venerdì 25 dicembre 2015

I polpetti di Natale©

Di Mary Blindflowers©





Mia zia era brava a cucinare, un vero asso ai fornelli. L'unica cosa che non sapeva fare erano i polpetti affogati. Siccome per risparmiare li comprava in salamoia e surgelati, le venivano ultra mega salati. Ovviamente nessuno aveva il coraggio di dirle in faccia che i suoi polpetti facevano veramente schifo allo schifo, così la zia ogni anno a Natale faceva lo stesso errore, convinta di far bene: cucinava i polpetti affogati che puntualmente finivano nel secchio della mondezza.
Non era proprio un fulmine di guerra, mia zia, altrimenti avrebbe capito al volo, senza che nessuno fosse costretto a farglielo notare, che i suoi polpetti erano obbrobriosi.
Nel Natale del 1989, quando ero ancora bambina, la zietta mi domandò durante il pranzo di Natale come mai non volessi mangiare i suoi polpetti affogati, che aveva fatto con tanto impegno, dato che tutti i suoi fratelli, mio padre compreso, facevano finta di gradire i polpetti. Dopo averne addentato un minuscolo pezzo e abbozzato una specie di sorriso che pareva una smorfia, sputavano nel fazzoletto il pezzo di polpetto senza farsi accorgere. Perfino il marito della zia, mio zio, faceva lo stesso. E lei ingenua come una zucchina, ci cascava sempre.
Io quel Natale mi trovai ad un bivio quando la zia mi chiese dei polpetti. Mia madre mi faceva cenno di mangiare, o almeno far finta, i miei cugini ridevano sotto i baffi che ancora non avevano, essendo tutti piccoli e un poco stronzi. La zia mi aveva preso di mira, incalzava: «Non ti piacciono i polpetti? A casa non lo mangi il pesce?». La guardai, tutti mi guardavano. La zia troneggiava dall'alto, lei in piedi con il mestolo pieno di polpetti a mezz'aria e io seduta al posto di tortura festiva che mi avevano assegnato. Avevo l'impressione che i polpetti con il loro sugo si muovessero e mi sussurrassero: «Bimba bella, digli che siamo morti per niente!». Ma gli occhi di mia madre dicevano: «E fai finta di mangiare quei cazzo di polpetti, che non muori, così la fai contenta». Convinta che se avessi parlato poi le avrei pure buscate, dissi: «Sì, lo mangio il pesce, buoni», e addentai un tentacolo. La zia si entusiasmò oltre misura, dato che c'era una quantità mostruosa di polpetti che nessuno voleva mangiare: «Brava, piccolina, l'ho sempre detto che sei una bambina intelligente, che già legge, capisce tutto, ecco qua, guarda cosa ti da la zia. Sei contenta?» e mi scodellò sul piatto l'intero mestolo pieno di polpetti sussurranti. Quelli appena nel piatto si agitarono e mi chiamarono vigliacca, traditrice, figlia del consumismo e della menzogna. E poi la zia continuava a darmi la tortura: «Allora adesso te li mangi tutti, così cresci forte e sana. Voglio vedere il piatto tutto pulito». Era troppo per me. Preferivo buscarle piuttosto che mangiare quella schifezza. Allora io, che avevo solo sei anni e non capivo ancora com'è fatto il mondo, parlai. Per la prima volta mentre parlavo nessuno fiatava. «Li mangerei volentieri se soltanto non fossero così salati. Ho letto nell'antologia che troppo sale alza la pressione e può venirti un ictus o un infarto. Poi lo dicono tutti che i tuoi polpetti fanno schifo, anche la mamma e lo zio».
Non so perché dopo litigarono pesantemente, lo zia con lo zio, lo zio con mia madre, l'altro zio con l'altra mia zia e via dicendo. Tirarono in ballo questioni di cento anni prima e vecchie ruggini che non c'entravano niente ma proprio niente con quello che avevo detto io, povera innocente.
I polpetti andarono a finire dappertutto tranne che dentro i piatti dei miei parenti e mentre i grandi che un attimo prima si erano baciati facendosi gli auguri e lasciando vistose impronte di rossetto sulle guance, litigavano e quasi se le davano di santa ragione, tra bestemmie, parolacce e urla, noi più piccoli ci tiravamo i polpetti in testa. Mio cugino usò anche la fionda per tirarne uno che finì sulla permanente e le meches della zia. Non so perché accadde tutto questo. Ero troppo piccola all'epoca per capire certe dinamiche. I grandi mi sembrarono strani. So solo che da quel giorno tutti mi guardano storto e dopo che mia zia è morta di infarto, quando mi vedono cambiano strada.

(Da "La cosa", inedito©)



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