzio ha il vento dei tuoi occhi perso in un ti amo o nella rosa che ti sfiora le labbra e ti scuce i sentieri dell'anima. 
A volte cercando di non amarti più mi invento le parole che non posso più dirti perché il silenzio le ha rese nuvole o stelle. 
Ed io resto come Aquila nel gioco di una infinita attesa. Non chiedermi se amarti è possibile. Risponderti è come leggere le linee del mare. È possibile amarti. Non è possibile averti. 
Se a volte ti ho il resto non ti possiedo”.

Così… Poi il resto è altro…


Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


L'idea dell'immersione, un percorso plurilinguistico©

Parte II.

Di Mariano Grossi©



Forse è proprio la nozione misteriosa turbativa il motivo per cui le radici di βαθύς e profundus non vengono attestate nell’indicare coloro i quali erano immersori subacquei professionali. La prima attestazione in tal senso parrebbe rintracciabile in Omero, Iliade, XVI nel passo della morte di Cebrione, auriga di Ettore, per mano di Patroclo (vv.726 -750):


Ὣς εἰπὼν ὃ μὲν αὖτις ἔβη θεὸς ἂμ πόνον ἀνδρῶν,
Κεβριόνῃ δ' ἐκέλευσε δαΐφρονι φαίδιμος Ἕκτωρ
ἵππους ἐς πόλεμον πεπληγέμεν. αὐτὰρ Ἀπόλλων
δύσεθ' ὅμιλον ἰών, ἐν δὲ κλόνον Ἀργείοισιν
ἧκε κακόν, Τρωσὶν δὲ καὶ Ἕκτορι κῦδος ὄπαζεν.
Ἕκτωρ δ' ἄλλους μὲν Δαναοὺς ἔα οὐδ' ἐνάριζεν·
αὐτὰρ ὃ Πατρόκλῳ ἔφεπε κρατερώνυχας ἵππους.
Πάτροκλος δ' ἑτέρωθεν ἀφ' ἵππων ἆλτο χαμᾶζε
σκαιῇ ἔγχος ἔχων· ἑτέρηφι δὲ λάζετο πέτρον
μάρμαρον ὀκριόεντα τόν οἱ περὶ χεὶρ ἐκάλυψεν,
ἧκε δ' ἐρεισάμενος, οὐδὲ δὴν χάζετο φωτός,
οὐδ' ἁλίωσε βέλος, βάλε δ' Ἕκτορος ἡνιοχῆα
Κεβριόνην νόθον υἱὸν ἀγακλῆος Πριάμοιο
ἵππων ἡνί' ἔχοντα μετώπιον ὀξέϊ λᾶϊ.
ἀμφοτέρας δ' ὀφρῦς σύνελεν λίθος, οὐδέ οἱ ἔσχεν
ὀστέον, ὀφθαλμοὶ δὲ χαμαὶ πέσον ἐν κονίῃσιν
αὐτοῦ πρόσθε ποδῶν· ὃ δ' ἄρ'
ἀρνευτῆρι ἐοικὼς
κάππεσ' ἀπ' εὐεργέος δίφρου, λίπε δ' ὀστέα θυμός.
τὸν δ' ἐπικερτομέων προσέφης Πατρόκλεες ἱππεῦ·
ὢ πόποι ἦ μάλ' ἐλαφρὸς ἀνήρ, ὡς ῥεῖα κυβιστᾷ.
εἰ δή που καὶ πόντῳ ἐν ἰχθυόεντι γένοιτο,
πολλοὺς ἂν κορέσειεν ἀνὴρ ὅδε τήθεα διφῶν
νηὸς ἀποθρῴσκων, εἰ καὶ δυσπέμφελος εἴη,
ὡς νῦν ἐν πεδίῳ ἐξ ἵππων ῥεῖα
κυβιστᾷ.
ἦ ῥα καὶ ἐν Τρώεσσι
κυβιστητῆρες ἔασιν.      

Disse; e di nuovo il Dio nel travaglioso
conflitto si confuse. In sé riscosso
Ettore al franco Cebrïon fe' cenno
di sferzargli i destrieri alla battaglia:
ed Apollo per mezzo ai combattenti
scorrendo occulto seminava intanto
tra gli Achei lo scompiglio e la paura,
e fea vincenti col lor duce i Teucri.
Sdegnoso Ettorre di ferir sul volgo
de' nemici, spingea solo in Patròclo
i gagliardi cavalli, e ad incontrarlo
diè il Tessalo dal cocchio un salto in terra
coll'asta nella manca, e colla dritta
un macigno afferrò aspro che tutto
empiagli il pugno, e lo scagliò di forza.
Fallì la mira il colpo, ma d'un pelo;
né però vano uscì, ché nella fronte
l'ettòreo auriga Cebrïon percosse,
tutto al governo delle briglie intento,
Cebrïon che nascea del re troiano
valoroso bastardo. Il sasso acuto
l'un ciglio e l'altro sgretolò, né l'osso
sostenerlo poteo. Divelti al piede
gli schizzâr gli occhi nella sabbia, ed esso,
qual suole
il notator, fece cadendo
dal carro un tòmo, e l'agghiacciò la morte.
E tu, Patròclo, con amari accenti
lo schernisti così: Davvero è snello
questo Troiano: ve' ve' come
ei tombola
con leggiadria! Se in pelago pescoso
capitasse costui, certo saprebbe
saltando in mar, foss'anche in gran fortuna,
dallo scoglio spiccar conchiglie e ricci
da saziarne molte epe: sì lesto
saltò pur or dal carro a capo in giuso.
Oh
gli eccellenti notator che ha Troia!  



Partendo dalla citazione del passo dell'Iliade, parrebbe che né Greci né Latini usassero i radicali *baph e *fud, quelli cioè di baqÚj e profundus per indicare i primi immersori subacquei, poiché i termini individuati sottolineano prima di tutto il motus sub undas, vale a dire i verbi ἀρνεύω e κυβιστάω e la derivazione latina urinator. ἀρνευτήρ diventa in latino urinator ; il verbo base è ἀρνεύω che significa saltello, balzo, salto, m’immergo, mi tuffo ed è attestato in Licofrone nel significato di saltare (Alessandra, 465 “Profferì una preghiera ben ascoltata facendo saltellare sulle sue braccia la piccioletta aquila”) e sprofondare (Alessandra ,1103 ma sprofonderà sotto il caldo coperchio del tino e col cervello spruzzerà la caldaia”). ἀρνευτήρ è attestato con l’accezione di saltimbanco nel Mimiambo VIII di Eronda al verso 42 e come sommozzatore sia in Omero che in Arato, nei Fenomeni al verso 656. 

Κυβιστητῆρες deriva da κυβιστάω il verbo della cubista, di colei che salta e balla a capo fitto, facendo capitomboli e capriole; a indicare la posizione di chi s’incurva per slanciarsi; la radice è appunto quella che si trova nell’aggettivo κυφός che in latino diventa gibbus e in italiano gobbo. In sanscrito kubhanyuh vuol dire appunto “danzante”; Omero usa il verbo più volte per indicare il movimento del salto, con riferimento ai pesci: ἰχθύες κατὰ καλὰ ῥέεθρα κυβίστων, “i pesci saltavano nelle belle correnti” si legge in Iliade XXI, 354; Platone, Convivio, 190 riporta οἱ κυβιστῶντες εἰς ὀρθὸν τὰ σκέλη περιφερόμενοι κυβιστῶσι κύκλω “i saltimbanchi a gambe levate danzano in cerchio”.

Vi è un altro verbo che frequentemente indica in greco antico l’immergersi, ed è δύω, attestato in Omero, Iliade, XVIII 140: Teti sollecita le sorelle marine con queste parole: ὑμεῖς μὲν νῦν δῦτε θαλάσσης εὐρέα κόλπον, “voi immergetevi nel largo seno del mare”. La radice indica comunque omnicomprensivamente l’idea del finire sotto e rendersi invisibili agli occhi altrui, usata com’è anche per il tramonto del sole e per l’idea di morte; questo concetto della sparizione alla vista altrui corrobora nell’idea dell’esperienza subacquea di Scillia, il quale dovette sparire per lungo tempo alla vista dei Persiani immergendosi in acqua, come narra Erodoto nelle Storie al libro VIII capitolo 8, indicandolo come δύτης: “Durante tale operazione Scillia di Scione (era il miglior palombaro di allora), arruolato fra le loro truppe e nel naufragio del Pelio aveva salvato ai Persiani molte ricchezze e di molte si era personalmente appropriato) aveva intenzione, già da tempo, di passare ai Greci, ma non ne aveva avuto mai occasione fino a quel momento. In che modo sia poi giunto fra i Greci non sono in grado di dirlo con certezza; ma sarebbe stupefacente se fosse vero ciò che si racconta e cioè che si sia tuffato in mare ad Afete, per riemergere solo all'Artemisio, dopo aver attraversato sott'acqua qualcosa come ottanta stadi! Su quest'uomo circolano anche vari aneddoti che hanno l'aria di essere falsi e qualche altro che è vero; nel nostro caso mi si consenta l'opinione che sia giunto all'Artemisio su di una barca. Appena arrivato, subito riferì agli strateghi notizie sul naufragio e sul periplo delle navi intorno all'Eubea.”

Altra radice immersiva ritroviamo in Tucidide, 4, 26 laddove si parla di κολυμβηταί, sommozzatori che avrebbero portato aiuto agli Spartani durante l’assedio di Pilo trascinando con sé degli otri sotto la superficie dell’acqua: ”Vi entravano ancora dei palombari in direzione del porto, tirando con una corda degli otri contenenti papavero melato e linseme gramolato; cosa che all’inizio restò nascosta, ma poi furono messe le guardie: insomma s'ingegnavano dopo tutto gli uni di portar viveri, gli altri di scoprirlo.” Il termine si ritrova anche in Platone Protagora 350: "Sai chi sono quelli che con audacia si gettano nei pozzi (εἰς τὰ φρέατα κολυμβῶσιν)?" "Sì, i palombari (οἱ κολυμβηταί) "."Lo fanno poiché sono capaci o per qualche altro motivo?" "Perché sono capaci". Mentre Eschilo, Supplici, 408 usa il termine κολυμβητήρ: “Il pensare profondo che è salvezza, l’occhio terso (che il vino non offusca) del palombaro quando s’inabissa (κολυμβητῆρος ἐς βυθὸν μολεῖν) ”. Proprio quest’ultimo termine reperibile in Eschilo, βυθός. l’abisso, ci fornisce un’affinità radicale con l’oggetto primario della nostra ricerca (τὸ βάθος) riferito com’è comunque sempre ad un’idea di fondo presente e omnicomprensivamente misurabile, poiché i tragici lo usano in maniera assoluta per indicare il fondo del mare (στένει βυθός, “geme l’abisso marino” dice Eschilo nel Prometeo, 432).




Ad ogni buon conto tra tutte queste radici, l’unica che pare documentatamente indicare l’idea dell’immersione nel senso dello sparire alla vista è quella del verbo δύω, significativamente usata anche per il tramonto degli astri e della vita umana. Le altre, κυβιστάω, ἀρνεύω, κολυμβάω, paiono radicali che indugiano più sulla cinesi, sul movimento dell’immersore ovvero del tuffatore tout court.




Come già accennato il termine ἀρνευτήρ diventa in latino urinator con l’epentesi della i tra la liquida-vibrante e la nasale. Dell’etimologia del vocabolo parla Varrone (De Lingua latina, V, 7, 126): urinari est mergi in aquam, Varrone spiega che anche le urnae, le brocche per l’acqua, rimontano etimologicamente ad urinari perché vengono riempite immergendole nell’acqua (De Lingua Latina V, 126). Secondo la vulgata infatti acqua era originariamente reso in latino con il termine urina. Secondo un’altra ipotesi invece il nome di urinatores deriverebbe dall’aumento notevole della diuresi da parte dei sommozzatori a seguito dell’esposizione costante allo stress fisiologico dovuto all’apnea, come scientificamente provato dalla scienza medica. 

Plinio (Naturalis Historia, II, 234) dice che i sommozzatori usavano dell’olio per migliorare la visibilità: s’immergevano tenendo in bocca una quantità d’olio che poi emettevano, una volta in apnea, per agevolare la visione sott’acqua (omne oleo tranquillari et ob id urinatores ore spargere quoniam mitiget naturam asperam lucemque deportet). A proposito degli animali acquatici più pericolosi per l’uomo sempre nella Naturalis Historia IX, 91 così si esprime a proposito dei polpi: Praeterea negat ullum atrocius esse animal ad conficiendum hominem in aqua. Luctatur enim conplexu et sorbet acetabulis ac numeroso suctu diu trahit, cum in naufragos urinantesve impetum cepit. “Inoltre nega ci sia animale più tremendo per uccidere un uomo in acqua. Infatti, quando ha assalito dei naufraghi o dei subacquei lotta stringendoli e con le sue ventose li succhia e a lungo li aspira con numerosi succhiamenti” Il verbo urino ovvero urinor è attestato sia nella forma attiva che in quella deponente in Varrone, Cicerone e Plinio.

Anche Livio Ab urbe condita XLIV, 10 usa il termine urinatores nel riferire un episodio della guerra contro Perseo di Macedonia nel 168 a.C.; il re, terrorizzato dall’arrivo dei Romani, dette ordine di gettare in mare tutti i tesori reali di Pella, ma poi, essendosi pentito, ne dispose il ripescaggio, ingaggiando dei sommozzatori che poi fece uccidere per eliminare ogni testimone superstite di quel suo ordine così insensato: “Perseus tandem pavore eo, quo attonitus fuerat, recepto animo malle imperiis suis non obtemperatum esse, cum trepidans gazam in mare deici Pellae, Thessalonicae navalia iusserat incendi. Andronicus Thessalonicam missus traxerat tempus, id ipsum, quod accidit, paenitentiae relinquens locum. Incautior Nicias Pellae proiciendo pecuniae partem, quae fuerat Phacum; sed in re emendabili visus lapsus esse, quod per urinatores omnis ferme extracta est. Tantusque pudor regi pavoris eius fuit, ut urinatores clam interfici iusserit deinde Andronicum quoque et Nician, ne quis tam dementis imperii conscius existeret”, “Perseo, ripresosi una buona volta dal terrore che ne aveva paralizzato l'azione, avrebbe voluto che non si fosse data esecuzione all'ordine, impartito in un momento di debolezza, di gettare in mare il suo tesoro a Pella, e a Tessalonica di incendiar l'arsenale. Andronico, inviato a Tessalonica, aveva cercato di guadagnar tempo, proprio con l'intenzione di lasciare al re la possibilità di ripensarci, come di fatto avvenne. Più precipitoso fu Nicia a Pella nel far getto di una parte del denaro che era custodito nei pressi di Faco; ma sembrò incorso in colpa facilmente rimediabile, perché quasi tutto fu ripescato ad opera di sommozzatori. E il re provò tanta vergogna di quel suo panico, da far uccidere nascostamente i sommozzatori e poi anche Andronico e Nicia, perché non sopravvivesse più alcuno che fosse a parte di quel suo ordine pazzesco.”

Altra terminologia per indicare la professione di chi s’immerge in acqua non è riscontrabile in latino, poiché vocaboli come natator o nantes debbono intendersi riferiti alla semplice attitudine al nuoto e non alla subacquea.

Il latino quindi circoscrive quell’attitudine esclusivamente al termine urinator, laddove il greco presenta un’apparente poliedricità lessicale, anche se, per quanto si è avuto modo di esaminare, soltanto il termine usato da Erodoto, dÚthj, configura nella situazione di Scillia l’abilità immersiva del natante.

Come accennato in apertura, ad ogni buon conto, né l’una né l’altra lingua adottano le radici di βαθύς e profundus per indicare il mestiere dell’immersore professionista; la valenza fascinosa e misterica di entrambe ne sconsigliava l’utilizzo per un approccio all’elemento idrico che presupponesse dimestichezza e routinarietà. 



Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


mercoledì 21 dicembre 2016

Poletti Bang©

Di Mary Blindflowers©


Il posto, Tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©



Bang,

Ciarlatan Poletti siedi?

Stai comodo gran ciambellano

dei dolci senza buco?

Bene.

Ora, fuco,

non ci avrai più tra i piedi,

mentre siedi al caldo pistola

della tua poltrona

e

introna battaglia

accanitaministroparassita,

stai comodo?

Bene.

Ottima posizione per lo sparo,

bang,

sicuro che poi vedrai

molto più chiaro.




Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


martedì 20 dicembre 2016

Disamorevolmente©

Di Feffo Porru©

Seguo il suggerimento di Lidia Murgia 
e svelo le espressioni dell'odio migliore anche a chi ha una dimora per gli occhi....Di Feffo Porru©



Lasciarti andare non alimenta i miei rami

disidratati dalle mille attenzioni

incatenate ai tuoi umori

del solito godere graffiandoci.


Pettinavi la mia bile per le incomode pretese

che erano presagi di una spaccatura

aperta sullo strato d’affetto

dell’incontenibile leggerezza corporea.


Nelle vanità sgretolate dalla specchiera

la tua nevrosi prendeva corpo

e botulinica diveniva incandescente

forgiandosi in una montagna gessosa

che soccombeva il nostro dialogo spoglio.


E tu disamorevolmente amavi.



Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page


domenica 18 dicembre 2016

Rapporto 521©

Di Mary Blindflowers©

L'incidente, pastelli su carta, Mary Blindflowers©


Appiedato nel solco delle definizioni impossibili

origliate al basso incidentale degli eventi,

senti il ritmo della macchina che sssfreme

scivola il tempo sui denti delle iene

che mangiano carne nuda al sole,

gemegiri l'icona elicoidale

del non senso sognopeso

anticipato, vilipeso.

Tutto visto.

Il dado è trattocrash.

Flash.

Rapporto 521, strada A 25.

(Da Controluna©).
Puoi votare altri articoli anche in questa pagina.
Share this page